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Sunday, July 29, 2018

Arrivo con l'ultimo treno - cap. 2

La seconda cosa magnifica che ho visto di recente è stata questa



L'ho detto, arrivo tardi, quando probabilmente tutti l'hanno già visto, ma quanto bello è questo film?
Poetico e passionale allo stesso tempo, come solo il racconto di un primo grande amore può esserlo. La descrizione di un sentimento totalizzante con tutta la bellezza e la tristezza che esso implica.

Mi è piaciuto tutto:
gli interpreti, in primis lui, Timothée Chalamet (quanto è bravo!?)





e poi la madre, che di parole ne dice poche, ma con gli occhi si esprime, e lei vede e sa tutto, anche prima del figlio;






la colonna sonora,



The first time that you touched me
Oh, will wonders ever cease?
Blessed be the mystery of love


inclusi i silenzi che ben raccontano la noia di certi pomeriggi estivi italiani;




gli ambienti interni ed esterni, che come dice il regista, sono interpreti del film quanto gli attori.



Mi ha fatto venire nostalgia dell'Italia, quella anonima raccontata in questo film, che fa da sfondo, ma senza la quale la storia non potrebbe essere la stessa.

Call me by your name è uno di quei film che a me restano in testa per giorni. Ripenso ai dialoghi e alle scene, cerco di capirle alla luce di particolari che subito non avevo notato, e quando cado in questa rimuginazione è segno che il film non lo dimenticherò facilmente.

Ditemi: voi l'avete visto? Vi è piaciuto?

Tuesday, May 15, 2018

La cosa che più mi manca dell'Italia

Non è la pizza.
Non è la mozzarella.
Non è il clima.

Sono loro.
È lei.

L'eleganza degli uomini italiani.





Ahhh.
Ditemi, o voi che leggete, se non sono magnifici. Mi sembra anche di sentire il profumo di dopobarba.


È qualcosa di naturale, per nulla pretenzioso. Sanno vestirsi e ci tengono a farlo. Indipendentemente dall'età, dall'estrazione sociale, dal luogo in cui vivono, dal lavoro che fanno. Sanno apprezzare un bel maglione, per non parlare di un completo giacca e pantalone. Sanno quando vestirsi di lana o di cotone o di lino. Anche il jeans è indossato sapientemente. Nulla è lasciato al caso. Sanno che anche per andare a comprare il giornale la domenica mattina in edicola ci si veste decentemente. E "decentemente" per l'uomo italiano equivale a quel che nel resto del mondo è uno standard altissimo.




Pensate che vostro padre o vostro cugino o vostro marito si vestano male? Pensate che quest'attitudine non si applichi a chi conoscete?
Voi. Non avete. Idea. Se non siete stati qui in Canada o negli Usa (ok, eccezion fatta per NYC), voi non sapete cosa voglia dire vedere uomini a cui non interessa l'abbigliamento e lo stile. Qui letteralmente gli uomini per lo più si vestono per coprirsi, salvo rare eccezioni che mi fanno voltare per strada, e spesso sospetto si tratti di italiani.

Anni fa, forse ero qui da appena un anno o due, una segretaria sulla cinquantina mi raccontò di essere stata in vacanza in Italia con suo marito. "Sai cosa mi ha colpito di più?", mi disse, "Gli uomini. Sono tutti così... così effeminati! Con la sciarpa al collo, e la camicia,... e poi profumano!". Pare che il marito non si capacitasse di come facessero a essere così attenti e soprattutto si chiedeva come mai lo fossero. Capito? La cura di sé vista in modo dispregiativo.





