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Thursday, August 17, 2017

L'isola del principe

Quest'anno avevamo a disposizione solo una settimana di vacanza, per ragioni lavorative mie e del Teodolindo e perché io tra due mesi sarò a casa in ferie per sei mesi, come dice qualcuno al lavoro da me, congedo di maternità e certe robe le devo finire prima di partorire, possibilmente. 
Dove andiamo? 
Avevamo voglia di mare quindi le opzioni erano le seguenti:
Sicilia, come inizialmente pensato: troppo lontano.
Caraibi: vicino, ma virus Zika quindi per me fuori questione.
Costa Est degli Stati Uniti, ad esempio Cape Cod, o Maine: troppe ore di macchina, e poi chi c'ha voglia di trovarsi negli USA incinta di sette mesi? Se capita qualcosa, nonostante l'assicurazione, sono dei bei soldi da sborsare o quantomeno anticipare. 
Canada: sì, ma dove? 
Le Isole de la Madeleine? Un sogno, ma troppo isolate. Però, però... lì vicino non c'è forse Prince Edward Island? L'unica volta in cui ci siamo passati, per 24 ore, in transito verso les îles de la Madeleine, ci era sembrata molto suggestiva.

La scelta è stata fatta, e Prince Edward Island - la terra di Red soil, Blue Sea, Green Fields -  ci ha accolti e coccolati per otto giorni. Una meraviglia. Una vacanza che, per tanti motivi e momenti, ci ricorderemo. 
Di seguito alcune foto, che però non rendono giustizia alla bellezza dei luoghi.


Terra rossa, mare blu, prati verdi. PEI. Questa era la spiaggia vicino a casa.

PEI, soprattutto nella costa sud dove eravamo noi, è famosa per le maree. Al mattino l'acqua era bassa, si camminava per chilometri, e quando si era accaldati ci si buttava in una delle piscinette naturali.


Le robine nere che si vedono in lontananza sono persone. Abbiamo visto anche foche che io ho scambiato per subbaqqui.

Il Canada, si sa, è un paese enorme e con poca gente. PEI non fa eccezione. Non è stato infrequente essere gli unici in una spiaggia ed approfittare da soli del cielo e del mare. 

"Vieni, papa', andiamo a fare due passi fino in Nova Scotia!"

E se si guarda dall'altra parte? Se si volge lo sguardo verso l'entroterra?

Campi e fattorie a perdita d'occhio. Qui il Sig. Tenace passeggiava con la capretta George al guinzaglio.

Un'amica della capretta George, davanti al classico fienile rosso.

Di nuovo, verde e blu.
Ancora verde e blu. Questa volta dalla macchina in viaggio.


Quando rientri da un luogo e pensi già alla prossima volta in cui ci tornerai...



Monday, May 15, 2017

L'ermetismo della minestra

È andata così. Sabato mattina il Teodolindo si carica in bici il Sig. Tenace e se ne va al mercato, si ferma al banco di un tale Leopoldo e se ne torna a casa con un sacco di fave e un sacco di piselli. Stiamo parlando di legumi freschi che qui in Canadà sono merce rara e preziosa.

Io felice. Le fave mi fanno felice, perché mi piacciono e perché mi ricordano le minestre della mia nonna siciliana.

Così ieri pomeriggio, mentre mi appresto a cucinarle, mando su whatsapp a mio padre, siculo doc, una foto che ritrae suo nipote cino-italiano-canadese intento a sbucciare le fave. Adesso lo commuovo, mi dico.

Nella foto per il nonno si vedeva anche la faccia del nipote

Invece, per risposta, anziché lacrime mi arriva il seguente testo:
Ok sai come cucinarle

ché mio padre - da vero uomo di Sicilia- non solo è di poche parole, ma nei messaggi risparmia pure sulla punteggiatura.
Io gli dico che pensavo di fare una minestra con cipolla e sedano e, aggiungo, "Altrimenti come si fanno?"

