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Friday, April 12, 2019

Un nuovo posto speciale

Che io creda che il cucinare sia l'atto d'amore per eccellenza penso di averlo già detto ripetute volte. È il mio linguaggio dell'amore. Con il cibo io mi prendo cura degli altri e di me stessa.
Quel che forse ho detto meno, anche se sicuramente traspare da alcuni post, è che io cerco quello stesso linguaggio d'amore anche nei posti in cui vado a mangiare. Non mi interessano i ristoranti stellati e le esperienze gastronomiche tout court. Se manca l'amore, il voler nutrire gli altri, nel corpo e nell'anima, chi cucina può anche essere il cuoco più bravo al mondo, ma io lo trovo sterile. Vedo quel tipo di cucina come la pornografia dell'alimentazione. Magari estremamente appagante da un punto di vista sensoriale, ma privo di desiderio di andare incontro all'altro. 

Ecco, il desiderio, la ricerca dell'incontro con l'altro, della relazione, espressa attraverso il nutrirsi. Questo è quel che cerco quando mangio fuori. 
Il Teodolindo ed io su questo siamo concordi al 100%. Di conseguenza, ovunque viviamo, finiamo con l'avere quei posti in cui ci sentiamo come a casa (vedi qui, che adesso rivedere il Sig. Tenace così piccolo mi sono commossa).

Fatta questa premessa, erano mesi che il Teodolindo mi diceva di volermi portare da Jiep Jiep, suo ultimo colpo di fulmine culinario. Trattasi di un localino mignon, e assolutamente poco pretenzioso, sito per granculo del Teodolindo, vicino a dove lui lavora. 
"È un posto fusion, dove fanno cucina asiatica. La tizia è cinese e io ho preso il bibimbap. Fanno anche dei piatti giapponesi che sembrano ottimi."
Ora, io già alla parola fusion ho avuto la reazione epidermica di gesso sulla lavagna, ma è all'idea della cuoca cinese che cucina piatti coreani e giapponesi che ho rischiato la crisi ipertensiva. 
"Teodolindo, ma sei sicuro?!"
"Fidati! Fanno tutto in casa, in quella cucina a vista piccolina, e sono appassionati di fermentazione: kimchi, kombucha,..."

Il mio scetticismo era alle stelle, ma l'idea della piccola cucina e delle cose fatte tutte in casa, anche quelle lentissime, mi hanno convinto a lasciare a Jiep Jiep il beneficio del dubbio.

Alla fine, dopo ripetute insistenze, ci sono andata. 
E mi sono innamorata all'istante. 

Siamo entrati in una giornata freddissima. Il locale aveva i vetri appannati per il calore, il corto menu scritto su una lavagna, e un profumo inebriante di spezie. Tra i quattro piatti che cambiano ogni giorno, c'era effettivamente un po' di tutta l'Asia.
C'era anche il mapo tofu che è una di quelle cose per cui io ogni tanto ho le voglie. Presente quando cammini per strada alle nove del mattino e vieni folgorato dalla voglia di un cibo particolare e neanche tu sai perché, ma ne senti distintamente il sapore in bocca? Io ce l'ho con il mapo tofu. Mi viene voglia di quella sensazione di intorpidimento dato dal pepe di Sichuan che va a nozze con la scioglievolezza del tofu. Se è in menu, è difficile che io scelga altro.

"Tu prendi il mapo tofu, immagino", mi ha chiesto il Teodolindo con un sorriso sarcastico.
"No, voglio provare la zuppa di udon. È una vita che non la mangio", ho risposto io.

È arrivata la proprietaria. Una ragazza cinese sui trent'anni con un taglio di capelli stupendo alla Valentina di Crepax.
"Io prendo il bibimbap", dice il Teodolindo
"E per lei?", mi chiede
E in quel momento, mentre il mio cervello ordinava gli udon, ho sentito la mia voce dire "Io il mapo tofu". 
Il Teodolindo non ha ovviamente perso l'occasione per sottolineare la cosa. Non mi sono arrabbiata semplicemente perché stavo già bevendo uno dei kombucha migliori che abbia mai assaggiato: con more e cardamomo.

Sono arrivati i piatti.

Il bibimbap del Teodolindo e i due bicchieri di kombucha

Mapo tofu. Notare i fiori di loto a contorno.

Tutto era squisito, ma soprattutto sembrava cucinato da una zia che ti accoglie la domenica a pranzo e ti ha fatto i suoi piatti migliori. 
Abbiamo spazzolato tutto fino all'ultima briciola di tofu, poi siamo tornati al bancone per pagare.

E mentre aspettavo la transazione sulla carta di credito, ho scambiato due parole con la proprietaria e cuoca. Le ho detto che il mapo tofu era delizioso, e che mi piacerebbe imparare a farlo, ma non piccante perché anche il Sig. Tenace possa mangiarlo. 
Piccola nota, tale mia affermazione è da schiaffi in faccia per un cinese: sarebbe come se uno straniero andasse in un ristorante italiano a dire "Ottime le penne all'arrabbiata, mi piacerebbe tanto saperle fare, ma non piccanti". Sapevo di rischiare, ma non so perché quella signorina mi ispirava fiducia, e l'ho detta lo stesso.
Lei mi ha risposto: "Uhm, capisco. Ci penso un attimo a come si potrebbe fare, poi ti faccio sapere".
Mi ha spiazzato. 
Ho anche portato via da asporto un budino di tapioca al litchi, che il Sig. Tenace si è divorato a merenda, ascoltando i miei racconti su Jiep Jiep:
"È un ristorante cinese? Vengo anch'io la prossima volta?"