Il problema è che l'eleganza degli uomini italiani credo che in parte sia innata, ma molto sia influenzata dal contesto. Se attorno hai colleghi, amici, parenti che si vestono bene, tu pure ci stai più attento. Quando ho conosciuto il Teodolindo, mi aveva colpito proprio la cura con cui si vestiva. Ricordo ancora, e pure lui, cosa indossasse al primo appuntamento. E anche al secondo. Non troppo elegante, ma sicuramente ricercato e attento ai particolari.
E ora? Ora... è una dura battaglia. Se ne accorge che gli standard con cui si confronta sono molto più bassi e si rende conto che a volte perde colpi. Quando poi torna in Italia è come con la bicicletta - non ti dimentichi come si pedala - ed allora eccolo che arriva la crisi di identità ed escono frasi come "Non ho niente da mettere", "Sono sciatto", "Ho solo vestiti vecchi, dobbiamo andare a fare spese".

E puntualmente torniamo a Montreal con le valige piene e con un vestito, se non due, di Boggi, comprati all'aeroporto.






Tutte le immagini sono prese dal sito di The Sartorialist.






Wednesday, May 2, 2018

Italiani quanto basta

Oh, continuiamo la chiacchierata iniziata qui da me e proseguita qui da Alice. Se volete unirvi, sedetevi comodi, prendete una tazza di tè e partecipate alla ciacolata.  

Qualche settimana fa sono andata in consolato per ritirare il passaporto italiano della SignoRina. Come spesso capita quando vado in consolato, ero ambivalente: quasi eccitata all'idea di avere finalmente tutti e quattro almeno un passaporto in comune, nostalgica per il toccare un po' di suolo italiano, scoglionata perché non sai mai cosa può capitare in termini di sorprese burocratiche.
Quel giorno ero particolarmente di buon umore. Dovevo solo ritirare il documento, quindi mi sono seduta nella sala d'aspetto che ormai conosco bene. Ho dato una rapida occhiata ai soliti due poster appesi al muro, uno con un panorama della costiera amalfitana, l'altro del lago Maggiore, e ho scelto la sedia che meglio mi facesse vedere la televisione su cui andava in onda la Prova del Cuoco.



Due paesaggi, la voce di Antonella Clerici, la preparazione di pasta fresca ripiena e l'accento romagnolo del cuoco in gara. Tutto era familiare al punto da neanche accorgermene. 
Finché non sono entrati. Altri due italiani. Sicuramente italiani, avevano il passaporto. Erano lì in consolato come me. Nel nostro consolato italiano.
Solo che uno dei due, donna, non parlava italiano. Parlava solo inglese e chiedeva informazioni riguardo a determinati documenti. 
L'altro parlava un italiano stentato misto a termini dialettali di qualche parte del sud Italia. Suo padre era morto e non sapeva come comunicarlo al comune di origine: "Non l'ho uscito quel documento", "Non l'aggio ancora sbrigato". 

Anni fa mi avrebbero irritato e avrei pensato con stizza e superiorità che quei due non erano italiani. Sì, va be', avevano il passaporto, ma non erano italiani veri. Non come me. 
Poi, conoscendone qualcuno, di quegli italiani di seconda o terza generazione, ho capito che spesso sono più affezionati all'Italia di me, che ci tengono al mantenimento delle tradizioni, hanno l'orto in cui piantano zucchini e melanzane, fanno ogni anno il sugo di pomodoro in casa per l'anno a venire, e venerano il pranzo della domenica come un'occasione immancabile per ritrovarsi in famiglia. Si sposano spesso tra italiani, loro, e vivono tutti o a little Italy o a St. Leonard, che è il nuovo quartiere italiano di Montreal. Sanno chi è Renzi e chi è Salvini e vanno a votare. Li conosco, dicono "cotto" e "butti" invece di cappotto e stivali (da coat e boots), cantano le canzoni dei Ricchi e Poveri e quelle di Toto Cutugno.  

Ma chi sono io per dire chi è italiano veramente? Per giudicare chi ha diritto di sentirsi tale? 
Oggi penso che, passaporto a parte, ognuno è quello che si sente di essere. 



