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Tuesday, May 21, 2019

L'amore secondo Phillip

Il punto è che io amo Phillip Lim. Amo quello che fa e soprattutto quello che dice.
Ne avevo già parlato qui, a proposito dei giorni in cui era stato eletto Trump, e di come la sua risposta a quei tempi bui fosse la ricerca della grazia.

da qui


Che poi il bello è che le sue parole sono sempre misurate, sussurrate, sommesse.
Ultimamente è stato in due occasioni che le sue parole mi hanno colpito dritto nell'anima e mi hanno fatto pensare che meglio di così, quella roba lì, non poteva essere detta.

La prima.
Phillip Lim ha scritto un libro di ricette, molto intimo.
L'intera prefazione è il manifesto di come Phillip Lim (ed io, uguale uguale!) veda il cibo e l'atto del cucinare.


Il cibo per me è amore; l'amore che sogniamo, l'amore che doniamo e l'amore che riceviamo. Ricordi di amore che sostengono e nutrono ben più delle nostre pance.

Ed è così che ha intitolato il libro, More than our bellies.
Il titolo più bello del mondo, per un libro di cucina.




Lui lo dice fin dalla prefazione: non è un cuoco, non pretende di esserlo, e il libro non è il tradizionale libro di cucina. Le ricette raccolte sono personali, a volte esageratamente semplici, ma sono quelle che nel corso degli anni gli hanno permesso di esprimere se stesso e condividere con altri la gioia del cibo.
Volutamente, nel libro non ci sono le foto dei piatti descritti, perché non vuole che si aspiri ad un risultato. Al contrario, desidera che i lettori si approprino di quelle ricette e le facciano loro. E come potevo non amarlo?!


La seconda.
In occasione della festa della mamma, Phillip, che ha un amore ed una riconoscenza infinita per sua madre e per i sacrifici che questa ha fatto per lui e i suoi fratelli, ha scritto solo due righe.
Due righe che racchiudono tutto.

dal profilo instagram di Phillip Lim

E questo è l'augurio e la preghiera che io faccio a me stessa: che io possa insegnare ai miei figli che l'amore è un azione, non un sentimento. Non avrei potuto dirlo meglio.



Wednesday, November 7, 2018

Quelli che i libri...



Ieri accompagno a scuola il Sig. Tenace in metropolitana, come sempre. Lì  attaccati al palo, pigiati da mille pendolari che vanno in centro, gli dico:
"Domani, quando vengo a prenderti, vieni con me in biblioteca?"
Lui, quasi urlando dall'orrore della proposta: "Nooo, non mi piace la biblioteca!". Lo dice sottolineando con disgusto il "non mi piace". Gli altri ci guardano, pensano che debba avergli proposto di andare dal dentista.
"Ma come?", dico io "Mi sembra proprio che ti piacciano i libri!"
"I libri mi piacciono. Non mi piace restituirli."

E ammetto che come ragionamento ha una sua logica.

Ora, andiamo in biblioteca perché mi sono stufata di non leggere. Non voglio auto-rigirarmi il coltello nella piaga, ma da un anno a questa parte non si dorme e visto che io leggevo prevalentemente prima di andare a dormire, l'atto della lettura è svanito con quello che di solito lo seguiva.

Ma adesso basta. Si deve ricominciare. Ho sul telefonino una lista di libri che mi sono segnata da mesi, ogni volta che ne sentivo parlare alla radio, o ne leggevo su blog amici (Amanda, ti fischiano le orecchie?), o su facebook.

In cima alla lista stanno due tomi:
Résultats de recherche d'images pour « Marx et la poupee »

Mi ha incuriosito un'intervista all'autrice, di origine persiana trapiantata in Francia, e mi è poi bastato leggere questo frammento, in cui l'autrice si riferisce alla sua lingua materna, il persiano, per volerlo avere assolutamente.

"La petite fille comprend qu’ici, il ne sert à rien de le parler. Personne ne lui répondra. Alors il se passa quelque chose d’étrange : elle avala sa langue. Elle ferma les yeux et elle engloutit sa langue maternelle qui glissa au fond de son ventre, bien à l’abri, au fond d’elle, comme dans le coin le plus reculé d’une grotte."

"La ragazzina capisce che qui, non le servirà a nulla parlarlo. Nessuno le risponderà. Allora successe qualcosa di strano: deglutì la sua lingua. Chiuse gli occhi e inghiottì la sua lingua materna che scivolò in fondo alla sua pancia, ben al riparo, in fondo a se stessa, come nell'angolo più nascosto di una grotta."


Il secondo è questo:

Buy the book

Nicole Chung è una donna nata da una famiglia coreana e adottata da genitori bianchi in un Oregon estremamente bianco ed uniforme. E chi legge questo blog ha già capito perché io voglia leggerlo subito.

What did the child’s color matter, in the end, when they had so much love to give? It would be unseemly, ungrateful to focus on a thing like race in the face of such a gift. It wouldn’t have mattered to us if you were black, white, or purple with polka dots, they would tell their daughter over and over, once she was old enough to understand the story of how she came to them. 
Odd as that declaration would sound to me, every time, I would always believe them.

