Friday, June 22, 2018

E adesso...

Per fare seguito al post precedente:
Ricetta perfetta per lo stress tossico: il parere di un esperto sul perché la politica di separazione delle famiglie di Trump provoca danni così importanti sui bambini.
"Essere separato dal genitore non è solamente un trauma, ma distrugge la relazione che aiuta il bambino a far fronte a tutti i traumi futuri".

E adesso che siamo tutti d'accordo che separare un figlio dai suoi genitori provoca un trauma che ironicamente è la madre di tutti i traumi (in inglese si chiama anche primal wound, ferita primitiva, non a caso), allora non venite mai più a dire ai nostri figli, quelli adottati, che sono bambini fortunati, perché loro quel trauma l'hanno vissuto, e non solo nessuno ammette che possa durare a lungo, ma il resto del mondo passa pure il tempo a dir loro che "Be', però vuoi mettere la vita che hai adesso?!".

Due pesi, due misure.

Tutto perché l'adozione l'abbiamo sempre sentita raccontata dai genitori adottivi o dagli enti, e mai dai figli adottati o dai genitori biologici. Il cambio di prospettiva è d'obbligo, ora più che mai.





Ci siamo capiti.

PS Che sì, lo so che chi legge questo blog l'ha capita ormai la tiritera sul perché non bisogna tirare in ballo la fortuna quando si parla di adozione, ma così volevo scriverlo ancora perché è un pensiero fisso in questi giorni... Per me, ma soprattutto per tutti i figli adottivi che rivivono un trauma aprendo i giornali.


Thursday, June 21, 2018

Le famiglie devono stare insieme

Non riesco a scrivere molto se non questi brevi appunti su una situazione che avrebbe dell'assurdo se invece non fosse stata diabolicamente calcolata al bilancino, per un ritorno elettorale.

U.S.–Mexico border.

So che anche in Italia si parla di cosa stia succedendo al confine tra USA e Messico, di come nei giorni scorsi i bambini siano stati separati dalle loro famiglie e portati in centri di detenzione per un tempo da stabilire, con modalità non chiare e con esito sconosciuto.

Si sa anche che ieri Trump ha firmato l'ordine esecutivo di mettere fine alla separazione tra genitori e figli, ma senza rinunciare alla sua politica di tolleranza zero, ergo tutti vengono arrestati da oggi in poi, ma stanno nello stesso carcere.

Soprattutto penso a quei 2300 bambini che sono stati separati e del cui avvenire non si sa nulla. Sono stati portati ovunque in giro per il paese. Bambini che arrivano sul suolo americano, vengono separati brutalmente dalle famiglie, e vengono caricati su aerei per essere portati in centri di detenzione o "accoglienza", come li hanno chiamati in alcuni casi. Il ricongiungimento sara' mai possibile?

Metto qui i link ad alcuni articoli che aiutano ad avere un'idea concreta di cosa stia capitando:
-Il racconto di un addetto ai lavori nel campo dell'assistenza all'immigrazione su come avviene la separazione.
"Non esiste un unico modo. A volte dicono ai genitori "Portiamo via tuo figlio" e quando il genitore chiede "Quando lo riavrò?" rispondono "Non lo sappiamo", altre volte dicono "E' perche tu sarai processato" o "perche non sei il benvenuto in questo paese" o "perche li separiamo dai genitori". Altre volte, non vediamo alcuna comunicazione. Al contrario, gli ufficiali dicono: "Lo porto via per fargli un bagno", e quando il genitore chiede "Dov'è mio figlio? E' un po' lungo come bagno!", rispondono "Non lo vedrai più!". A volte le madri chiedono di poter consolare i loro figli, prima che vengano portati via, ma gli ufficiali rifiutano. 
-Un avvocato esperto in immigrazione in Texas:
"Ero in una conferenza telefonica con i servizi sociali che aiutano i bambini separati. Questi piccoli non sono capaci di partecipare alle azioni di screening legale perche piangono e urlano inconsolabilmente durante gli incontri. I nostri assistenti sociali sono abituati ad aiutare i bambini a parlare dei loro traumi passati, ma qui per la prima volta ci troviamo a dover aiutare bambini che stanno vivendo il trauma adesso, nel momento presente." 