Quel giorno in consolato un lampo mi ha attraversato la mente.
I miei bambini. Quella SignoRina di cui stavo per ritirare il passaporto e che per ora è ancora solo canadese, lei diventerà così? Sarà vista così dagli italiani nati in Italia? 
E il Sig. Tenace? Su, facciamoci una risata: quale italiano d'Italia lo considererà davvero italiano? Ok, parla italiano, ha il passaporto e una famiglia italiana, ma è nato in Cina ed è asiatico, su questo non ci piove. Quante volte si sentirà dire "Ma tu di dove sei? Ho capito che sei italiano, ma veramente di dove sei?"

Entro in una spirale.
Guardo i due poster. Io non ho bisogno di leggere la scritta sotto per capire dove sono quei luoghi, ma per i miei figli? Saranno posti esotici? Il Sig. Tenace non sapeva neanche cosa fosse Milano fino a qualche tempo fa...

Ancora più giù nella spirale.
Penso a quando il Sig. Tenace gioca ad essere un uovo e mi dice: "Mamma, pondami!" (pondre un oeuf, in francese) o quando canta Tanti auguri a te dicendo "Bonne fete to you!". Io sorrido, illusa del fatto che la lingua italiana gli scorra dentro e gli sia innata come lo è per me e per suo padre, che neanche ci rendiamo conto di quanto ci sia letteralmente "madre" lingua.

E poi in fondo alla spirale, il solito pensiero. 
Loro si sentiranno sempre fuori luogo ovunque. Noi ci facciamo il culo perché loro possano essere cittadini del mondo e sentirsi a casa tanto qui, quanto in Italia e, per uno dei due, pure in Cina, ma la verità vera è che loro, in ognuno di questi luoghi saranno sempre un po' stranieri. Non completamente Canadesi, perché figli di immigrati, non completamente italiani perché in Italia non ci avranno vissuto, non completamente cinese perché cresciuto in una famiglia italiana. 

Io e il Teodolindo abbiamo fatto la scelta di vivere altrove, forti dei nostri piedi ben piantati nelle radici italiane con cui inevitabilmente ci accordiamo come con un diapason. Ma loro? Abbiamo puntato sulle opportunità che questa scelta offre loro in termini di esposizione a più culture e lingue e di un paese come il Canada che fa della diversità la sua forza. Ma gli abbiamo tolto un'identità chiara. 
Dovranno farci i conti, loro.
Come in un bassorilievo, dovranno costruire la loro identità e la loro bellezza sull'equilibrio tra i pieni e i vuoti. 







Wednesday, April 25, 2018

25 aprile 2018

da qui


Ci avevamo già provato due anni fa, a spiegare il 25 aprile al Sig. Tenace. Abbiamo fatto un nuovo tentativo ieri sera prima di metterlo a letto, al momento della lettura di un libro.
"Stasera niente libro, ti racconto una storia. Anzi, guarda, te la raccontiamo insieme io e il papà"
Il Teodolindo mi guarda perplesso poi però capisce dove voglio andare a parare.
Se per certi versi adesso posso raccontare e non solo cantare, come feci nel 2016, è tuttavia difficile spiegare la resistenza ad un bambino di cinque anni.
Di più.
E' difficile spiegare la resistenza ad un bambino italiano di cinque anni che in Italia ci ha messo piede una sola volta per due settimane.
Lui non ha i luoghi nei ricordi, non conosce persone che possano dire "il mio nonno...", non ne sente parlare a scuola, non vede lapidi commemorative o manifestazioni.
Il 25 aprile è per lui un giorno come un altro.
E però quanto vogliamo che lui e sua sorella crescano con una coscienza storica del nostro Paese*? Molto. Moltissimo.
Oh, ci abbiamo provato.
Abbiamo usato ogni mezzo, dalla similitudine tra i partigiani e i soldati di Mulan che difendevano il loro paese dall'invasore (e vi assicuro che fa il suo bell'effetto paragonare i nazisti agli Unni, per un bambino come il Sig. Tenace), alle immagini cercate su internet. Abbiamo provato a dirgli che noi neanche possiamo immaginarla la felicità di quella gente, quel 25 aprile di 73 anni fa.