Quanto poteva contare il colore del bambino, alla fine, quando loro avevano così tanto amore da dare? Sarebbe stato ingrato concentrarsi su una cosa come la razza di fronte ad un tale dono. Non ci importava se tu fossi nera, bianca o viola a puntini, avrebbero detto alla loro figlia ripetutamente quando lei fosse stata grande abbastanza per capire la storia di dove arrivasse.  
E per quanto strana quella dichiarazione suonasse alle mie orecchie ogni volta, li avrei sempre creduti. 


In un solo paragrafo, due concetti così cruciali e così tossici nella narrativa dell'adozione: la mentalità colorblind e l'idea del figlio adottivo come dono.
Credo non ci sia bisogno di dire che, naturalmente, la ragazza capisce poi bene quanto invece la razza conti e quanto lei debba rifiutare di essere vista come un dono per i suoi genitori, rivendicando il suo diritto alla verità tutta intera, inclusiva di una storia complessa.

Quali altri libri devo aggiungere?
(per i libri in italiano, segno e recupero la prima volta che rientro in Italia)


P.S. Le traduzioni come al solito sono mie. Abbiate pietà...

Thursday, July 26, 2018

Arrivo con l'ultimo treno - cap. 1

...ma ci arrivo anch'io.
Finalmente, dopo mesi - letteralmente nove- ricomincio a prendermi del tempo per le cose che mi piacciono (e che non includono persone sotto i sei anni di età).
In questi mesi ho fatto una lista, mentale e cartacea a seconda della disponibilita di fogli, di film da vedere, libri da leggere, mostre da visitare, ristoranti da provare, agognando il giorno in cui
Le prime due cose che ho visto rientrano in pieno nella categoria "cose semplicemente belle", ma di quel bello che ti resta nell'anima per giorni e che fa venire voglia di essere delle persone migliori.

Eccole. Chi legge le avrà già viste e magari pure riviste, l'ho detto, arrivo con l'ultimo treno, c'ho nove mesi di arretrati, abbiate pazienza.

La prima è lei. Hannah Gadsby



Il suo ultimo spettacolo, Nanette, di comico ha ben poco e passerà alla storia proprio per questo. Tutto nasce dalla storia di Hannah: donna, dall'aspetto non conforme al suo genere, lesbica, nativa della Tasmania, paese in cui l'omosessualità è stata depenalizzata nel 1997, quando lei di anni ne aveva 20. Ha costruito la sua carriera di comica sull'autodenigrazione, come molti comici appartenenti a minoranze, siano queste razziali, religiose o di orientamento sessuale. Con Nanette, Hannah non ci sta più perché, come dice nello spettacolo,

"che cos'è l'autodenigrazione quando proviene da chi vive ai margini della società, come lei? Smette di essere umiltà, e diventa umiliazione". 

Hannah ora si senta forte al punto da potersi permettere di lasciare la commedia, per raccontare il suo passato per intero, e non solo attraverso la lente dell'autoironia che rende tutto più confortevole all'orecchio di chi ascolta.




E ancora, verso la fine dello show:


"I believe we can paint a better world, if we learn to see it from all perspectives, as many perspectives as we possibly could. Because diversity is strenght. Difference is a teacher. Fear difference, you learn nothing."



Il risultato di questa bomba lanciata da Hannah non è l'uscita di scena, ma l'inizio di una discussione, speriamo lunga e profonda, sul privilegio, chi lo detiene e chi, come lei e come le donne in genere, finora l'ha subito, ma ne ha abbastanza.

Lo spettacolo è da guardare e riguardare. Da soli, in compagnia per discuterne, fare delle pause e segnarsi le frasi. Se non l'avete ancora fatto, dedicate una serata a guardarlo, è su Netflix. Poi, se volete, ditemi cosa ne pensate.





La seconda cosa bella che ho visto la scrivo nel prossimo post, a breve.








Friday, July 14, 2017

Viaggiatori squisiti

"Vengono da lontano, molto lontano. Come è bella e lunga la strada che li ha portati a noi! Nati in Asia o dall'altra parte dell'oceano, nelle Americhe, nativi della Mesopotamia, o dell'Africa verdeggiante, della Persia o del Monte Ararat, molti di questi deliziosi viaggiatori hanno acquisito da molto tempo la nazionalità mediterranea".

Il soggetto non sono persone migranti, ma cibi, protagonisti assoluti del libro che è stato sul mio comodino per mesi e nel mio cuore da tempo.



L'avevo scovato in un localino mignon, ora purtroppo chiuso, che si chiamava "Les mots à la bouche", una libreria di libri di cucina con caffè e pasticceria incorporati. L'avevo adocchiato e subito comprato perché prometteva bene.
"Per questi frutti ed ortaggi seducenti e seduttori, nessun bisogno di lasciapassare, visto o passaporto. Nessuna tassa o imposta da pagare alla dogana. Attraversavano allegramente le frontiere, navigavano sugli oceani, i mari, i fiumi e i corsi d'acqua. Si imbarcavano su navi, dhows, feluche, galere e altre imbarcazioni, avendo per compagni di viaggio marinai, commercianti, pirati o avventurieri."