Il giorno stesso ho postato su instagram le foto qui sopra, ovviamente taggando il locale. E con mia enorme sorpresa, il giorno dopo, trovo un messaggio: era la proprietaria, e mi mandava la ricetta per fare il tofu non piccante. 
Da quel giorno abbiamo iniziato a messaggiarci. Mi ha mandato altre ricette, ci siamo raccontate pareri su cibi e stili di cucinare (lei, ad esempio, cucina proprio come le nonne: a occhio), e alla fine le ho chiesto se non sia disposta a darmi qualche lezione di cucina cinese. "Ci penso un attimo", mi ha detto. E io spero che vada a finire come la prima volta in cui mi ha detto quella stessa frase.

Lunedì ci portiamo il Sig. Tenace in pausa pranzo. Lui è come se ci fosse già stato e mi dice "Mamma, andiamo dalla tua amica?"

Ora, ditemi voi se questo non è il vero senso di avere un ristorante. 










Tuesday, February 19, 2019

Quando Montreal si fa perdonare

Io passo l'inverno di cui ho già parlato più volte, e resisto e a volte gliene voglio a 'sta città. Poi però lo so che arrivano giornate come quelle di oggi, in cui Montreal si fa perdonare ed è come se mi dicesse: "Lo vedi che ne vale la pena?"

È iniziata portando all'asilo la SignoRina, e già sapevo cosa mi avrebbe aspettato dopo essermi chiusa la porta dell'asilo alle spalle, perché quando vedi il cielo terso e il sole abbagliante a febbraio, sai già che la temperatura è da congelatore. Neanche a dirsi, l'autobus non arrivava e dopo aver aspettato dieci minuti (che dieci minuti a -22 sembrano 40, sappiatelo), ho deciso che, fanculo, avrei camminato. Anche perché il sole di febbraio è un sole che dà speranza e ti dice che la primavera arriverà prima o poi, tipo tra quattro mesi o giù di lì...

E va be', magari non frega niente a nessuno, ma io cammino verso il lavoro in giorni come questo, e mi sento fortunata perché questa è la strada che faccio. E non so a voi, ma a me pare niente affatto male.

Quest'albero, mon préféré, è quello che in autunno è così 


Eccoli, sullo sfondo, i palazzi di downtown

Tuesday, January 22, 2019

La tempesta del secolo

La famiglia Pautasso-Pisacane (che saremmo noi, oggi mi gira di chiamarci così) è rientrata in Italia per le feste. Dei quattro, chi ne è veramente uscita conciata per le feste è stata la SignoRina, che si è beccata la polmonite. Lei, la piccola, la mignon, la petit format. E così, mentre il Teodolindo ed il Sig. Tenace si imbarcavano per il volo di ritorno, io sono stata ad assistere la polmonitica fino alla completa remissione del quadro clinico.
"Mi raccomando", ci dice la pediatra dopo averci dato il via libera per rientrare in Canada, "deve evitare di prendere subito altri germi e poi fate attenzione a non farle respirare aria fredda!".

Già. A Montreal a gennaio. Facile.

Siamo rientrate venerdì scorso, giusto in tempo per la tempesta del secolo. Pare non ci fosse una tempesta di neve a temperature così rigide dal 1920. Di solito o ci becchiamo valanghe di neve, o temperature polari. Le due insieme ci vengono risparmiate. Non stavolta.



Le temperature da sabato a oggi sono state queste (come sempre bisogna guardare il numero più piccolo, la temperatura percepita)


Notare che il -32 si registrava oggi alle 11 del mattino, immaginate voi cosa non era alle 7.30 quando io e il Sig. Tenace uscivamo di casa. La SignoRina l'abbiamo avvolta come una mummia prima di portarla all'asilo. Lei protestava, ma la precauzione prima di tutto. Da oggi pomeriggio le temperature dovrebbero alzarsi, se così si può dire.

Durante il fine settimana siamo rimasti sigillati in casa, con l'unica eccezione del Teodolindo uscito a recuperare un po' di viveri e tornato viola in volto. Abbiamo cercato di ammazzare il tempo con grandi partite a carte, lettura di libri, ed esperimenti scientifici:

Un bicchiere di acqua calda lanciato a -35 cristallizza all'istante. La formula magica non è necessaria, ma fa scena.




Ora, si dirà, "sono pazzi questi canadesi", e in effetti lo sono, ma vi assicuro che stamattina, con il cielo blu e il sole abbagliante, Montreal era spettacolare. Gelida e spettacolare.





Friday, June 1, 2018

Quando uno di noi passa la notte in ospedale...

...e quando quel qualcuno è la Kinta, si tratta di un evento eccezionale. 

La Kinta, miglior amica del Sig. Tenace da ben tre anni, sua compagna di ogni notte, quinto membro della nostra famiglia, viaggiatrice con noi ovunque in giro per il mondo, dicevo la Kinta mostrava da tempo i segni di questi tre anni avventurosi e un intervento di chirurgia estetica si rendeva sempre più necessario.
Fortuna vuole che non troppo lontano da casa nostra ci sia un ospedale per i pupazzi.

Raplapla - hôpital pour personnes en tissu


Un ospedale serio, eh, mica un gioco.