Una partigiana sulle Alpi contro l'invasor

"Voglio vedere le foto delle battaglie!", chiedeva lui.
E allora gli spieghiamo che non erano battaglie come lui immagina, ma che la vera azione era la pazienza e la resistenza.

Pazienza e resistenza.
Ne avremo bisogno anche noi perché questi due scriccioli diventino due italiani consapevoli delle radici della loro famiglia.



PS O voi che leggete e che vivete fuori dall'Italia, e sapete chi siete, ma come fate con i vostri figli?

PS 2 Io ho trovato questo elenco di libri per spiegare la resistenza, qualcuno li conosce? Mi dite cosa ne pensate?

*che poi, il nostro Paese sarà anche il loro? Lo sentiranno loro? Questa è una delle domande che più mi tortura.

Thursday, June 9, 2016

Il coraggio


Sorella del coraggio è l’umiltà. Fare del nostro meglio quando nessuno ci osserva. Accordare il nostro passo a quello degli ultimi, anche quando potremmo correre.
Il coraggio è rinunciare a qualcosa di nostro per un bene più alto: per il bene comune.
Il coraggio è non mentire a se stessi, scavare dentro la propria storia, elencare pregi e difetti.
Il coraggio è accettarsi.
Il coraggio è pregare dicendo: accettami come sono, ma rendimi come tu mi vuoi.
Il coraggio è trasformare il coraggio in qualcosa di quotidiano, impastarlo alle nostre azioni, al punto da non distinguerlo più. 

Fabio Geda, dal Discorso per la Route nazionale AGESCI - 9 agosto 2014

Monday, April 25, 2016

25 aprile


E come lo spiego, il 25 aprile, al Sig. Tenace?
Come insegno, a lui che è cittadino italiano da due settimane e che vive a seimila km dall'Italia e mai ci ha messo piede, l'importanza della data di oggi?
Come glielo racconto?

Mi sono messa a cantare.
Non mi è venuto in mente altro questa mattina prima di venire al lavoro.
Prima questa, a colazione:



Poi questa, mentre mi preparavo:




E per stasera mi riservo questa, meravigliosa, perché voglio che impari che il 25 aprile non è finito nel 1945:




[Non so quanto il messaggio stia passando visto che, mentre cantavo, il Sig. Tenace mi tirava la manica dicendomi: "Mamma, mamma, Stella stellina! Stella stellina!". Più tardi, Sig. Tenace, adesso ascolta queste.] 

Wednesday, March 30, 2016

La prossima volta

Di Gianmaria Testa avevo già scritto qui.

Quel che allora non avevo scritto era che, qualche giorno prima del concerto, il Teodolindo ed io gli avevamo mandato un messaggio su facebook. Forse forti del successo che la stessa proposta aveva avuto con Erri De Luca, con cui avevamo finito per trascorrere una giornata intera, e del fatto che Erri e Gianmaria sono amici (che adesso, a ripensarci, mi dico: ma cosa c'entra?!) avevamo spudoratamente invitato a cena Gianmaria Testa, senza mai averlo visto prima.

Lui mi aveva risposto, ringraziandomi e dicendomi che si trovava qui a Montreal eccezionalmente con la moglie e il figlio, a cui voleva dedicare tutto il tempo libero, e che quindi declinava il nostro invito. "Sarò felice di salutarvi dopo il concerto", aveva terminato.

Così, quel sabato, lo aspettammo dopo il concerto. Gianmaria Testa autografava cd seduto ad una scrivania, accogliendo le persone con un sorriso e scambiando due parole con tutti. Io mi misi in coda e poi mi avvicinai: "Ehm, buonasera, io sarei quella che l'ha invitata a cena...". A quella mia voce un filo imbarazzata, Gianmaria Testa si alzò di scatto dalla sedia. Non sorrideva più: "Ah, ciao! Sei tu! Senti, scusami davvero tanto! È che sono qui con mia moglie e mio figlio e voglio stare con loro più che posso." Continuammo a parlare un attimo, io lui e il Teodolindo e sembrava di conoscerlo da sempre. Una di quelle persone che dopo trenta secondi che le guardi negli occhi già capisci quanto sono autentiche. Poi concluse dicendoci: "Allora sarà per la prossima volta, neh!"