Ogni capitolo del libro è dedicato ad un alimento.
Si parte dal racconto delle origini e del percorso compiuto, e di come lo si usasse o mangiasse nei diversi paesi in cui questo è approdato.
Si passa poi al viaggio del nome, che è la mia parte preferita. Ad esempio, sesamo (latino, sesamum) deriva dal greco sesamon che a sua volta origina dal babilonese shawash-shamnu. Ma io mi sono sempre chiesta come mai il sesamo in Sicilia si chiami giurgiulena ed è a causa della dominazione araba sull'isola, poiché in arabo sesamo si dice juljulan, da cui deriva ajonjoli in spagnolo e, appunto, giurgiulena in siciliano.

Spesso il racconto diventa una dichiarazione d'amore a questi frutti della terra che hanno percorso migliaia di chilometri, come nel caso della melanzana:
"Mia bella nomade, resta libera, continua a viaggiare senza legami, usalo come uno stendardo questo tuo statuto di bohémienne seducente, tu o straniera davanti a cui tanto i principi quanto i mendicanti si meravigliano."
Il capitolo sull'albicocca. Lo leggi e ne senti il profumo e il sapore.


Credo che, quel giorno in libreria, questo libro mi abbia incuriosito soprattutto perché ero arrivata da poco più di un anno, e stavo scoprendo sulla mia pelle che tanti piatti e cibi che io credevo italiani, o addirittura piemontesi o siciliani, fossero in realtà condivisi da altre culture culinarie.
Un giorno avevo portato al lavoro un vassoietto di baci di dama fatti da me, secondo la ricetta della Elda, amica ottantenne di mia mamma, piemontese da generazioni. "Sono biscotti tipici della mia regione!", avevo detto presentandoli. Una collega li guarda, ne assaggia uno e quasi si commuove "Non sai cosa mi hai regalato, tu oggi! Questi sono identici ai biscotti che mi preparava sempre mia nonna! Non li mangiavo da almeno 30 anni!"
Li preparava sua nonna. In Armenia.
In altre occasioni è stata lei, che mi coccola molto, a portarmi una fetta di pizza armena, con sopra i semi di sesamo, o un'insalata di peperoni e olive nere. Ed ero io a ritrovare gusti familiari.
Per non parlare dei dolci che portavano gli specializzandi arabi alla fine del ramadan: tutti, seppur con nomi e forme diverse, già assaggiati in Sicilia, in occasione delle feste.

Noi figli del mediterraneo siamo la stessa cultura, mangiamo le stesse cose, condividiamo le stesse radici. Melanzane, carciofi, albicocche e caffè ce lo ricordano ogni giorno.



NB Le citazioni riportate sono tradotte da me, come al solito alla maniera un po' cazzona.

Thursday, April 6, 2017

Il mio comodino. Marzo 2017.

Ok, sono in ritardo di un qualche giorno, ma questo era il mio comodino il giorno 26 marzo scorso.





Sorvolo sulla presenza di Clifford cane rosso e del preziosissimo olio Vea.

Ho iniziato a leggere il primo romanzo di Xinran, "Baguettes chinoises", che non è stato tradotto in italiano, almeno per quanto sono riuscita a cercare.
Xinran è una giornalista cinese, ora residente a Londra, nota per il libro di inchiesta "Le figlie perdute della Cina".
Pur essendo "Baguettes chinoises" un romanzo, lo stile giornalistico ne esce prorompente, complice anche il fatto che la storia è fortemente ispirata a quella di tre donne incontrate da Xinran.
Il titolo fa riferimento al fatto che in alcune zone della Cina rurale, anche ai giorni nostri, i figli maschi sono considerati le travi su cui si regge la casa, mentre le figlie femmine non sono altro che semplici "bacchette": utili nella vita di tutti i giorni, ma fragili.
Io lo sto leggendo d'un fiato.
E adesso divento autoritaria: se non avete mai letto nulla di Xinran, iniziate ora. E per favore iniziate da  "Le figlie perdute della Cina". Tra l'altro, da questo libro, è poi nato tutto quello che è diventato The Mothers' Bridge of Love, libro per bambini compreso.

Dal libro Motherbridge of love


L'altro elemento sul comodino è L'Itineraire, periodico venduto per strada e scritto da persone itineranti (o forse in italiano si dice senza fissa dimora? non lo so più...).
Lo compriamo regolarmente e ci ha cambiato il modo di vedere l'itineranza e di conseguenza di approcciarci alle persone che vivono in situazioni anomali.
Un articolo mi ha particolarmente colpito; si intitolava "Tutte quelle cose che dormono al caldo". L'aveva scritto un uomo sui 50 anni, abituato a cercarsi un riparo per la notte, cosa particolarmente complicata nell'inverno canadese, quando una notte passata fuori può voler dire morire di freddo. Quest'uomo, con una leggerezza sorprendente, raccontava di aver trovato rifugio, una sera, in un capanno degli attrezzi per la pista di pattinaggio di un parco (tra l'altro proprio nel nostro quartiere).
"Incredibile - scriveva - avevano dimenticato la porta aperta ed il capanno era pure riscaldato! Ho dormito tra le reti e le mazze da hockey ed è stata una notte da favola". 

La notte successiva ovviamente il capanno era chiuso, ma fortunatamente è riuscito ad intrufolarsi nel parcheggio sotterraneo di un palazzo. E di nuovo, con sua sorpresa, il parcheggio era riscaldato!
"Mi sono addormentato, tra le macchine, pensando: pero', tutte queste cose che dormono al caldo! Che fortuna che hanno."