La dottoressa cura tutto: emergenze, chirurgia dell'occhio, overdose di detersivo, incidenti causati da fratelli,...
Il "paziente" si deve presentare accompagnato dal proprietario, che è colui con cui la dottoressa valuta la diagnosi e l'intervento. 
"Se il genitore vuole rifare tutta l'imbottitura, ma al bambino piace che il suo peluche sia più molle, io ascolto lui!".
E così ha fatto con la Kinta e il suo padrone. Il Sig. Tenace ha potuto toccare con mano l'imbottitura che andrà nella pancia della Kinta e dare la sua approvazione. 

Il Sig. Tenace fuori dalla clinica

Tutto era programmato, visto che bisogna prendere appuntamento, e il Sig. Tenace ha potuto prepararsi alla separazione di una notte. L'intervento infatti, per nostra fortuna, non dovrebbe richiedere una degenza prolungata.
 
I letti d'ospedale con tanto di cartella clinica. La nostra beniamina occupa il numero 7.

Il Sig. Tenace sistema il lenzuolo sulla Kinta. In primo piano i due occupanti del letto 4.


E infine la Kinta in attesa del chirurgo. Da notare, hanno dato anche a lei un pupazzino gufo per tenerle compagnia.

La separazione, nonostante tutto, non è stata completamente indolore. Il Sig. Tenace era visibilmente emozionato. Le ha rimboccato le coperte più volte e, quando siamo usciti ed eravamo già in bici, mi ha fermata: "Aspetta! Non ho detto alla Kinta che torniamo a prenderla domani!"
Io ci ho provato: "Gliel'ho detto io, andiamo!"
"Come gliel'hai detto tu?! Non ho sentito"
"Gliel'ho detto in inglese See you tomorrow!"
"Lei non capisce, torniamo indietro"
Ho dovuto girare la bici per permettere al Sig. Tenace di rientrare per un'ultima coccola.
Oggi pomeriggio andiamo a prenderla, sempre che la paziente non abbia avuto complicazioni e non sia dimissibile.

Ieri quando ho chiesto alla dottoressa quanto ci sarebbero costati l'operazione e il ricovero, sono rimasta stupita da quanto economico fosse. 
"Sa, rispetto a voi medici" mi ha detto "qui noi risparmiamo sull'anestesia!" ;)






Tuesday, April 10, 2018

La stagione dell'amore e delle tasse


E no, mio malgrado con aprile non giunge la stagione dei parallelogrammi, che anch'io come Sage Boggs avevo ben studiato a scuola, ma quella delle tasse.
Però, con essa, arriva anche il giorno in cui da anni il Teodolindo ed io ci diamo appuntamento in centro città per incontrare il nostro contabile e quel giorno è uno dei nostri preferiti di tutto l'intero anno.
Il nostro contabile è un ex impiegato dell'Agenzia delle Entrate del Quebec. Monsieur Elle ha circa 70 anni, molti dei quali spesi studiando alacremente le imposte altrui e ci si è appassionato al punto da non capire come gli altri non possano essere altrettanto entusiasti dell'intero processo di tassazione provinciale e federale. A noi ricorda spaventosamente l'ispettore fiscale de La cena dei cretini, questo qui se avete presente



Lo incontriamo all'Agenzia delle Entrate, in fine mattinata, e lui ci riceve sempre vestito con camicie dai colori sgargianti - oggi rosso fragola - su cui abbina una cravatta regimental in tinta.
Noi arriviamo a modo nostro: io trafelata mi catapulto a piedi giù dal lavoro, con nello zaino i miei documenti e ricevute per la mia parte di dichiarazione. Includono fotocopie, fogli stampati due minuti prima sul retro di articoli scientifici, scontrini sbiaditi. Il tutto ficcato nello zaino così come viene.
Il Teodolindo giunge in metropolitana, fresco come una rosa, con la sua cartelletta di scartoffie che ha ordinato per argomenti (rimborsi medici, spese di trasporto pubblico, ricevute di donazioni a enti) e di cui ha fatto poi un prospetto riassuntivo.
Io sono scoglionata e penso solo al dopo incontro, il Teodolindo è eccitato come un bambino perché a lui piace imparare robe nuove sul sistema fiscale canadese e gli piace sentirsi dire che ha fatto un bel lavoro nell'organizzare le ricevute, a differenza mia.
Di solito Monsieur Elle inizia con me: "Vediamo cosa mi hai portato". Non si capisce bene perché ci dia del tu, ma tant'è e io gli do il mio plico. Poca roba in effetti, visto che il mio lavoro è esclusivamente da dipendente di un solo datore. In due minuti ho finito, mi rilasso e mi godo quel che sta per arrivare, perché da sempre, se io sono quella che fa le cose all'ultimo minuto dopo dieci promemoria del Teodolindo "Ricordati che martedì andiamo da Monsieur Elle!", il mio sposo è quello che, nonostante l'organizzazione maniacale, dimentica immancabilmente qualcosa. Ma sempre qualcosa di grosso, eh! Con Monsieur Elle che si stupisce "Ma come? Non mi hai portato la ricevuta dell'assicurazione medica?", e il Teodolindo costernato che evita di guardarmi perché sa che io ho il mio sorrisino compiaciuto sulla faccia.
Oggi riflettevo sul fatto che io aspetto puntualmente quel momento perché mi ricorda di come io e il Teodolindo siamo diversi e forse è anche questo l'ammmore tra noi. Il guardarci così diametralmente opposti  - io che sbircio instagram mentre Monsieur Elle parla e mi becco le occhiatacce del Teodolindo, e il Teodolindo che fa domande sulle riforme e io che lo fulmino per intimarlo a piantarla lì che chi se ne fotte delle riforme fiscali del Quebec- e riuscire a sorridere a vicenda per l'irritazione che l'atteggiamento dell'altro ci provoca.
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Monsieur Elle ogni volta riesce a congedarci dicendo qualcosa di inappropriato, e spesso lo fa volendo invece essere simpatico. Un anno è il commento sugli italiani, un altro sui cinesi, quest'anno è riuscito a dirci "Ah avete avuto una bambina! Sarete contenti adesso di averne una davvero vostra, non come il primo!". Gelo.