Non ci sarà una prossima volta, ma grazie lo stesso.

"E con la mano, che non veda nessuno,
con questa mano, ti saluterei"

Saturday, September 12, 2015

Il pranzo della domenica - il video

Del pranzo della domenica al Barcola Bistro avevo già parlato qui.
Ora Roberto Zorfini ne ha girato un video, domenica scorsa, in cui è riuscito a catturare quell'atmosfera che io avevo cercato di descrivere:


Nel video compariamo anche io, il Teodolindo e il Sig. Tenace. Roberto, conoscendoci, ha saputo riprenderci in modo molto discreto e di questo lo ringraziamo. Di me, poi, si colgono soprattutto le parole che mi fanno sembrare il più classico stereotipo di femmina italiana: "Andiamo a fare la pappa! Mangiamo! Mangia, amore!". Mi sento un filo patetica...

Grazie, Roberto: your video is worth a million words.


Tuesday, June 9, 2015

Il pranzo della domenica

Il brunch del fine settimana è un'istituzione a Montreal e il Teodolindo ed io non abbiamo avuto difficoltà ad inserirlo rapidamente tra le nostre tradizioni familiari. Così, da quattro anni, almeno un pasto del weekend è composto da morbide omelette, o uova benedectines, accompagnate da tazze di caffè nero con Leonard Cohen o Arcade Fire in sottofondo. Montreal, o i piccoli piaceri della vita.

Certo è che quando il Barcola Bistro, ristorante italiano dello chef Fabrizio Caprioli, ha lanciato il pranzo della domenica come alternativa al classico brunch, ecco, abbiamo avuto un tuffo al cuore.



Lungi da noi essere nostalgici, anzi, abbiamo sempre evitato certi connazionali emigranti che si sentono in esilio, passano il tempo a rimpiangere le mozzarelle e i pomodori italici e van di ristorante in ristorante per poi concludere amareggiati che tanto, insomma, niente è come l'Italia. 

Però conoscevamo Fabrizio, la sua filosofia, e il suo modo di essere italiano a Montreal. 
Insomma, una domenica abbiamo provato e ne siamo rimasti entusiasti. Non solo per il cibo che è divino, e quello già si sapeva, ma soprattutto per l'atmosfera che è protagonista tanto quanto i piatti. In poco tempo, infatti, il pranzo della domenica si sta trasformando in un ritrovo non programmato di emigranti che di stare qui son ben contenti, che esplorano Montreal con voglia di arricchirsi pur senza dimenticare da dove sono partiti. Italiani che amano il Paese che li ospita, ma che ricordano bene il pranzo della domenica attorno a cui la domenica ruota, da cui la settimana parte, fatto di piatti preparati per ore, gustato in famiglia, e seguito solo da una pennica sul divano. Perché in fondo, che altro c'è da fare la domenica pomeriggio?

Bon, ça va sans dire che il Teodolindo ed io facciamo parte del gruppo. 

Questa è la fotocronaca dell'ultimo pranzo della domenica, due giorni fa. 

Otto adulti, tre bambini. Piatti che si alternano sulla tavolata, forchette che si incrociano, bicchieri che si riempiono di un verdicchio squisito.


Mano sul cuore e mano sulla bocca, il mio amico Ale ed io manifestiamo fisicamente lo stupore per gli gnocchi gratinati.


Paccheri al ragù con commovente quantità di parmigiano

Due cuori e uno spaghetto. Ai frutti di mare.


Frittata con asparagi, patate e fiori di zucca: l'antipasto del Teodolindo.