Ed è a questo punto che mi risponde con la ricetta più succinta ed ermetica del mondo (testuale messaggio):

Patate cipolla e fave,
però le fave le aggiungi dopo,
e un po' di sugo

E io eseguo, perché in fondo da quelle 15 parole di ricetta ho capito cosa fare.
Spengo il brodo con cipolla e sedano che stavo già preparando.
Sbuccio una grossa patata e una cipolla. Le taglio con pazienza a pezzedduzzi come avrebbe fatto la nonna, le metto nella solita pentola della minestra con un po' d'olio e faccio rosolare un minuto. Poi aggiungo il brodo e cuocio per venti minuti. Disubbidisco al padre, facendoci cadere dentro una foglia di alloro, quindi metto le fave. Lascio lì sul fuoco basso per un bel po' - le fave si devono quasi disfare - e intanto a parte faccio bollire dell'acqua per cuocerci i ditalini. Due minuti prima di spegnere aggiungo un cucchiaio di sugo di pomodoro che mi era avanzato dal giorno prima (botta di culo enorme, ad averne).

La minestra cuoce a fuoco basso, e si nota la clandestina foglia di alloro


Porto in tavola la pentola e amministro la zuppa. Un filo d'olio a crudo nei piatti, pepe fresco e parmigiano. Unico rammarico il non aver avuto a disposizione del pecorino o della ricotta salata.

Pacienza.


Il mio piatto, prima di tuffarmici. È stato il primo di tre...


Saturday, February 7, 2015

Un altro modo di vedere la pizza

La pizza fatta in casa ha per me un solo profumo e un solo sapore: quelli della pizza fatta da mia nonna in Sicilia. Pasta spessa, saporita, sugo di pomodoro, olive nere, acciughe, origano, pecorino grattugiato e uova sode (uova dure) tagliate a fette. Questa era la base, poi lei ci aggiungeva quel che d'altro trovava in casa: mortadella, salame, capperi. Leggera...

Infornava teglie di pizza per noi in vacanza che tornavamo dal mare e al rientro la trovavamo seduta sulla sedia che teneva di fianco al forno per controllare di continuo la cottura. Me la ricordo con la fronte perlata di sudore, per il calore, e gli occhi che ridevano al vederci rientrare in casa dopo la giornata in spiaggia. Si faceva aria con un ventaglio, sempre a portata di mano, riuscendo a essere una signora anche in quella situazione. C'erano 40 gradi fuori, e in quella cucina anche di più visto il forno acceso. La corrente d'aria tra le camere era indispensabile e facilitata dalle porte aperte, fermate da vasi o sedie. Era un'aria calda che intorpidiva, e ti entrava nella pelle, la stessa che ancora adesso ogni tanto sogno di notte, quando più mi mancano il sole e il vento di quella terra.
C'erano 40 gradi e mia nonna passava il pomeriggio ad infornare pizza per noi. Di sicuro era andata a riposare dopo pranzo, per poi avere le energie per quella sauna da pizzaiola.

L'estate del 2003 è stata l'ultima in cui siamo andati giù da nipoti. Eravamo io, mio fratello e la sua fidanzata, quella che ora è la mia belle-soeur. Sono stati giorni memorabili, in cui la mia belle-soeur ha capito da dove arrivavamo e si è innamorata di quella terra, di quel caldo e di quel vento. E della mia nonna che cucinava.

Mia nonna aveva allora 78 anni. Infornava pizze con 40 gradi. Era stravolta, ma felice.
Ricordo che lei e mio nonno incrociarono lo sguardo e si scambiarono due parole, in siciliano o forse in un linguaggio loro. Poi mio nonno ci guardò, benevolo ma severo, come sempre, e ci disse: "È l'ultima volta che la nonna fa la pizza, si stanca troppo".

Da quel momento ho guardato mia nonna con altri occhi. Per anni avevamo mangiato quel che cucinava, divorato teglie di pizza ad ogni ora del giorno, facendole complimenti ed onorando sempre la sua tavola. Mai però mi ero resa conto della fatica fisica che c'era dietro a quel cucinare, lei che per undici mesi all'anno lo faceva solo per sé e mio nonno.
Adesso che cucino, so ancora di più. Adesso so anche la pienezza nel cuore che si prova nel vedere persone nutrirsi di quel che si è cucinato e in fondo so che lei è sempre stata semplicemente contenta di farlo per noi.
Eppure mi resta il rammarico di non averle mai detto grazie abbastanza per quelle ore passate di fronte al forno.