Salutato Monsieur Elle, ci aspetta un signor pranzo nel ristorante giapponese proprio di fronte all'Agenzia delle Entrate, zona in cui altrimenti non andiamo mai, anche perché il ristorante è chiuso nel fine settimana.
Il pranzo non solo è un tuffo nel passato che ci riporta al nostro viaggio di nozze in Giappone e uno degli ormai pochi pranzi romantici noi due soli, ma è anche un momento che fa da segnatempo: ci ricordiamo a vicenda che tre anni fa ci eravamo venuti soli e che faceva un freddo becco, che due anni fa ci eravamo portati dietro il Sig. Tenace che ancora non andava all'asilo e che l'anno scorso non si era fatto nessun pranzo perché io ero dilaniata dalle nausee.

Finito il pranzo di solito ci salutiamo, ognuno ritorna al proprio lavoro, tranne quest'anno che siamo addirittura rientrati a casa insieme visto che siamo nel periodo di passaggio di consegne tra il mio congedo di maternità e il suo di paternità.

E tornando all'inizio del post, adesso che ci penso, se questo giorno è uno dei nostri preferiti di tutto l'intero anno forse siamo messi un po' male.

Monday, October 16, 2017

Lanterne cinesi

Ogni anno in questa stagione, il giardino botanico cinese di Montreal si anima di mille lanterne.


Si varca la soglia e lo spettacolo inizia


Il Sig. Tenace prende le misure e si chiede come mai non possa essere lui a portare il drago




Il tema di quest'anno sono i draghi, ma una fenice non poteva mancare

E poi lui, sua maestà il drago che guarda i visitatori dritto negli occhi.




Tutto ciò per dire: se capitate a Montreal in autunno, non perdetevi l'evento.

Thursday, April 6, 2017

Il mio comodino. Marzo 2017.

Ok, sono in ritardo di un qualche giorno, ma questo era il mio comodino il giorno 26 marzo scorso.





Sorvolo sulla presenza di Clifford cane rosso e del preziosissimo olio Vea.

Ho iniziato a leggere il primo romanzo di Xinran, "Baguettes chinoises", che non è stato tradotto in italiano, almeno per quanto sono riuscita a cercare.
Xinran è una giornalista cinese, ora residente a Londra, nota per il libro di inchiesta "Le figlie perdute della Cina".
Pur essendo "Baguettes chinoises" un romanzo, lo stile giornalistico ne esce prorompente, complice anche il fatto che la storia è fortemente ispirata a quella di tre donne incontrate da Xinran.
Il titolo fa riferimento al fatto che in alcune zone della Cina rurale, anche ai giorni nostri, i figli maschi sono considerati le travi su cui si regge la casa, mentre le figlie femmine non sono altro che semplici "bacchette": utili nella vita di tutti i giorni, ma fragili.
Io lo sto leggendo d'un fiato.
E adesso divento autoritaria: se non avete mai letto nulla di Xinran, iniziate ora. E per favore iniziate da  "Le figlie perdute della Cina". Tra l'altro, da questo libro, è poi nato tutto quello che è diventato The Mothers' Bridge of Love, libro per bambini compreso.

Dal libro Motherbridge of love


L'altro elemento sul comodino è L'Itineraire, periodico venduto per strada e scritto da persone itineranti (o forse in italiano si dice senza fissa dimora? non lo so più...).
Lo compriamo regolarmente e ci ha cambiato il modo di vedere l'itineranza e di conseguenza di approcciarci alle persone che vivono in situazioni anomali.
Un articolo mi ha particolarmente colpito; si intitolava "Tutte quelle cose che dormono al caldo". L'aveva scritto un uomo sui 50 anni, abituato a cercarsi un riparo per la notte, cosa particolarmente complicata nell'inverno canadese, quando una notte passata fuori può voler dire morire di freddo. Quest'uomo, con una leggerezza sorprendente, raccontava di aver trovato rifugio, una sera, in un capanno degli attrezzi per la pista di pattinaggio di un parco (tra l'altro proprio nel nostro quartiere).
"Incredibile - scriveva - avevano dimenticato la porta aperta ed il capanno era pure riscaldato! Ho dormito tra le reti e le mazze da hockey ed è stata una notte da favola". 

La notte successiva ovviamente il capanno era chiuso, ma fortunatamente è riuscito ad intrufolarsi nel parcheggio sotterraneo di un palazzo. E di nuovo, con sua sorpresa, il parcheggio era riscaldato!
"Mi sono addormentato, tra le macchine, pensando: pero', tutte queste cose che dormono al caldo! Che fortuna che hanno."

Wednesday, February 1, 2017

Vegliare

Vegliare.
Ho sempre amato questo verbo; racchiude l'essere all'erta, l'attesa e la speranza.

