Ho conosciuto una persona che mi ha folgorato. Purtroppo, almeno per ora, l'ho conosciuta solo tramite i social network, ma chissà...
Parlo di Esperance H. Ripanti.
Un giorno il mio amico Kim Soo-Bok Cimaschi (adottivo italiano di origine sudcoreana, direttore della rivista AdopNation) mi invitato a seguire la pagina di Esperance su facebook, così senza neanche dirmi perché. Non che mi ci volesse molto a capirlo: italiana, nera, adottata.
E anch'io, senza neanche ringraziarlo, ho iniziato a seguirla. Con lui spesso è così, ci mandiamo riferimenti, contatti, e bon, ci si capisce. E infatti sono bastati due post per capire che era rivoluzionaria, almeno per la realtà italiana, e che l'avrei amata visceralmente.
Un po' ne ho parlato su questo blog, ma sempre troppo poco per i miei gusti, di una questione che mi sta veramente a cuore, ovvero gli italiani e il razzismo. E qui di solito c'è già gente che storce il naso.
Qualcuno già dice "ma gli Italiani non sono razzisti" o, altra faccia della stessa medaglia, "non siamo mica tutti razzisti".
Sì. Lo siamo.
E non vogliamo rendercene conto. Non vogliamo sentircelo dire.
Il problema è che in Italia si è così indietro, ma così indietro sull'idea di una società multirazziale e multiculturale, che ci manca ancora la consapevolezza, ci mancano le basi per analizzare il problema.
Chiarisco subito un punto fondamentale. Non è che io ne sia immune, anzi. Io sono razzista come gli altri. Solo che ho avuto il puro culo di trovarmi a vivere da nove anni in un paese che me l'ha fatto capire. Il Teodolindo ed io a stare a Montreal abbiamo imparato che siamo razzisti, come lo sono gli italiani. Ma abbiamo anche imparato che, come dice Maya Angelou:
Quindi:
1. apertura degli occhi: "Oh cazzo, vuoi vedere che sono razzista? Io?!"
2. sconforto, smarrimento
3. reazione: "Ok, e adesso che lo so? Cerco di fare meglio, e soprattutto ci faccio attenzione"
Il punto è che avendo un figlio italiano appartenente ad una minoranza visibile questo processo ha assunto caratteri di urgenza. Mentre io, bella immersa e comoda nel mio privilegio di persona bianca, potrei anche prendermi tutto il tempo per cambiare il mio essere razzista, il Sig. Tenace vive sulla sua pelle, letteralmente, quella lacuna enorme della società italiana e mi obbliga - grazie! - a muovere il culo, perché io devo cambiare, le cose devono cambiare, adesso.
Quando qualche giorno fa l'ultrà del Verona ha detto di Balotelli (toh, un altro italiano nero adottato!) che "Lui non sarà mai totalmente italiano", io ho ringraziato che il Sig. Tenace non leggesse i quotidiani, ma quelle parole sono risuonate così familiari, ma così familiari! E dire, io non conosco neppure un ultrà e non ho amicizie nel mondo dell'estrema destra, ma quella frase lì "Ah, sì, il Sig. Tenace è italiano, ma non è italiano. Capisci cosa voglio dire?" me la sono sentita dire troppe volte. In primis da mia madre, alla quale se provo a dire "Ti rendi conto che hai detto una roba davvero razzista?"
mi risponde "Chi io? Ma no! Oh come sei suscettibile".
O l'anno scorso quando ho fatto notare ad un mio contatto facebook che no, vestirsi da "orientale" (per inciso, si dice asiatico, orientale sono i tappeti) a carnevale non si fa, che la cultura altrui non è un costume, mi sono sentita dire "Va bè, ma allora non si può più travestirsi da niente!".
Di questo sto parlando, non dell'insulto "n**ro di merda" che siamo tutti capaci ad identificare come sbagliato.
Seconda rivelazione: non sta a noi decidere cosa sia razzista o no. Se una persona appartenente ad una minoranza visibile, o uno straniero, ci dicono che certi comportamenti, certe parole, sono razziste, facciamocene una ragione. Sit with your discomfort, dicono qui, stiamo zitti e impariamo.
Perché tutta 'sta premessa fiume per parlare di Esperance?
Perché da anni il Teodolindo ed io viviamo con un senso di frustrazione immane, che spesso si trasforma in rabbia. Vorremmo che gli italiani capissero come sta messa l'Italia, che chi fa paura non è solo Salvini, ma sono anche quelli che si tingono la
faccia di nero, quindi con un
gesto di per sé storicamente razzista, per protestare contro il razzismo e si mettono la maglietta "L'unica razza che conosco è quella umana!" (ci credo, sei bianco! Vallo a dire agli italiani neri che le razze non esistono...).
La soluzione, una delle soluzioni almeno, è dare più voce e visibilità agli italiani non bianchi. E allora ogni volta che una di quelle voci emerge, io vorrei far loro da amplificatore:
Kim Soo-Bok Cimaschi e Laura Pensini
Igiaba Scego
E Esperance H. Ripanti.
La missione di Esperance, per sua stessa definizione, è di cambiare la voce della narrazione. Lei vuole raccontare storie di italiani come lei, perché ce n'è bisogno. Perché i bambini italiani neri, le ragazzine italiane nere hanno bisogno di storie con personaggi in cui possano identificarsi.
Il Sig. Tenace ha bisogno di storie, di personaggi -italiani! - con i suoi tratti somatici. Altrimenti si sentirà sempre uno straniero. Altrimenti si sentirà sempre "Italiano, ma non completamente italiano".
Esperance parla senza mezze misure. Dice chiaro e tondo che lei non deve essere riconoscente a nessuno. Né ai suoi genitori adottivi, né ad un paese che l'ha "accolta". Perché il concetto di riconoscenza prevede un rapporto di inferiorità, non di uguaglianza.
Dice chiaramente che gli italiani sono razzisti, e quelli che vanno in Africa e si fanno le foto con i bambini neri e poi le mettono su facebook, lo sono anche più degli altri perché partono dalle migliori intenzioni possibili. Oh, scandalo!
Come dice Esperance, avere il coraggio di dire le cose, di chiamarle con il loro nome, le fa diventare reali. E allora ci si può lavorare su e si può sperare nel cambiamento.
La rabbia che diventa speranza.
Se ancora non conoscete Esperance e la volete conoscere:
-ha appena scritto un libro
-è stata intervistata dalla Bignardi (
link);
-e per gli amanti dei libri, ha pure un suo podcast che si intitola
Bookcrossing.
Oppure fate come me e seguite la sua pagina facebook e il suo profilo instagram.