Questa è la ricetta della mia pizza senza glutine. Non c'entra nulla con quella di mia nonna, e tutte le volte che la mangio, pur trovandola buona, non posso non notarne le differenze.
80g di farina di riso bruno (integrale)
60g di farina di mais o di ceci o di sorgo*
100g di farina di tapioca
un cucchiaino di psyllum husk
due cucchiaini di lievito di birra secco
120g di acqua a temperatura ambiente
un cucchiaio di olio
un cucchiaino scarso di sale

Setacciare le farine insieme con lo psyllum. Nel frattempo sciogliere il lievito di birra in un poco di acqua tiepida con mezzo cucchiaino di miele. Quando il lievito è attivo, aggiungerlo alle farine, insieme all'acqua e all'olio. Impastare bene. All'inizio il composto sarà molto sbricioloso, quindi, grazie allo psyllum husk, diventerà più elastico. Non lo sarà mai quanto un impasto per pizza con glutine, ma la consistenza finale sarà all'incirca questa

Elastico per modo di dire, le impronte delle dita restano e non se ne vanno...
Si forma una palla, la si unge su tutta la superficie con un poco di olio, e la si mette a riposare al riparo (ad esempio dentro al forno spento) in una ciotola chiusa con pellicola trasparente e avvolta in una coperta.
Dopo circa un'ora l'impasto sarà lievitato e pronto per essere steso. A differenza della pizza con glutine, non avrà proprio raddoppiato il volume. Piuttosto sarà la consistenza a essere cambiata, diventando abbastanza spugnosa.
Si stende l'impasto in una teglia da pizza ben unta, o ricoperta da carta forno. Anche in questo caso, la differenza rispetto alla pizza tradizionale si nota molto e la sensazione nello stenderla è quella che Mary Valeriano descrive molto bene in questo video al minuto 5.15 (la adoro). In altre parole, anche se la consistenza sembra più simile alla pasta frolla che alla pizza regolare, la cottura in forno farà poi il miracolo.

Una volta stesa, si condisce con salsa di pomodoro abbondante, un filo di olio, e si inforna a 200 gradi C per 15 minuti. Si estrae dal forno, si aggiunge la mozzarella, gli altri ingredienti che più aggradano, origano, ancora un filo d'olio, e si rimette in forno per altri dieci minuti. Io, se ce l'ho, aggiungo sempre del pecorino grattugiato o, come nel caso della foto in alto, della ricotta salata.





*la scelta tra le varie farine è a livello di gusto personale:
-io amo molto usare la farina di ceci, che però alcuni trovano troppo gustosa al punto da sovrastare gli altri ingredienti (per me no, ma deve piacere);
-la farina di mais è ottima in termini di gusto, saporita il giusto, però rende l'impasto un po' più duro da stendere, anche se il risultato finale in termini di morbidezza non cambia;
-la farina di sorgo è il buon compromesso, non incide sulla consistenza dell'impasto ed ha un sapore piuttosto discreto.




Saturday, September 20, 2014

Mangiare da soli

Mio marito è in viaggio per qualche giorno e così io mi ritrovo da sola, qui nella nostra casa.
Per chi e abituato a vivere quasi in simbiosi come noi, che da quando siamo immigrati qui condividiamo molte più cose di prima, il trovarsi poi di colpo nella propria casa senza l'altro fa sentire che qualcosa manca. Un corpo, nel mio caso alto un metro e ottantacinque per 67 kg di peso, che fa sentire la sua assenza soprattutto di notte, nel letto, che sembra - e lo è- mezzo vuoto.
A parte lo smarrimento iniziale, io finisco poi sempre per gustarmi questi momenti di solitudine. I pasti in particolare.
Mangiare da soli.

Questa mattina facevo colazione. Mi sono preparata la tavola, ho messo sul fuoco il bollitore. Poi ho preso dalla dispensa i cereali comprati da mio marito e dal frigo il latte di mandorle.
Ho anche preso un libro - adoro mangiare in compagnia di un libro - e mi sono apprestata a cominciare la mia colazione.