-Centinaia di bambini separati sono stati inviati a New York nel silenzio generale

-Nonostante l'ordine esecutivo di Trump, per molte famiglia l'incubo e' appena cominciato.
"Alcuni genitori di questi bambini sono gia' stati deportati. Alcuni bambini sono troppo piccoli per parlare e potrebbero perfino non sapere da dove arrivano o come si chiamano i loro genitori. La maggior parte non parla ne' inglese ne altre lingue parlate negli USA.
Il trauma inflitto a queste famiglie e' irreparabile e risolverlo sara' un incubo logistico. Ma la cosa piu triste e' che non doveva accadere.
Questa e' stata una crisi che l'amministrazione Trump ha deliberatamente scelto di creare, supportata da molti alleati politici per spingere l'agenda anti-immigrazione."

Se come me, leggere e scandalizzarvi non vi sembra abbastanza, vi invito a fare una donazione ad una di queste associazioni che si occupano di diritto di immigrazione:


E a protestare.










Friday, June 1, 2018

Quando uno di noi passa la notte in ospedale...

...e quando quel qualcuno è la Kinta, si tratta di un evento eccezionale. 

La Kinta, miglior amica del Sig. Tenace da ben tre anni, sua compagna di ogni notte, quinto membro della nostra famiglia, viaggiatrice con noi ovunque in giro per il mondo, dicevo la Kinta mostrava da tempo i segni di questi tre anni avventurosi e un intervento di chirurgia estetica si rendeva sempre più necessario.
Fortuna vuole che non troppo lontano da casa nostra ci sia un ospedale per i pupazzi.

Raplapla - hôpital pour personnes en tissu


Un ospedale serio, eh, mica un gioco.

La dottoressa cura tutto: emergenze, chirurgia dell'occhio, overdose di detersivo, incidenti causati da fratelli,...
Il "paziente" si deve presentare accompagnato dal proprietario, che è colui con cui la dottoressa valuta la diagnosi e l'intervento. 
"Se il genitore vuole rifare tutta l'imbottitura, ma al bambino piace che il suo peluche sia più molle, io ascolto lui!".
E così ha fatto con la Kinta e il suo padrone. Il Sig. Tenace ha potuto toccare con mano l'imbottitura che andrà nella pancia della Kinta e dare la sua approvazione. 

Il Sig. Tenace fuori dalla clinica

Tutto era programmato, visto che bisogna prendere appuntamento, e il Sig. Tenace ha potuto prepararsi alla separazione di una notte. L'intervento infatti, per nostra fortuna, non dovrebbe richiedere una degenza prolungata.
 
I letti d'ospedale con tanto di cartella clinica. La nostra beniamina occupa il numero 7.

Il Sig. Tenace sistema il lenzuolo sulla Kinta. In primo piano i due occupanti del letto 4.


E infine la Kinta in attesa del chirurgo. Da notare, hanno dato anche a lei un pupazzino gufo per tenerle compagnia.

La separazione, nonostante tutto, non è stata completamente indolore. Il Sig. Tenace era visibilmente emozionato. Le ha rimboccato le coperte più volte e, quando siamo usciti ed eravamo già in bici, mi ha fermata: "Aspetta! Non ho detto alla Kinta che torniamo a prenderla domani!"
Io ci ho provato: "Gliel'ho detto io, andiamo!"
"Come gliel'hai detto tu?! Non ho sentito"
"Gliel'ho detto in inglese See you tomorrow!"
"Lei non capisce, torniamo indietro"
Ho dovuto girare la bici per permettere al Sig. Tenace di rientrare per un'ultima coccola.
Oggi pomeriggio andiamo a prenderla, sempre che la paziente non abbia avuto complicazioni e non sia dimissibile.

Ieri quando ho chiesto alla dottoressa quanto ci sarebbero costati l'operazione e il ricovero, sono rimasta stupita da quanto economico fosse. 
"Sa, rispetto a voi medici" mi ha detto "qui noi risparmiamo sull'anestesia!" ;)






Monday, May 28, 2018

Questione di aspettative

Da cinque settimane il Teodolindo è in congedo di paternità e lo sarà fino a fine agosto.
Le sue aspettative sono cambiate con il tempo.

Tre mesi fa: "Quando io sarò in congedo, mi piacerebbe ridipingere la scala" (ehehehe, era il mio sorrisino che sottintendeva "vedremo...")

Quattro settimane e quattro giorni fa: "L'obiettivo di oggi è stato riuscire a mettere il mio piatto nella lavastoviglie". Lo so, lo so. 