Monday, March 27, 2017

Mangiare da soli - capitolo III


You’re organizing a literary dinner party. Which three writers, dead or alive, do you invite? 

None. I would never do it. My idea of a great literary dinner party is Fran, eating alone, reading a book. That’s my idea of a literary dinner party. When I eat alone, I spend a lot of time, before I sit down to my meager meal, choosing what to read. And I’m a lot better choosing a book than preparing a meal. And I never eat anything without reading. Ever. If I’m eating an apple, I have to get a book.


[Dall'intervista a Fran Lebowitz apparsa sul NY Times]





Che magnifica idea. Un literary dinner party da sola. Scegliere il libro mentre si prepara la cena, poi sedersi a tavola, da sola, mangiare e leggere. Adoro.



PS Nella stessa intervista, sensazionale la risposta alla domanda "Se potessi costringere il Presidente (Trump) a leggere un libro, quale sceglieresti?"
"It would depend on who’s reading it to him."
:-D

Wednesday, February 22, 2017

Il mio comodino. Febbraio 2017

Il mio comodino, domenica scorsa.



Continua ad esserci la buona Elisabetta della Trinità. Il libro l'ho finito, ma adesso mi sto rileggendo le pagine in cui avevo messo un segno.
Cito a memoria
"Come diceva Gesù a Caterina da Siena "Tu pensa a me, a te penserò io"."

È arrivato Enzo Bianchi, o meglio è arrivato il suo libro, "Spezzare il pane. Gesù a tavola e la sapienza del vivere", portatomi a Natale da mia madre su mia richiesta.  Non saprei neanche quale citazione mettere, da tante che ce ne sarebbero.

Mai senza l'altro, neppure a tavola! Nel Padre Nostro non sta scritto: "Dammi oggi il mio pane quotidiano" - suonerebbe come una bestemmia! - ma "Dacci, da' a tutti noi il pane di ogni giorno, e così ti potremo chiamare Padre nostro e non Padre mio"!
Permettetemi di ricordarlo: se il pane, bisogno comune, pane per tutti, non è condiviso, allora "le pain se lève", "il pane insorge, si alza in rivolta".

Infine ho iniziato un libro che era nella mia lista di cose da leggere da mesi. Si tratta di "The myth of the model minority. Asian Americans facing racism" di Rosalind Chou e Joe Feagin. È un saggio, non propriamente una lettura da comodino.
Si tratta di un testo fondamentale per capire il mito della minoranza modello e degli stereotipi che esso comporta. Robe del tipo "gli Asiatici son tutti dei geni della matematica, sono tutti intelligenti, sono docili e non fanno casini." Questi stereotipi, per quanto possano sembrare positivi, restano comunque stereotipi e sono perfetti per giustificare la presunta assenza di razzismo sistematico in Nordamerica con l'obiezione: "Ma se davvero l'America (o il Canada...) è razzista, allora perché ci sono così tanti Asiatici che hanno successo in campo accademico e tecnologico?". Ecco la risposta:

The dominant white group and its elite stand in a position of such power that they can rate groups of color socially and assign them "grades" on a type of "minority report card". Whites thus give certain Asian American groups a "model minority" rating, while other groups of color receive lower marks as "problem minorities". However, the hierarchical positions that whites are willing to give any groups of color are always significantly below them on the racial ladder.

[mia traduzione grossolana: Il gruppo dominante bianco e le sue elite sono in una tale posizione di potere da permettersi di classificare le minoranze e attribuire loro "voti". Di conseguenza, i bianchi concedono agli Asian American il grado di "minoranza modello", mentre collocano a livelli più bassi altri gruppi definendoli "minoranze problematiche".  Tuttavia, il livello gerarchico di una minoranza sulla scala razziale sarà sempre significativamente inferiore a quello della popolazione bianca che l'ha attribuito.]

Monday, January 23, 2017

Il mio comodino. Gennaio 2017

Ho in mente di fotografare il mio comodino una volta al mese, per un anno. Questo è il proposito, poi vediamo se riesco a tenere fede al progetto o se non mi perdo via.

In data 15 gennaio il mio comodino si presentava così:



Per caso, o forse non per caso, il comodino è condiviso da tre donne che secondo me andrebbero molto d'accordo tra loro. Le presento in ordine di anzianità:

Elisabeth Catez, meglio nota come Elisabetta della Trinità.
Leggo una pagina o due delle sue Opere Complete ogni sera. È un cioccolatino per l'anima che mi gusto prima di dormire, ma sono a pagina 620, la scatola sta per finire.

"Crois toujours à l'amour" malgré tout ce qui se passe.

"C'est la simplicité qui rend à Dieu honneur et louange... C'est elle qui nous transportera dans la profondeur où Dieu habite."


["Credi sempre all'amore" qualunque cosa accada.
È la semplicità che dà gloria e onore a Dio. È essa che ci trasporterà negli abissi in cui Dio abita.]


Rebecca Solnit, "Men explain things to me".
Uno di quei libri che riescono contemporaneamente a farti infuriare, a consolarti e a farti sperare. Spero in un mondo in cui donne e uomini siano più consapevoli di un concetto come quello del mansplaining, auspicando che la consapevolezza porti al cambiamento.