Ho sfogliato le pagine de "La cucina del buon gusto" di Simonetta Agnello Hornby fino ad arrivare proprio al capitolo in cui parla del mangiare da soli. Volevo rileggerlo.
Intanto ho versato i cereali nella ciotola, chiedendomi per quale razza di motivo il Teodolindo avesse comprato dei cereali con scorze di arancia, e poi li ho coperti con il latte di mandorla.
E mentre leggevo i racconti di Simonetta Agnello sui suoi pasti da sola, il profumo delle scorze d'arancia di 'sti benedetti cereali unito al gusto di mandorla del latte mi hanno improvvisamente ricordato il croccante di mandorle che mia nonna preparava sempre per Natale. Era uguale: il gusto potente delle mandorle tostate avvolto dallo zucchero profumato di succo e buccia di arance siciliane. A volte le si bruciacchiava, altre volte diceva che era troppo duro. Noi lo finivamo sempre, e non notavamo mai difetti.

Di colpo mi sono trovata a fare colazione non da sola, ma in compagnia di mia nonna.
Non ricordo una colazione migliore da tanto tempo.




Sunday, August 24, 2014

La contentezza di sapersi italiani, cap. 2

La stagione dei festival (nel resto del mondo chiamata "estate") sta finendo. E come d'abitudine, è il Festival des Films du Monde a chiudere la stagione.

Siamo appena rientrati dall'aver visto La mafia uccide solo d'estate, di Pierfrancesco Diliberto, altrimenti noto come Pif.

Pif  -  da qui
Un bel film, innegabilmente divertente, inaspettatamente emozionante.

Pif ha raccontato la Palermo e gli anni terribili dell'ascesa di Riina e del maxi processo in modo dissacrante verso quella mafia che, molte volte, è stata invece descritta con toni drammatici che sfociavano quasi nel timore reverenziale.

Al contrario, lui l'ha presa in giro, la mafia, pur tuttavia narrando i fatti con rigore giornalistico.



Presente questa sera alla proiezione, Pif mi è apparsa una persona modesta, capace di quell'autoironia che caratterizza alcuni italiani, forse i migliori, senza peraltro mancare di serietà. Ecco, mi ha dato l'idea di essere serio senza prendersi sul serio.

La miglior frase del film:

I genitori hanno due compiti fondamentali. Il primo è quello di difendere il proprio figlio dalla malvagità del mondo. Il secondo è quello di aiutarlo a riconoscerla.

Di nuovo, mi sono sentita contenta, e fiera, di essere italiana.

Tuesday, August 19, 2014

L'ile d'Orleans o dell'importanza del cassis

Avevamo voglia di disconnetterci un istante (cit. Subsonica), di partire su un’isola perché purtroppo o per fortuna ho contagiato il Teodolindo con la convinzione che mai si è in vacanza come quando si è su un’isola. Abbiamo scelto come meta l’Île d’Orleans, nella foce del San Lorenzo, poco più  a nord di Quebec City.

Questi sono i suoi paesaggi:






E queste sono le sue strade:




Indubbiamente queste condizioni ci hanno permesso di riuscire nell’intento di staccare la spina dalla routine e dal lavoro.

Il tempo però non era dei più clementi, come si vede dalle foto, e noi che ci immaginavamo a bordo fiume a guardar passare le navi e a leggere, abbiamo dovuto trovare attività alternative.
Fu così che partimmo all’esplorazione dell’isola e di quanto essa offre, cosa che si può facilmente riassumere in un'immagine e una parola.

da wikipedia

Il cassis, noto anche come ribes nero.

Si inizia con le torte ai cassis (si intravede una piccola, solitaria fetta di torta ai lamponi e cioccolato: il resto è cassis)

Ma dai?! Cioccolato al cassis?!


Toh, guarda! Vendono anche le foglie!

Torrone al... aspetta aspetta, provo a indovinare: cassis?