È quel che in molte città del Canada si è fatto due sere fa, ventiquattro ore dopo la strage di Quebec City. A Montreal l'evento è stato organizzato nel giro della mattinata da quattro giovani cittadini che non credo sperassero di ottenere una tale risposta.
Undicimila persone.
Tutte radunate nella piazza di fronte al Metro Parc, scelto perche vicino ad una moschea, nel cuore di uno dei quartieri a più alta concentrazione di abitanti di religione islamica.
Undicimila persone che hanno scelto di esserci alle sei di sera di una giornata di gennaio con temperatura a -18 e venti gelidi.
Noi non abbiamo esitato un attimo. O forse un attimo sì, viste le temperature, e ci chiedevamo
"Siamo degli irresponsabili? Portare un bambino di neanche 4 anni ad una veglia alle sei di sera, ora in cui i bambini nordamericani di solito hanno già cenato e son quasi in pigiama?!"
L'esitazione è durata giusto un attimo, poi eravamo tutti e tre sull'autobus che ci portava alla manifestazione. Ci siamo subito rilassati quando abbiamo visto che no, non eravamo gli unici con bambini. Al contrario di bambini ce n'erano una marea, anche più piccoli del Sig. Tenace. In effetti potevamo immaginarlo, visto che noi stessi avevamo saputo dell'evento tramite i genitori dei compagni di asilo del Sig. Tenace.


link


Il messaggio era chiaro: non si era lì tutti insieme solo per ricordare e stare vicini ad una comunità ferita.
Si vegliava anche per trasmettere ai figli che Montreal, come il resto del Canada, vuole essere "stronger not in spite of our differences, but because of them".




Alcuni signori di una certa età hanno visto il Sig. Tenace, ben coperto nella sua tuta da sci, e ci hanno chiesto "È la sua prima volta? Benvenuto!". Sì, e di sicuro non sarà l'ultima.

Ieri mattina leggevo uno schifo di articolo di una psicoeducatrice che suggeriva di non parlare di questi eventi ai bambini in età prescolare e, nel caso in cui, per sbaglio, questi venissero esposti alla notizia dire loro cose tipo "Non so perché quel signore l'abbia fatto" per evitare che al bambino venga poi l'ansia da "uomo cattivo". Ma dico, scherziamo!?

Il Sig. Tenace sa perché siamo stati in piazza.
Sa che c'è stato un uomo biondo con gli occhi azzurri che ha fatto molto male a delle persone perché erano diverse da lui e perché sono della religione di Ratiba, una delle sue maestre.
Sa che quel signore adesso è con la polizia che fa in modo che non faccia più male ad altre persone. Sa anche che tutta quella gente era in piazza per dire che quello che è successo è sbagliato e, a differenza del signore biondo, tutta quella folla vuole vivere in mezzo a persone diverse da loro.

link



























Come si diceva alla fine di un film

I genitori hanno due compiti fondamentali. Il primo è quello di difendere il proprio figlio dalla malvagità del mondo. Il secondo è quello di aiutarlo a riconoscerla.

Tutti quei bambini.
L'altra sera siamo tornati a casa con la speranza nel cuore.



Tuesday, January 10, 2017

When in Canada...

...do as Canadians do.
O, parlando come magnamo, "paese che vai, usanza che trovi".

Stamattina ho accompagnato all'asilo il Sig. Tenace. Succede di rado, poiché di solito è il Teodolindo a portarlo ed io a recuperarlo, ma stasera lavorerò fino a tardi così ci siamo invertiti il compito. Non che mi dispiacesse, anzi, perché oggi è un giorno speciale: da oggi, ogni martedì fino a marzo, la classe del Sig. Tenace e quella dei bambini di un anno più grandi andranno a pattinare sul ghiaccio.




Il Sig. Tenace era eccitato e io forse più di lui. Si è caricato sulle spalle il suo zainetto con dentro i pattini e il caschetto appeso fuori. Poi ci ha infilato anche due cerotti, non si sa mai.

Siamo arrivati all'asilo e ho potuto vedere 16 infanti tra i 3 e 4 anni galvanizzati, tutti con già addosso la tuta da sci, guanti e cappello e sulla schiena lo zaino con il prezioso contenuto. Ora, la regola è che lo zaino debba essere di dimensioni e peso tale da poter essere portato dal bambino. Per la stazza e forza del Sig. Tenace non è affatto un problema, ma io vedevo alcune sue compagne che pesano quei 6-7 kg meno del nostro eroe e mi chiedevo non tanto come arrivino alla pista da pattinaggio, ma soprattutto come possano ritornare indietro dopo aver pattinato per due ore a -15 gradi.

Le maestre erano le più rilassate del mondo. Ben abituate a portarli fuori ogni giorno, non erano sicuramente spaventate da un laghetto ghiacciato con sopra 16 bambini sui pattini, mentre la parte pessimista che è in me immaginava scenari con traumi cranici e dita amputate da pattinatori in erba.
Quando ce l'avevano comunicato il Teodolindo ed io avevamo strabuzzato gli occhi: "Ma come?! A questa età? Sul ghiaccio? Ma sono piccini!". La maestra del Sig. Tenace aveva sorriso bonariamente: "Qui in Canada tutti sono sui pattini a tre anni!".

Per alcuni bambini sarà la prima volta in assoluto sui pattini, per il Sig. Tenace la seconda. Non potevo perdermi il suo battesimo del ghiaccio, perché a me pattinare piace proprio tanto, e così qualche giorno fa l'abbiamo portato al Lac aux Castors, accompagnati da amici provetti pattinatori che l'hanno aiutato in modo superbo (Grazie Silvia S.!). Questa una foto di quel giorno.