Per inciso, dicesi mansplaining quel fenomeno per cui gli uomini danno spiegazioni alle donne, spesso in tono paternalistico, su argomenti ovvi o in cui la donna in questione è esperta, partendo dal presupposto che loro ne sanno di più o che comunque sanno spiegarlo meglio. Lo so, se siete donne sapete benissimo di cosa sto parlando.

"Men explain things to me, still. And no man has ever apologized for explaining, wrongly, things that I know and they don't. Not yet, but accordingly to the actuarial tables, I may have another forty-something years to live, more or less, so it could happen. Though I am not holding my breath."
[Gli uomini continuano a spiegarmi cose. E nessun uomo si è mai scusato per avermi spiegato, in modo incorretto, cose che io so e loro no. Almeno non ancora, ma secondo le aspettative attuali, io potrei avere ancora una quarantina di anni da vivere, quindi può sempre succedere. Anche se non sto qui con il fiato sospeso.]

Silvia Pareschi, "I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani".
Questo libro mi ha sorpreso. Frequento il blog di Silvia assiduamente e lei è di casa da queste parti. Di conseguenza, avevo già sentito, in forma ridotta o diversa, la maggior parte delle storie che lei racconta nel libro. Mi aspettavo quindi di ritrovare qualcosa di noto, e invece, per quanto molti elementi siano familiari (le sorelle della perpetua indulgenza, la residenza di Carl Djerassi,...) il libro mi tiene attaccata alle pagine come se stessi leggendo un giallo. Familiarità unita a sorpresa: ditemi voi se queste non sono le caratteristiche perfette di un buon libro.
E così lo centellino. Un racconto a sera al massimo. Un po' come quando stai prendendo un bicchiere di vino con un'amica e vuoi che duri molto di più di quei 150 cc.

"Già, i puma. Oggi ho portato con me un bastone, sembra che insieme al ruggito sia un elemento di protezione essenziale. La cosa migliore, però, sarebbe riuscire ad assestare un calcio sul naso dell'animale. Così dicono. Immagino la scena: io che ruggisco, roteando un bastone e alzando la gamba in un'agile mossa di kick boxing."






P.S. le traduzioni, come al solito, sono le mie personali, quindi molto approssimative...

Friday, November 11, 2016

So long, Leonard

Leonard Cohen è morto come quelle persone che quando muoiono si portano dietro un pezzo di città e nello stesso momento, in quella città, diventano eterne.



Non poteva morire in un giorno diverso. Qui a Montreal è una perfetta giornata di autunno. C'è il sole, c'è il vento, c'è il freddo pungente, ci sono le foglie gialle più del sole. E le persone si stringono nei colli delle loro giacche e tu puoi giurarci che in testa hanno

Yes, and Jane came by with a lock of your hair
She said that you gave it to her
That night that you planned to go clear
Did you ever go clear?

Si respira Leonard Cohen oggi a Montreal.
A Place du Portugal, su cui si affaccia la sua casa.
A Westmount dove è nato.
Nel Mile End dove è impossibile non immaginarlo.

Leonard Cohen e Montreal è il paradosso.

Lui che da Montreal è fuggito sapendo di appartenervi per sempre. Fuga e rifugio, scrivono i giornalisti.
Lui che di Montreal diceva
I have to keep coming back to Montreal to renew my neurotic affiliations.
E anche

I feel at home when I’m in Montreal, in a way that I don’t feel anywhere else. I just love it. I don’t know what it is, but the feeling gets stronger as I get older.

Lui che in modo unico sapeva incarnarne la malinconia e la joie de vivre assieme.
Lui che ne cantava il sacro con sguardo da non credente.
Lui che per sempre sarà la colonna sonora sussurrata di una città intera.

Oggi, a Montreal, la morte di Leonard Cohen ne celebra la presenza.



There is a crack in everything 
That's how the light gets in.





























[Foto dal The Globe and Mail]

Thursday, November 10, 2016

Grace


Phillip Lim

Questo qui sotto è il post di instagram che Phillip Lim, stilista americano di origine cinese, aveva scritto qualche tempo fa, prima delle elezioni di ieri, in modo leggero ma efficace





Questo è quello che ha scritto ieri, ed io l'ho trovato talmente bello che mi ha emozionato.




Grazia.
Abbiamo bisogno di grazia. Avremo bisogno di grazia.
Ne avranno bisogno soprattutto quelli che come Phillip Lim - e lui tra loro è un privilegiato! - saranno l'oggetto di micro e macroaggressioni sdoganati dal risultato di queste elezioni americane.




Phillip Lim è la mia ultima cotta strastosferica. Sono innamorata di qualunque cosa dica, faccia e dei suoi modi. Il Teodolindo lo sa e, tra l'altro, lo ama anche lui.