Marmellate, burro e coulis di... non sarà mica cassis?
Nel caso non se ne avesse a sufficienza, cassis in altre cento declinazioni

Una delle due aziende familiari. Monna et filles.

L'altra azienda familiare. Cass'isle.
Visto che chi si dedicava ai liquori c'era già, loro han pensato all'aceto.
Aceto di cassis, nel caso si avessero ancora dubbi.

A tratti il Teodolindo ed io ci sentivamo un po’ come nella splendida scena di Koda fratello orso in cui le due alci giocano a Vedo, vedo.

L’isola ci ha conquistati per il suo carattere discreto, e il cassis ce lo siamo portati a casa in tutte le sue mille trasformazioni.
Presto su questi schermi una torta deliziosa fatta proprio questo pomeriggio al ritorno a casa, chissà mai con quale ingrediente...

Tuesday, August 12, 2014

Ingiustizie

Iddu fa faville (letteralmente) e io, anziché essere lì ad ammirarne lo spettacolo e sguazzare di fronte alla sciara del fuoco, sono qui a Montreal.




Sunday, August 3, 2014

Minnule e Mennulara

Montreal, tardo pomeriggio di una pigra domenica di agosto. Trenta gradi, vento caldo.

La mia mente, chissà come, sarà il vento caldo, ritorna ai tardi pomeriggi di agosto di trent'anni fa.
Allora, io con i miei genitori e mio fratello tornavamo dal mare, cotti dal sole e dal vento, e rientrando nel cortile della casa dei nonni, nell'entroterra siciliano, trovavamo immancabilmente mio nonno, seduto su una sedia impagliata, con accanto un barile pieno di mandorle da sbucciare del mallo e un altro barile in cui mettere le mandorle con il guscio pulito. Svolgeva l'operazione con due pietre, una piatta, usata come supporto, e l'altra più appuntita, che serviva a togliere il mallo dal guscio delle minnule.

Mio papa, mio fratello ed io ci fermavamo in cortile ad aiutare il nonno. Lui andava a prendere pietre e sedie per noi due bambini e ci spiegava come fare. Io ricordo che i miei gesti si concludevano più spesso con pietrate sulle dita che con un'efficace sbucciatura delle mandorle. Ricordo la pietra troppo pesante perché la mia mano di bambina potesse compiere il suo dovere.

Ricordo poi che mio nonno e mio padre, tra una minnula e l'altra, ogni tanto di mandorle ne rompevano una e ce la davano da mangiare. Amara, verde. Deliziosa. Era un piccolo premio, una cosa preziosa.
Il tutto avveniva in silenzio, o forse solo poche parole venivano dette.
Sono cresciuta d'estate in quel cortile in cui si riusciva a stare in silenzio, perché di parole non ce n'era bisogno.

Da allora le minnule per me sono casa.

Oggi ho portato in terrazza due ciotole, una piena di mandorle coperte di acqua bollente e una vuota. E ho spellato le mandorle, con calma, in silenzio. Davanti a me il Teodolindo leggeva un libro, mi ha vista trafficare con bucce e mandorle e mi ha detto: "Tu non riesci proprio a stare tranquilla, eh?". Non sapeva che nulla equivaleva alla tranquillità più di quel gesto.



Con quelle mandorle ci ho poi fatto un pesto di foglie di carote. Avevo comprato un mazzo di carote questa mattina, e le foglie mi piacciono più delle carote stesse. Pensare che c'è gente che le foglie le butta!


Avevo anche già lavato le foglie che erano pronte per essere tritate insieme ad una manciata di mandorle spellate ed una di pistacchi, il tutto naturalmente ammorbidito da abbondante olio di oliva extravergine.


Mentre ero lì, intenta a tritare mandorle e unirle alle foglie di carote, pensavo alla reazione che avrebbero avuto le tre generazioni di uomini della mia famiglia a vedermi fare una ricetta simile, così strana per la nostra tradizione di casa, per cui le mandorle si usano nei dolci. Punto.

Non riesco ad immaginare una sola possibile parola pronunciata dai tre - mio nonno, mio padre, mio fratello- però ho chiarissimi in mente come mi avrebbero guardata e l'espressione del loro volto, un misto di diffidenza e curiosità, tutte siciliane.