Ancora troppo affascinato dai pattini per alzare la testa...


L'altra abitudine tipicamente canadese che ormai abbiamo sdoganato è il pisolino sul bob. Non potendo, quando c'è troppa neve, usare il passeggino, qui si utilizzano bob e slittini per trasportare i bambini. E così ogni tanto si vedono genitori che tirano bob con dentro bambini dormienti. Lo scorso inverno il Sig. Tenace è sempre stato troppo eccitato dall'usare il bob per contemplare l'idea di dormirci dentro, mentre quest'anno le cose sono cambiate e questo era lui il 31 dicembre scorso, mentre eravamo usciti per fare due commissioni:

Coperto di neve, il Sig. Tenace se la dorme mentre il Teodolindo gli sistema dentro il bob la gamba che oramai faceva da spazzaneve 


Il Teodolindo, chi lo conosce di persona può immaginarselo, era a dir poco imbarazzato: "Mi sembra di portare in giro una salma!". Sorrideva ai passanti, peraltro per nulla sconcertati dal Sig. Tenace ronfante, e diceva: "Sta dormendo!". Quelli lo guardavano come dire "Embe'?! Sai che roba!".
Boh, forse le abitudini le stiamo prendendo, ma dentro siamo ancora molto italiani...





Nota: può darsi che le foto del Sig. Tenace, per quanto in esse sia poco riconoscibile, scompaiano dal post tra qualche giorno. Avviso per chi dovesse passare di qua in futuro.



Friday, November 25, 2016

L'effetto Trump al di là del confine - post n.1

Cosa vuol dire in Canada che i vicini del piano di sotto abbiano eletto Donald Trump come prossimo presidente?
Come hanno reagito i Canadesi?

Prima di parlare dell'effetto Trump da questa parte del continente nordamericano, c'è bisogno di qualche premessa utile per capire le relazioni tra i due Stati. Per non appesantire il post, do la precedenza alle immagini, anche perché questo non vuol essere un'analisi sociologica e politica, ma solo il punto di vista di un'immigrata che guarda con occhio ibrido il mondo che la circonda.

Come gli Americani vedono il Canada
-Per gli Americani in genere, il Canada è uno stato socialista. Per fare un esempio, nel 2013 ero ad un congresso di neuroradiologi americani a San Diego e si discuteva la riforma Obamacare. 'Sti neuroradiologi americani, che neanche vi potete immaginare quanto guadagnano, erano terrorizzati dall'impatto della riforma sul loro stipendio. Ad un certo punto una tizia è salita sul podio al microfono e ha detto: "Ma vi rendete conto? Qui rischiamo di diventare come i Canadesi!". Orrore.

-Negli Usa le battute sui Canadesi gentili, cortesi e remissivi sono un classicone


"Canadian Graffiti", in un episodio dei Simpson


-Un altro super classico è che gli Americani pigliano per i fondelli i Canadesi, ma ogni qualvolta le cose girano male negli Usa iniziano a dire "Male che vada ci trasferiamo in Canada!". Seriamente.
Prima delle elezioni, in rete giravano questi poster



E la notte dell'elezione, il sito di Canada Immigration è andato in tilt.

Siamo davvero in uno Stato socialista?
Ma neanche per un cazzo.
I liberali canadesi sono conservatori per noi Europei. Il Sistema Sanitario, di cui per inciso i Canadesi si vantano, è pubblico per modo di dire. Certo, non stiamo come negli Usa, ma neppure come in Europa. Qui, per farvi un esempio, gli esami diagnostici sono gratis, ma i farmaci si pagano. Quando si discute la terapia di un paziente con tumore, si guarda prima la sua assicurazione per capire quanto sarà rimborsato o se non dovrà fare un mutuo per pagarsi la chemioterapia. Socialisti?

Chi c'è al Governo
Qui sta l'enorme differenza con gli Usa e anche con il resto del mondo.
I Canadesi, nel novembre 2015, dopo nove anni di governo conservatore, hanno eletto il Sig. Justin Trudeau, liberale, classe 1971, figlio di uno stimato ex-primo ministro.
Signore e Signori, vi presento il Sig. Trudeau:






Questo è il governo da lui formato:


50% donne, 50% uomini. Cinque minoranze razziali visibili, tra cui due ministri autoctoni (mai capitato prima). Un ministro con disabilità motoria. A proposito di rappresentare e dar voce alle minoranze...

Quando un giornalista gli ha chiesto:
"Come mai un governo in cui donne e uomini sono presenti in egual numero?"
Lui ha laconicamente risposto:
"Because we are in 2015"

Inoltre
-Ha parlato alle Nazioni Unite sulla situazione delle donne (video) dicendo più o meno
"Ogni volta che dico che sono femminista, la gente applaude e si esalta, invece non dovrebbe essere un'affermazione che crea una tale reazione. Continuerò a dire forte e chiaro che sono femminista fino a quando le mie parole susciteranno solo un'alzata di spalle. "
 -È stato il primo Capo del Governo a partecipare al Gay Pride di Toronto;



-Ha attuato da subito una politica ambientale aumentando progressivamente il prezzo del carbone e minacciando di commissariare le singole province che non si adeguano.



Abbiamo di fronte una speranza della politica internazionale o solo un gran paraculo? Forse un po' di entrambe le cose.
Io resto scettica e lo aspetto al varco perché un anno di governo è troppo poco per formulare giudizi.

Quel che è indubbio è che le parole di chi governa contano, anche solo le parole prima dei fatti, ed hanno una ricaduta enorme su come i cittadini vivono e si comportano.