Lasciare il sugo nel piatto sarebbe stato un peccato, giusto?
Resto una signora comunque, vero?
"Desiderate un dessert?", ci chiede con accento delizioso Danielle, la moglie di Fabrizio.
Le pance sono piene, ma vorrai mica dire di no?!
"Che dici? Ci dividiamo qualcosa?" o come ormai dice qualcuno, italianizzando dal francese "Partaggiamo?"

I dolci sono quattro e li si assaggia tutti, e di nuovo i piatti attraversano la tavola: 
"Ti prego, assaggialo perché non sai che ti perdi!" 
"No, guarda, davvero, sto a posto! Non ce la faccio più... Ma davvero è cosi buona? Va be', allora solo un cucchiaino. Ne prendo poco, eh, però!"

Torta al cioccolato bianco e cocco, con salsa di lamponi

Crostata di fragole e rabarbaro, con panna.


I non italiani che passano da Barcola per un piatto veloce osservano noi che riusciamo a stare seduti a mangiare per due o tre ore, parlando anche solo di cibo e vino. Poi si siedono e ho come l'impressione che vogliano provare ad imitarci. 





Grazie a Roberto Zorfini per le foto, a Fabrizio e Danielle per l'accoglienza, a tutti gli amici del pranzo della domenica per la compagnia.


Sunday, August 24, 2014

La contentezza di sapersi italiani, cap. 2

La stagione dei festival (nel resto del mondo chiamata "estate") sta finendo. E come d'abitudine, è il Festival des Films du Monde a chiudere la stagione.

Siamo appena rientrati dall'aver visto La mafia uccide solo d'estate, di Pierfrancesco Diliberto, altrimenti noto come Pif.

Pif  -  da qui
Un bel film, innegabilmente divertente, inaspettatamente emozionante.

Pif ha raccontato la Palermo e gli anni terribili dell'ascesa di Riina e del maxi processo in modo dissacrante verso quella mafia che, molte volte, è stata invece descritta con toni drammatici che sfociavano quasi nel timore reverenziale.

Al contrario, lui l'ha presa in giro, la mafia, pur tuttavia narrando i fatti con rigore giornalistico.



Presente questa sera alla proiezione, Pif mi è apparsa una persona modesta, capace di quell'autoironia che caratterizza alcuni italiani, forse i migliori, senza peraltro mancare di serietà. Ecco, mi ha dato l'idea di essere serio senza prendersi sul serio.

La miglior frase del film:

I genitori hanno due compiti fondamentali. Il primo è quello di difendere il proprio figlio dalla malvagità del mondo. Il secondo è quello di aiutarlo a riconoscerla.

Di nuovo, mi sono sentita contenta, e fiera, di essere italiana.

Saturday, July 5, 2014

La contentezza di sapersi italiani


[Intervistato sul significato del successo e dell'essere riconosciuto]

 link

"Per me ha un significato preoccupante. Preoccupante perché solletica un lato negativo che tutti abbiamo, che è la necessità di farsi dire “bravo” da qualcuno."

                  Gianmaria Testa, 2010 






Gianmaria Testa era in concerto questa sera, al teatro del Gesu, nell'ambito del Festival del Jazz di Montreal. Noi c'eravamo. Molto bello, intimo, essenziale.

Gianmaria Testa intercalava le sue canzoni con racconti personali, legati in modo più o meno diretto alle canzoni, e lo faceva con un'ironia sottile, autocanzonatoria. I Montrealesi ridevano di gusto, come raramente li ho visti fare. Erano risa non solo di divertimento, ma anche di stupore per come una persona di quel calibro, che fa il tutto esaurito per tre sere di fila al Montreal Jazz Festival - di cui peraltro è un habitué - potesse ridere e far ridere di sé. E il tutto con poche parole. Misurate.

E io ad un certo punto mi sono estraniata dal concerto.

La musica e la voce di Gianmaria Testa sono rimaste in sottofondo, e io mi son trovata a pensare che noi Italiani, spesso soprattutto noi Italiani all'estero, crediamo che gli altri, i non Italiani, ci riconoscano come i caciaroni o i maneggioni. Temiamo che gli Italiani famosi nel mondo siano i Berlusconi, gli Albano e Romina, le Raffaella Carrà.