"Pietro Fatta e padre Arena erano impassibili, esempi di quella abilità a dissimulare i propri pensieri e sentimenti che i siciliani si bevono col latte materno." 
Simonetta Agnello Hornby, La mennulara. 2002.






Sunday, July 13, 2014

Mediterranea

Quando sento la nostalgia di quel caldo,
di quel mare,
di quel vento,

questa canzone e questa voce,
mi portano lì.

E forse, come diceva Giuni,
quella nostalgia,
è nostalgia di un Amore immenso,
che non sta in un luogo,
ma in tutti i luoghi.




Ma portami via da qui,
per le strade che sai.
Non mi abbandonare al mio silenzio,
e portami via da qui,
per le strade che sai.





Sunday, March 9, 2014

.

Grazie nonno per avermi dato le radici
e la terra.

Grazie per avermi insegnato che la terra ci resiste
soprattutto quando è bruciata dal sole.

Grazie per avermi mostrato la fatica fisica
e i segni che quella e il sole lasciano sul viso con gli anni.

Grazie per avermi insegnato il silenzio.

Grazie per i tuoi occhi verdi che volevano avere il controllo su tutto.

Grazie per il dolore nascosto tuo e della nonna,
nell'aver visto partire prima i tuoi figli e poi i tuoi nipoti.

Ora vorrei riportarti alla Tallarita
perché e lì che tu appartieni
e con te, noi tutti.




Thursday, March 6, 2014

La legge dell'appartenenza

Questa terra, come la Ionia di Eraclito e Anassagora, è magica,

e richiama sempre coloro che gli appartengono,

come se esercitasse un diritto.

La legge dell'appartenenza.

                        
                                                Manlio Sgalambro, da Perduto Amor, 2003




Sunday, February 16, 2014

Altri arrivi e partenze


Come si fa a dire addio? Come?
Sono tornata di corsa per salutare il nonno, viaggiando con il timore di non arrivare in tempo per farlo, e adesso mi ritrovo al momento di ripartire  e a dovergli dire ciao sapendo che sarà l’ultimo.

Ho sempre detto che gli arrivi e le partenze servono a darmi la misura degli affetti.
Ma questa volta è di più.

Sai che la sofferenza d’amore
non si cura
se non con la presenza e la Sua figura

Come un bambino stanco ora voglio riposare
e lascio la mia vita a te.
                                     Giuni Russo e San Giovanni della Croce



Thursday, January 30, 2014

Preferenze

Tra mare e montagna, preferisco la Montagna nel mare. 



Tra Sicilia e Piemonte, preferisco la Sicilia. Ma tra estate e inverno, preferisco l'inverno.
E tra sole di Stromboli e vento di Montreal, dipende dai giorni. 

Preferisco il giorno alla notte.
Preferisco la mattina. Svegliarmi presto ad andare a dormire tardi.
Preferisco la colazione ad ogni altro pasto. Ma preferisco il salato al dolce. E tra un biscotto e un pezzo di focaccia da accompagnare al caffè, preferisco la prima. Ah, la focaccia al mattino.

Preferisco la pasta al riso. E gli spaghetti con olio e parmigiano a tutto il resto.
Preferisco gli avanzi alle primizie. E il pane del giorno prima a quello fresco.
Preferisco recuperare.
Preferisco tenere, che non si sa mai, può sempre servire.

Preferisco i libri usati a quelli nuovi. Preferisco i libri vecchi a quelli nuovi. 
Quelli sottolineati a quelli intonsi. Quelli che sanno di umido a quelli che profumano di fresca stampa.

Preferisco l'odore di cibo al profumo di pulito.

Preferisco far niente rispetto a ottimizzare. Uh, che odio la parola ottimizzare.
Preferisco la coperta sul divano. 

Preferisco la neve alla pioggia. Forse perché preferisco - sempre - i cappotti. 
Preferisco la donna vista da Valentino a quella pensata da Armani.
Preferisco Audrey Hepburn a Marilyn Monroe. E preferisco Laura Morante.