Detto questo, qualcuno di voi si sarà fatto un'idea su come possano aver reagito i Canadesi alla vittoria di Trump. Ma le cose non sono così semplici come sembrano e di questo parlerò nel prossimo post...

Wednesday, November 16, 2016

Una cosa bella

Ho pensato che in questi giorni abbiamo bisogno di cose belle.
E magari anche di cose sublimi.

Per me una delle cose più belle di Montreal, ogni giorno dell'anno, ma più che mai in autunno, è questo albero. Il mio amato. Lo vedo almeno una volta al giorno. Fa più lui che tante parole, a volte il solo vederlo mi aggiusta la giornata.



Ah, per la cronaca. La foto è stata scattata qualche settimana fa e non ha alcun ritocco ai colori. È così al naturale.

Friday, November 11, 2016

So long, Leonard

Leonard Cohen è morto come quelle persone che quando muoiono si portano dietro un pezzo di città e nello stesso momento, in quella città, diventano eterne.



Non poteva morire in un giorno diverso. Qui a Montreal è una perfetta giornata di autunno. C'è il sole, c'è il vento, c'è il freddo pungente, ci sono le foglie gialle più del sole. E le persone si stringono nei colli delle loro giacche e tu puoi giurarci che in testa hanno

Yes, and Jane came by with a lock of your hair
She said that you gave it to her
That night that you planned to go clear
Did you ever go clear?

Si respira Leonard Cohen oggi a Montreal.
A Place du Portugal, su cui si affaccia la sua casa.
A Westmount dove è nato.
Nel Mile End dove è impossibile non immaginarlo.

Leonard Cohen e Montreal è il paradosso.

Lui che da Montreal è fuggito sapendo di appartenervi per sempre. Fuga e rifugio, scrivono i giornalisti.
Lui che di Montreal diceva
I have to keep coming back to Montreal to renew my neurotic affiliations.
E anche

I feel at home when I’m in Montreal, in a way that I don’t feel anywhere else. I just love it. I don’t know what it is, but the feeling gets stronger as I get older.

Lui che in modo unico sapeva incarnarne la malinconia e la joie de vivre assieme.
Lui che ne cantava il sacro con sguardo da non credente.
Lui che per sempre sarà la colonna sonora sussurrata di una città intera.

Oggi, a Montreal, la morte di Leonard Cohen ne celebra la presenza.



There is a crack in everything 
That's how the light gets in.





























[Foto dal The Globe and Mail]

Tuesday, October 4, 2016

Biciclette e Alouettes

Post in diretta.
Sempre in merito al mio posto di lavoro, piuttosto assurdo.

È da stamattina che sono al telefono con le Alouettes di Montreal, colpevoli di avermi portato via la bici domenica scorsa.



Giovedì io ero partita per il lab retreat (segue post), lasciando la mia bici legata alla cancellata sotto gli spalti, come sempre. Recidiva, avevo dimenticato di controllare il calendario delle partite e questi energumeni che si lanciano la palla e si provocano traumatismi cranici giocavano proprio domenica. Quindi, chi organizza loro le partite ha pensato di tagliare il mio lucchetto e portare via la bici.
Dove essa sia resta per ora un mistero.
Ho già parlato con quattro persone diverse che si rimpallano la responsabilità.
Quelli della security di McGill mi han consolato dicendomi che non sono l'unica a cui sia successo. Oltre a telefonare, mi sto anche scambiando email con gli altri malcapitati, per capire come ritrovare le disperse.



Aggiornamento (7 ottobre): Bici ritrovata! Era in un deposito sotto lo stadio :)))

Monday, September 26, 2016

La domanda della domenica

Domenica di sole abbagliante e cielo blu e inizio di aria autunnale.
Passeggiamo dopo essere andati a Messa, è mezzogiorno e chiedo al Sig. Tenace:

"Sig. Tenace, dove vuoi che mangiamo oggi? A casa o da Derek?"

E lui senza la minima esitazione, con un ritardo di nemmeno un nanosecondo rispetto alla fine della mia domanda, urla

"Derek!!"

Bravo, risposta giusta.

I pancakes della Maison Publique.

Monday, August 29, 2016

Post sconclusionato sul mio luogo di lavoro

Io lavoro qui.
Praticamente ad Hogwarts.


Per esser precisi, lavoro nel primo edificio a destra, quello sullo sfondo rispetto alle due torri, che alle due torri è collegato tramite un passaggio sospeso al terzo piano.
L'ospedale è stato voluto cosi da due signori scozzesi (ma va'!? Chi l'avrebbe mai detto?!) nel 1893. Fino all'anno scorso tutto il "castello" era occupato dall'enorme ospedale generale e, di lato, dal suo affiliato istituto neurologico (eccomi!).  La struttura è a dir poco fatiscente e dai costi di mantenimento proibitivi, quindi tutto il Royal Victoria Hospital è stato trasferito in un mega-polo ospedaliero fuori dal centro della città. Siamo rimasti noi e il castello semi vuoto.

Il Castello è a ridosso della montagna e ha più ingressi, di qua e di là dal monte. Il che vuol dire che si potevano ricevere indicazioni come la seguente:
"Prenda l'ascensore fino all'ottavo piano, faccia il corridoio alla sua destra fino ad un altro ascensore e quindi salga al terzo piano."
"No, scusi, se arrivo all'ottavo piano, poi scendo al terzo!"
"No, sale al terzo piano, perché dopo il corridoio l'ottavo piano diventa il primo piano".
Inutile dire quanti pazienti si perdessero regolarmente. Il Teodolindo, che era seguito lì per la celiachia, ogni qual volta dovesse fare una visita medica, mi chiedeva di accompagnarlo perché "poi so già che mi perdo e ti telefono e mi devi venire a recuperare".