Thursday, June 9, 2016

Il coraggio


Sorella del coraggio è l’umiltà. Fare del nostro meglio quando nessuno ci osserva. Accordare il nostro passo a quello degli ultimi, anche quando potremmo correre.
Il coraggio è rinunciare a qualcosa di nostro per un bene più alto: per il bene comune.
Il coraggio è non mentire a se stessi, scavare dentro la propria storia, elencare pregi e difetti.
Il coraggio è accettarsi.
Il coraggio è pregare dicendo: accettami come sono, ma rendimi come tu mi vuoi.
Il coraggio è trasformare il coraggio in qualcosa di quotidiano, impastarlo alle nostre azioni, al punto da non distinguerlo più. 

Fabio Geda, dal Discorso per la Route nazionale AGESCI - 9 agosto 2014

Thursday, March 24, 2016

Fuori i titoli!

Tra meno di due mesi, mio fratello verrà a trovarci e porterà con sé il solito carico di libri italiani selezionati da mia madre che, come già detto altre volte, legge legge legge e poi spedisce oltreoceano.
Questa volta il pacco conterrà:

-qualcosa di Elena Ferrante, perché dopo tutto il gran parlare, voglio togliermi la curiosità;
-"La pizza per autodidatti" di Cristiano Cavina, grazie ai suggerimenti di Amanda e Silvia;
-due libri di Francesco Piccolo, perché non passa e-mail senza che mia mamma mi dica "Ti ho già raccontato quel brano del libro di Piccolo in cui...". Praticamente per me non sarà una lettura, ma un grande déjà vu ;)

Cos'altro consigliate, voi che passate di qua?


Nell'attesa dei nuovi arrivi, io sono immersa nell'ultimo rimasto dal pacco precedente, "Anna" di Niccolò Ammaniti. Mi fa stare male tanto quanto mi piace. In pratica, un amato tormento.

"Anna non aveva paura e nemmeno schifo. Quella cosa lì non era sua madre. Di fronte a quei resti la bambina intuì che la vita è un insieme di attese. A volte così brevi che nemmeno te ne rendi conto, a volte così lunghe da sembrare infinite, ma con o senza pazienza hanno tutte una fine."

Wednesday, February 10, 2016

Le mie sere con Irene

Non mi capitava da tempo di aspettare con ansia il momento di andare a letto la sera per poter ripiombare tra le pagine di un libro.
Mi si potrebbe far osservare che le possibilità sono due: o che io stia leggendo qualcosa di davvero eccezionale, o che le mie giornate facciano schifo.
La prima ipotesi è quella valida.
Trattasi di Irene Némirovsky.
Tutta Irene Némirovsky.
Qualche libro in francese, altri in italiano, ma alla fine di ognuno mi ritrovo a pensare quanto dannatamente bene scrivesse 'sta Irene e con quale femminile modernità.

Come spesso capita, è stata mia madre, affetta da insonnia refrattaria e bulimia letteraria, a inviarmi il primo libro, "L'affare Kurilov", con il solito, spiccio, commento: "Leggilo. Secondo me ti piace."
Poi alla sua visita successiva qui a Montreal, mi ha portato "Suite francese", tutta spiegazzata e con orecchie alle pagine ovunque (oltre alle due "malattie" di cui sopra, mia madre soffre pure di allergia ai segnalibri). Dopo aver divorato Suite francese, mi sono precipitata in due librerie dell'usato e ho comprato tutto quello che ho trovato di Irene Némirovsky.

Adesso che ho finito l'ultimo libro acquistato, devo partire alla ricerca di altri e nell'attesa ho ricominciato "L'affare Kurilov". So che in questo momento alcune mie amiche (ciao Annalisa!) staranno storcendo il naso, sostenendo che la vita sia troppo breve e i libri belli siano troppi per sprecare tempo a rileggere lo stesso libro due volte.

Un romanzo deve somigliare a una strada affollata di sconosciuti, nella quale si trovano a passare due o tre creature, non di più, che conosciamo a fondo.
da Suite Francese, Adelphi, trad. Laura Frausin Guarino

Saturday, October 17, 2015

La voce mancante

I view adoption to be a necessary solution to an unfortunate need. It’s a tragic situation for one family (birthparents) while simultaneously offering great joy for another (adoptive parents). Adoptees sit between the two.

We can recognize the tension of their position, and the role of adoption in our communities, when we listen to adoptees. Their stories grieve and mourn the loss of their first family, celebrate their adoptive family, and everything in between.

Tratto da "The missing voice in the adoption conversation" di Angela Tucker (qui il link all'articolo)


Parole sante.


Sunday, October 11, 2015

Sapere

Implorai e venne in me lo spirito di sapienza.
La preferii a scettri e a troni,
stimai un nulla la ricchezza al suo confronto,
non la paragonai neppure a una gemma inestimabile,
perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia
e come fango vale di fronte a lei l’argento.
 

L’ho amata più della salute e della bellezza,
ho preferito avere lei piuttosto che la luce,
perché lo splendore che viene da lei non tramonta.


Dal libro della Sapienza (7, 7-11)


È significativo che il verbo latino sàpere indichi non solo "avere conoscenza", ma anche "essere gustoso" e del resto anche in italiano quest'unica radice accomuna sapere e sapore.  
Enzo Bianchi "Il pane di ieri". Einaudi, 2008




Ci sono persone sagge e poi ci sono persone sapienti, quelle che, oltre a essere sagge "sanno" di qualcosa e lasciano in chi le incontra la traccia del loro gusto, come un filo di olio buono su una fetta di pane o un bicchiere di vino rosso in una fredda sera d'inverno. 
Ecco, a me prima o poi piacerebbe diventare sapiente.