Ma tra tutte le donne mai comparse sulla terra, preferisco Teresa d'Avila. Anche rispetto a Audrey, sebbene non si conoscano molto i gusti di Teresa in fatto di eleganza. Certo, depone a suo favore il fatto che anche lei pare amasse gli abiti neri, per quanto di taglio piuttosto monacale.

Preferisco i tacchi alle ballerine, anche se fino a quattro anni fa avrei detto l'esatto contrario.
D'altra parte, preferisco chi cambia idea a chi ha convinzioni che durano una vita.
E di gran lunga preferisco chi ha dubbi a chi ha solide certezze. 
Chi cambia a chi è sempre uguale a se stesso. Preferisco Damon Albarn agli U2. 

E chi dice "mi chiamo" a chi dice "io sono". E chi dice "faccio il medico" a chi dice "sono medico".

Preferisco la sostanza bianca alla sostanza grigia. E gli astrociti a ogni altra cellula. Loro stan lì a fare tutto il lavoro di manovalanza e nessuno li considera se non quando si arrabbiano, la famosa "reazione astrocitaria".
Preferisco anche i melanociti, forse perché assomigliano un po' agli astrociti. 

Preferisco la pelle abbronzata, e le lentiggini.
Preferisco il rosso al blu, il rosa all'azzurro, il giallo al verde. 
Ma preferisco la bianca porcellana alla rossa creta. 
E, per analoga liscezza, preferisco il bunet alla crostata. E le penne lisce a quelle rigate.

Preferisco la scultura alla pittura. E la materia all'immagine.
Camille Claudel a Rodin. 
Però preferisco anche Wong Kar-Wai e i suoi fotogrammi, che mi appenderei in casa come quadri.

Gli alberi da frutto ai fiori. 
L'oca al cigno. La gallina al pavone. D’altra parte la gallina ha le ali ma non le usa, però fa le uova.

Preferisco il verbo "fare" al verbo "dire".
Preferisco il silenzio. Preferisco chi a volte resta senza parole.
Preferisco le persone scontrose a quelle socievoli. Gli antipatici agli amiconi.
E preferisco le mie amiche di una vita, anche quando mi chiedo se saremmo mai diventate amiche se solo ci fossimo conosciute oggi.

Preferisco solidarietà a beneficenza. 
E multiculturalità a integrazione.
Per questo, preferisco essere italiana, ma vivendo in Canada.

Preferisco pensare che quest'elenco di preferenze fosse molto diverso qualche anno fa. E che senza dubbio cambierà ancora. Eccome.

Wednesday, September 11, 2013

Arcipelaghi

Constatavo or ora che io mi sono sempre sentita un'isola. E come tale le ricerco, le bramo, e trovo quella pace inscindibile dalla trepidazione solo quando metto piede su un'isola. Alla fine ci sono anche venuta a vivere, su un'isola, anche se sui generis. 
Constatavo pero' che, piu' che le isole, sono gli arcipelaghi che mi attraggono. 
Le isole che non sono sole. 
Le isole che sanno stare con altre isole per formare meraviglie. 
Ecco, pian piano nella mia vita io trovo le altre "isole" con cui sto bene e con cui costruire un arcipelago anche se mari, fiumi e tonnellate di acqua ci separano.


Wednesday, July 10, 2013

Coming home to Sicily, page 98

Finocchietto selvatico arrivato nel cesto settimanale della Ferme Cadet Roussel. Una magnifica sorpresa, ovviamente, per la ricevente che ha sangue siciliano.


Wild fennel arrived last night with the weekly delivery from the Farm Cadet Roussel. A very pleasant surprise for the one in the family that has Sicilian blood in her veins.


Ho subito pensato di provare le polpette di finocchietto selvatico che compaiono a pagina 98 del meraviglioso libro "Coming home to Sicily" di Fabrizia Lanza.
Ho quindi fatto cuocere il finocchietto in acqua bollente, non prima di averlo annusato e ammirato, e ancora annusato. Dopo 15 minuti l'ho scolato, fatto raffreddare e tritato con il coltello. Ho aggiunto un uovo, un bel po' di parmigiano, sale e pepe. Poi ho fritto il composto a cucchiaiate in olio di oliva extravergine. Questo il risultato.