Dal lato opposto alla montagna, l'ospedale dà direttamente sullo stadio Molson, dove giocano in casa i Montreal Alouettes, squadra della McGill di football americano.

Questa è la vista dalla finestra di dove lavoro io:

Io dalla mia finestra vedo lo stadio


Quando è giorno di partita, l'ospedale diventa un bunker blindato, in cui è difficile entrare ed è quasi impossibile uscire. Tutti gli accessi tradizionali sono bloccati e si deve fare un giro dall'alto. Conosco medici che vengono al lavoro alle sei, in quei giorni, per non dover fare giri dell'oca passando per il monte, pur di entrare a lavorare. Poi non sanno più come andare a casa.

Io immancabilmente dimentico quando giocano gli Alouettes e arrivo bella bella fischiettando in bicicletta quando vedo i posti di blocco che mi indicano che no, non posso proprio passare da lì. Per la cronaca, io di solito arrivo da dietro gli spalti, più o meno dove c'è il riflettore nella seconda foto. Nei giorni di partita quella zona è off-limits.
Così è stato venerdì scorso, quando ho dovuto scarpinare su per la montagna, dove ci sono le residenze studentesche, per poi ridiscendere. Ero in ritardo, così ad un certo punto ho pensato di tagliare su per il prato. Ero lì che imprecavo, contro me stessa che non guardo il calendario e contro gli Alouettes che fanno pure uno sport da traumi cranici, e vedo qualcosa che si muove accanto a me.
Una marmotta.
Tranquilla paciosa che fa colazione sul prato, e poi se ne va giù per il suo cammino.

la foto non è mia e la marmotta non so se sia la stessa vista da me, ma ci assomiglia molto


Niente, io penso che lavoro in un posto abbastanza assurdo.

Monday, August 8, 2016

Un'altra idea di vacanza

A giugno siamo stati due settimane in Italia e chi vive lontano sa che il rientro in patria non coincide quasi mai con il concetto di "vacanza", visto che si passa il tempo tra una visita ad una zia e la cena con gli amici che non si vedono da mesi. Bello, ma non propriamente riposante.

Così, fin da prima di partire, il Teodolindo ed io avevamo concordato che, lungo l'estate, avremmo preso ancora qualche giorno di ferie da trascorrere in qualche bell'angolo del Quebec, soli noi tre.

Invece poi, riflettendoci, abbiamo capito che più che di momenti in famiglia avevamo bisogno di tempo per noi due soli, perché, come si dice in francese
Le premier enfant du couple est le couple.

o, parafrasando in italiano, "il primo figlio di ogni coppia è la coppia stessa".

Non potendo, però, e non volendo, lasciare il Sig. Tenace ad altri per tempi prolungati, ecco quindi che ce ne siamo venuti fuori con un'idea alternativa di vacanza. Questa.

Almeno una volta a settimana il Teodolindo ed io sgattaioliamo fuori dal lavoro e ci prendiamo delle lunghe pause pranzo. Ci diamo appuntamento in un locale in cui non siamo mai stati, e ci facciamo dei signori pranzi. E ci godiamo il fatto che i camerieri ci guardino o come due turisti in vacanza o come una coppia galeotta ("Conto insieme o conti separati, signori?").
Così facendo abbiamo scoperto alcuni posti che si sono rivelate piacevoli sorprese, soprattutto per i dettagli

Il nostro tavolo da Butterblume

Il nostro pranzo da Butterblume. Ravioli divini.

Il decoro e le stampe giganti del Cafe Falco (foto da qui). Ne voglio una.

Infine, lunedì scorso era un giorno di ponte per dove lavoro io. Non ho ben capito che ricorrenza fosse, ma si stava a casa. Il Teodolindo si è preso un giorno di ferie pure lui, abbiamo portato il Sig. Tenace all'asilo, come sempre, e poi ci siamo goduti una giornata intera per noi.

Non capitava da più di un anno. All'inizio sembravamo due adolescenti. Elettrizzati, e un filo ridicoli.

Avevamo deciso di dedicarci ad esplorare una zona della città che ci piace, ma non conosciamo molto: la vecchia Montreal, ovest. Quartiere elegante, altero. Da visitare con il naso all'insù.

Vieux Mtl West by Absurde Production (ovvero il nostro amico Roberto) on Vimeo.


Esplorare, per noi, significa girare senza meta, fermandoci per un caffè

Tommy's è il nostro nuovo coup de coeur. Foto da qui.

I nostri due "latte" con torta al limoncello senza glutine. Si scioglieva in bocca. Meravigliosa.



scoprendo nuovi artisti,



Feed. Lysanne Pepin, 2011.



poi pranzare all'ora che capita, prendendoci pure un cocktail perché siamo in vacanza, diamine!

Venice Montreal. Ovvero, la California in Quebec :)


Tacos, altro piatto in stile Pacific Beach e cocktail vodka e altra roba.


Alla fine, dal sentirci due ragazzini al primo appuntamento, siamo presto tornati ad essere quel che siamo: la miglior compagnia, l'uno dell'altra. E facciamo già programmi per il prossimo lunedì di vacanza insieme [a inizio settembre :)]