Tuesday, October 6, 2015

Ragù

Di regola il Teodolindo ed io non mangiamo carne, ma esistono eccezioni alla regola. Queste si verificano quando i nostri principi etici perdono la priorità rispetto ad altro, come ad esempio la cortesia ed il rispetto verso chi ci invita a cena.
L'eccezione più importante è senza dubbio rappresentata dal cucinare al Sig. Tenace piatti che più di altri rappresentano la tradizione delle nostre famiglie, per far in modo che lui si inserisca nella nostra storia familiare passando anche per gli odori, i sapori e i racconti. Tra questi piatti, c'è il ragù secondo la ricetta di mia madre.

Quel che mi piace della ricetta del ragù è che, più dei dialetti, cambia non solo da città a città, ma anche da casa a casa. Il ragù di mia madre non è ortodosso, e i puristi storceranno il naso a leggere che la carne, da noi, si bagna con il vino bianco e che i funghi secchi sono fondamentali, ma è il nostro ragù e il suo profumo è per antonomasia l'odore della cucina di casa dei miei.



Si fa un soffritto con carote, sedano e cipolla tritati finemente. Si aggiunge la carne trita bovina (per me quella di queste mucche qui) e  si fa rosolare a fuoco vivace, quindi si bagna con vino bianco secco e si lascia evaporare. Si aggiungono i funghi secchi, precedentemente messi in ammollo, dopodiché è il turno dei pomodori pelati che si uniscono alla carne. Si aggiusta di sale e pepe e si lascia quindi sobbollire a fuoco basso per almeno un'ora, ma se possibile anche due.




Stasera l'ho cucinato dopo molto molto tempo e il Sig. Tenace ha potuto assaggiarlo per la prima volta. Mentre il ragù cuoceva, di tanto in tanto lo prendevo in braccio (il Sig. Tenace, non il ragù) e gli facevo vedere cosa capitava sotto il coperchio della pentola, gli facevo respirare l'odore che si sprigionava, sperando che il tutto inizi a fissarsi nelle sue narici e nei suoi occhi. Gli raccontavo che è il ragù della Nonnameglia, e che quando finalmente la incontrerà di persona, sicuramente la nonna glielo cucinerà.


A proposito di ragù, Fabio Picchi, chef fiorentino, ha scritto delle parole che mi piacciono molto. Queste:

"Se non avete avuto nonne, mamme, zie, sorelle, amiche capaci di farvi vedere e rivedere come si fa il loro Ragù, la saggezza mi obbligherebbe a consigliarvi la rinuncia. Ma seguendo il dettame del bussate e vi sarà aperto, vi invito alla Pratica. Andate dai vostri vicini di casa, dai vostri parenti, fermatevi lì dove il vostro naso vi dice che sta sobbollendo lentamente un ragù, e chiedete di entrare in quelle cucine. Cortesia e gentilezza, che d'altronde è bene usare anche all'inferno, sono d'obbligo. Se non vi sarete presentati a mani vuote, potrete forse anche ricevere l'invito di rimanere a pranzo o a cena per golosità certa, ma anche per continuare l'infinito studio sui ragù, sui loro perché, sui loro quando, sui loro dove. […] Niente e' più difficile di un ragù perfetto. Anni di studio, anni di libri letti mentre lui sobbolle per tre quattro ore nel canto del fuoco. Libri di ogni argomento, il tempo che il ragù regalerà a voi stessi deve essere pari all'amore che gli porterete. [...] Il ragù è la prova di Dio. Come un carbone ardente vi farà urlare se non avrete fede. Viceversa, come in preghiera, percepirete, prima durante e dopo, i suoi benefici effetti."

da "I dieci comandamenti per non far peccato in cucina", 2009 Mondadori.

Thursday, September 17, 2015

The walk of compassion

Ai Weiwei e Anish Kapoor sono due artisti che mi intrigano moltissimo e che mi hanno conquistato rispettivamente con dei semi di girasole e un fagiolo.
Oggi hanno marciato insieme a Londra in segno di compassione verso i rifugiati di ogni parte del mondo.




"This is a walk of compassion, a walk together as if we were walking to the studio. Peaceful. Quiet. Creative."
Anish Kapoor, 2015

“We are artists, we are part of the whole situation. 
This problem has such a long history, a human history. 
We are all refugees somehow, somewhere and at some moment.”
Ai Weiwei, 2015



"We are demanding creativity of others, recognising that those who leave their country and go on a journey across the water full of danger or who walk hundreds of miles across land are also making a creative act."
Anish Kapoor, 2015

[Dall'articolo uscito oggi su The Guardian]



Sunday, May 31, 2015

Essere dono



Être don c'est reconnaître que notre nature consiste à nous livrer et non à prendre. Et c'est tellement notre vérité, que lorsque nous n'essayons que de prendre, nous sommes toujours en manque et rien ne peut nous combler. Alors nous essayons de prendre davantage pour combler nos manques, mais ceux-ci ne font que grandir. C'est l'enfer. 
Donner c'est le contraire, alors que nous nous désapproprions de nous-mêmes et de nos biens. C'est l’expérience de la plénitude qui nous rejoint. 