I immediately thought about trying these wild fennel fritters as seen at page 98 of Coming home to Sicily by Fabrizia Lanza. So, after contemplating it and smelling it again and again, I cooked the wild fennel in boiling water for 15 minutes. Then, I drained it, let it cool and chopped it. I added one egg, some parmesan cheese (2-3 tablespoons), salt, pepper. Finally I deep-fried spoonfuls of the batter in hot extravirgin olive oil. The result is above. 

Tuesday, November 6, 2012

Pasta con le patate e cipolle... l'ultima?!

Ieri sera l'atmosfera era un po' tesa a casa. Non so bene perche', forse anche perche' era la prima sera dopo il cambio dell'ora e alle sei e mezza la cucina era gia' buia. Ma al mio rientro il Fede era in cucina, con Mark Lanegan che cantava dal mac. Io avevo comprato i ditalini perche' gia' dal mattino avevo in mente di fare la pasta con le patate e cipolle, quella che c'e' a casa mia da sempre, senza che mai nessuno le abbia dato molto credito o fatto troppi complimenti. E chissa' come mai, la pasta con le patate e le cipolle ha fatto la stessa fine di quelle persone splendide e silenziose la cui presenza ed importanza non viene mai lodata, ma che in realta' tutti amano profondamente. E' donna di sostanza, insomma.
E a me piace.
Cosi' l'ho preparata. Quattro patate piccole e una cipolla intera. Tutte che arrivavano dalla terra di Melina Plante, la nostra fida contadina. Le ho messe a rosolare con un filo d'olio nella pentola di ghisa con il fondo spesso, regalo di Julie e ormai pentola ufficiale delle minestre, poi coperte con acqua bollente per oltre un dito e insaporite con il dado vegetale fatto quest'estate (sedano, cipolla, carota, alloro). Come mi aveva detto mio papa', a meta' cottura ho aggiunto tre cucchiai di salsa di pomodoro e lasciato cuocere ancora.
E poi c'e' stato il dilemma: dove la cuocio la pasta? Con le patate e cipolle o a parte? So che la tradizione la vorrebbe cotta insieme alla verdura, ma a casa mia sempre si e' fatto il contrario. Ora, andare contro mia nonna e mio papa' e' cosa ardua per me, ma la voglia di sperimentare una roba nuova e' stata piu' forte. E cosi', via. Ditalini nella pentola con patate e cipolle. Neanche cinque minuti e tutto si era attaccato. Ovvio. Io mi sono insultata da sola per aver trasgredito alle regole della nonna Titina, che se ha fatto pasta con patate e cipolle per cinquant'anni ne sapra' pur qualcosa, no? E poi senso di colpa per il povero Fede che gia' ha perso peso negli ultimi mesi e ci manca solo che io gli rovino la cena...
Alla fine, come capita, le cose non so come ma si sono aggiustate. Ho aggiunto altra acqua, ho mescolato spesso e il risultato e' stata una minestra cremosa, che con il pecorino grattuggiato sopra, ha finito per essere deliziosa come la ricordavo.
Ah, non delude mai.

Oggi arrivo in ospedale e la sorpresa. Forse il calo di peso del Fede e' dovuto a celiachia. Forse, aspettiamo conferme.
Dopo la prima ora di smarrimento, io gia' cercavo in rete ricette senza glutine. La prossima pasta con patate e cipolle sara' probabilmente diversa da quella di casa mia, ma prometto al Fede che gliela faro' altrettanto buona.

Wednesday, September 26, 2012

Calati junco che passa la piena

Agli uomini capita di mettere radici, e poi il tronco, i rami, le foglie...
Quando tira vento i rami si possono spaccare, le foglie vengono strappate via: allora decidi di non rischiare, di non sfidare il vento. Ti poti, diventi un alberello tranquillo, pochi rami, poche foglie, appena l'indispensabile.
Oppure te ne fotti. Cresci e ti allarghi. Vivi. Rischi.

Mauro Rostagno
(intervista di Claudio Fava, King 1988)