Poi invece, nella discrezione che li caratterizza, sono persone come Gianmaria Testa ed Erri De Luca che attraversano l'oceano e lo conquistano con la loro misura.

link


Parola dopo parola, nota dopo nota.
Frutti di un talento che è maturità, ed è cultura che affonda le radici nella storia di un popolo, come quello italiano, che è migrante da sempre. E con questa consapevolezza e l'umiltà che ne deriva, loro, gli Erri, i Gianmaria, si affacciano al mondo e dal mondo si fanno amare.

E io, con quella musica nel sottofondo dei miei pensieri, mi sono sentita contenta di essere italiana.

Sunday, April 28, 2013

Domenica.

La nostra domenica.

Niente di diverso dalla solita routine domenicale.
Sveglia, colazione, messa.

Poi a mezzogiorno siamo andati a prendere Lui in albergo.  Ci aspettava già fuori dall'albergo, con venti minuti di anticipo. Noi eravamo un po' agitati, poi invece Lui era così umile che tutto è stato molto spontaneo.
L'abbiamo portato a fare il brunch da Fred. Appena salito in taxi, ci ha rivolto la sua prima domanda: "E voi che ci fate qui?".
Intendeva a Montreal. Io gli ho sorriso, imbarazzata, poi il Fedi gli ha spiegato come mai siamo qui.
La seconda domanda è stata: "E siete sposati?". Il Fedi ha risposto: "Sì". Io ho aggiunto: "Sì, insieme, io e lui". Si è messo a ridere. Evidentemente ero proprio un po' emozionata.

Anche Fred era emozionato. Ha letto molti suoi libri e lo ama.
Infatti ci ha offerto lui il pranzo, Fred, a tutti e tre. Dicendo a Lui: "È il minimo che possa fare, per tutti i libri che lei mi ha dato".


Abbiamo mangiato insieme. Ci ha fatto un sacco di domande. Lui a noi.
Dopo pranzo l'abbiamo riaccompagnato in albergo. Lui ci ha detto che andava a preparare la valigia per liberare la stanza, ma di aspettarlo nella hall. È andato su in camera, dopo cinque minuti era già sceso con la valigia. Non era una valigia. Era uno zainetto minuscolo. Ci ha detto che tanto per due giorni non gli serviva granché e che anche fosse stato via due settimane avrebbe avuto lo stesso bagaglio, che si lava i vestiti.
Siamo stati lì a chiacchierare, ci ha dato il suo indirizzo e-mail per la prossima volta che passa di qui. Ci ha firmato un suo libro scrivendo:
"A Roberta e Federico, insieme a primavera canadese. Erri"
Poi io gli ho detto: "Vado a comprare un suo libro per Fred, così le faccio fare una dedica e glielo regaliamo". Lui ha detto: "Buona idea. Lo faccio io". Così è sceso nella libreria, ha scelto un suo libro, se l'è comprato (con tanto di commesso alla cassa che gli ha augurato "Buona lettura!") e ha scritto una dedica a Fred. E ce l'ha dato dicendoci: "Avete avuto proprio una buona idea".
Poi siamo stati alla sua conferenza, e alla fine l'abbiamo ringraziato per la giornata e il regalo di aver passato del tempo con noi. "Grazie a voi che avete sopportato tutte queste chiacchiere".
Spero di rivederlo presto. Qui, la nostra casa è aperta per Lui.
È stata una domenica di grazia.

PS l'antefatto è che ieri sera alla prima conferenza, il Fedi, quando gli abbiamo fatto autografare un libro, ha avuto l'idea di invitarlo fuori a cena. Così, tanto al massimo ci diceva di no. Non poteva a cena, ma era libero a pranzo, ci ha detto. "Venite a prendermi qui in albergo. Io sto qui e vi aspetto a mezzogiorno". Così, niente di più di questo.