Pierre Desroches



Tradotto, un po' parafrasato, in italiano da me:

"Essere dono è riconoscere che la nostra natura consiste nell'offrirsi e non nel prendere. 
E questa è la verità su noi stessi ad un punto tale per cui se proviamo a prendere, ci manca sempre qualcosa e niente può soddisfarci pienamente. Allora proviamo a prendere ancora di più, per colmare la mancanza, ma questa non fa che aumentare. È l'inferno.
Donare è il contrario: nel momento in cui noi ci spogliamo di noi stessi e di ciò che abbiamo, sperimentiamo la pienezza."




Friday, May 1, 2015

La faccia di chi ha fame

"... un tema così importante, così essenziale… purché non resti solo un “tema”, purché sia sempre accompagnato dalla coscienza dei “volti”: i volti di milioni di persone che oggi hanno fame, che oggi non mangeranno in modo degno di un essere umano.
Vorrei che ogni persona – a partire da oggi –, ogni persona che passerà a visitare la Expo di Milano, attraversando quei meravigliosi padiglioni, possa percepire la presenza di quei volti. Una presenza nascosta, ma che in realtà dev’essere la vera protagonista dell’evento: i volti degli uomini e delle donne che hanno fame, e che si ammalano, e persino muoiono, per un’alimentazione troppo carente o nociva."
Papa Francesco, in occasione dell'inaugurazione dell'Expo 2015 "Nutrire il pianeta, energia per la vita" 



Facce di chi ha fame in Nunavut, su al nord, dove due kg di farina costano 13 dollari, un pacco di pasta 18 e la frutta e la verdura non oso neppure immaginare.
Il 45% della popolazione canadese del Nunavut vive in uno stato di insicurezza alimentare.

foto di Mark Andrew Boyer

foto di Mark Andrew Boyer

dall'Huffington Post

dall'Huffington Post


Altro deserto alimentare, altre facce di chi ha fame, ma cammina pur di attraversare l'autostrada della periferia di Houston, Texas, per andare a fare la spesa. Una periferia in cui gli affitti costano meno, ma di negozi che vendono frutta, verdura e cibo di qualità non si vede nemmeno l'ombra.

foto di Kitra Cahana, da The New Face of Hunger


Facce di chi ha fame in coda al banco alimentare di Charles City, Iowa,

Foto di Amy Toensig, da The New Face of Hunger

e dei figli di chi fa la coda.

Foto di Amy Toensig, da The New Face of Hunger

Altra fila, altre facce in coda ad un banco alimentare, questa volta al St. Mary’s Park Community Center nel Bronx.

Foto di Stephanie Sinclair, da The New Face of Hunger

Altre facce di chi ha fame nel Bronx, dove ali e cosce di pollo fritto della famosa catena riempiono (per modo di dire) le pance di una famiglia. 

Foto di Stephanie Sinclair, da The New Face of Hunger

Facce di chi ha fame soprattutto durante i fine settimana e le vacanze, quando le scuole sono chiuse e i genitori non sanno da dove arriverà il cibo per il pasto successivo, specialmente alla fine del mese.

foto di Kitra Cahana, da The New Face of Hunger



Fonti
-Nunavut food security di Marc Andrew Boyer
-Nutritional Sciences, Annual Report, University of Toronto
-The New Face of Hunger dal National Geographic
 e poi
Kitra Cahana, on Hunger in the Suburbs
Stephanie Sinclair, on Hunger in the City of Plenty
Amy Toensig, on Hunger in Iowa`s Breadbasket


Si ringrazia il Teodolindo per la consulenza specialistica fornita ogni singolo giorno in cui il suo lavoro diventa argomento di conversazione, il più delle volte mentre siamo seduti, noi, ad una tavola apparecchiata per la cena. 






Monday, April 20, 2015

Mare nostro (II)


Non fu il mare a raccoglierci,  
noi raccogliemmo il mare a braccia aperte.
           Erri De Luca, "Sei voci". 2005

Foto di http://www.riparteilfuturo.it/


Tra le tante parole lette in questi giorni, scelgo queste di Stefano Liberti, su Internazionale del 19 aprile (da qui, come anche qui):

"Invece di esprimere un cordoglio un po’ ipocrita in occasione di ogni strage, l’Unione Europea dovrebbe lanciare una grande operazione di soccorso in mare al largo della Libia. Oppure garantire canali legali di accesso nello spazio Schengen a tutti questi profughi in fuga da guerre e persecuzioni che non hanno altra opzione che salire sui barconi. L’alternativa è accettare di essere complici di questa ecatombe, perché non agire oggi è come essere conniventi."


E anche queste altre parole - unica, minima, consolazione di oggi - apparse su un quotidiano canadese in un articolo di François Brousseau intitolato "Marée inhumaine" (marea disumana):

"...la générosité (les Italiens du Sud, presque seuls au front, exemplaires de solidarité)..." 

Appartengo ad un popolo generoso, capace ancora di compassione. E il mondo ce lo riconosce.
Mai smettere di provare pena. Mai smettere di ricordarci che siamo solo, per puro caso, sulla riva fortunata di quel mare nostro che è tale perché di noi tutti affacciati su quelle acque.