Oggi: "Scusa, la casa è un disastro, ma lo sai, il lunedì è sempre un giorno duro con la SignoRina". Non ti preoccupare, ci sono passata anch'io.

Cioè, voglio dire, già solo per questo ridimensionamento delle aspettative e per il mettersi l'uno nei panni dell'altro, il congedo parentale andrebbe sempre condiviso.

Tuesday, May 15, 2018

La cosa che più mi manca dell'Italia

Non è la pizza.
Non è la mozzarella.
Non è il clima.

Sono loro.
È lei.

L'eleganza degli uomini italiani.





Ahhh.
Ditemi, o voi che leggete, se non sono magnifici. Mi sembra anche di sentire il profumo di dopobarba.


È qualcosa di naturale, per nulla pretenzioso. Sanno vestirsi e ci tengono a farlo. Indipendentemente dall'età, dall'estrazione sociale, dal luogo in cui vivono, dal lavoro che fanno. Sanno apprezzare un bel maglione, per non parlare di un completo giacca e pantalone. Sanno quando vestirsi di lana o di cotone o di lino. Anche il jeans è indossato sapientemente. Nulla è lasciato al caso. Sanno che anche per andare a comprare il giornale la domenica mattina in edicola ci si veste decentemente. E "decentemente" per l'uomo italiano equivale a quel che nel resto del mondo è uno standard altissimo.




Pensate che vostro padre o vostro cugino o vostro marito si vestano male? Pensate che quest'attitudine non si applichi a chi conoscete?
Voi. Non avete. Idea. Se non siete stati qui in Canada o negli Usa (ok, eccezion fatta per NYC), voi non sapete cosa voglia dire vedere uomini a cui non interessa l'abbigliamento e lo stile. Qui letteralmente gli uomini per lo più si vestono per coprirsi, salvo rare eccezioni che mi fanno voltare per strada, e spesso sospetto si tratti di italiani.

Anni fa, forse ero qui da appena un anno o due, una segretaria sulla cinquantina mi raccontò di essere stata in vacanza in Italia con suo marito. "Sai cosa mi ha colpito di più?", mi disse, "Gli uomini. Sono tutti così... così effeminati! Con la sciarpa al collo, e la camicia,... e poi profumano!". Pare che il marito non si capacitasse di come facessero a essere così attenti e soprattutto si chiedeva come mai lo fossero. Capito? La cura di sé vista in modo dispregiativo.





Il problema è che l'eleganza degli uomini italiani credo che in parte sia innata, ma molto sia influenzata dal contesto. Se attorno hai colleghi, amici, parenti che si vestono bene, tu pure ci stai più attento. Quando ho conosciuto il Teodolindo, mi aveva colpito proprio la cura con cui si vestiva. Ricordo ancora, e pure lui, cosa indossasse al primo appuntamento. E anche al secondo. Non troppo elegante, ma sicuramente ricercato e attento ai particolari.
E ora? Ora... è una dura battaglia. Se ne accorge che gli standard con cui si confronta sono molto più bassi e si rende conto che a volte perde colpi. Quando poi torna in Italia è come con la bicicletta - non ti dimentichi come si pedala - ed allora eccolo che arriva la crisi di identità ed escono frasi come "Non ho niente da mettere", "Sono sciatto", "Ho solo vestiti vecchi, dobbiamo andare a fare spese".

E puntualmente torniamo a Montreal con le valige piene e con un vestito, se non due, di Boggi, comprati all'aeroporto.






Tutte le immagini sono prese dal sito di The Sartorialist.






Wednesday, May 2, 2018

Italiani quanto basta

Oh, continuiamo la chiacchierata iniziata qui da me e proseguita qui da Alice. Se volete unirvi, sedetevi comodi, prendete una tazza di tè e partecipate alla ciacolata.  

Qualche settimana fa sono andata in consolato per ritirare il passaporto italiano della SignoRina. Come spesso capita quando vado in consolato, ero ambivalente: quasi eccitata all'idea di avere finalmente tutti e quattro almeno un passaporto in comune, nostalgica per il toccare un po' di suolo italiano, scoglionata perché non sai mai cosa può capitare in termini di sorprese burocratiche.
Quel giorno ero particolarmente di buon umore. Dovevo solo ritirare il documento, quindi mi sono seduta nella sala d'aspetto che ormai conosco bene. Ho dato una rapida occhiata ai soliti due poster appesi al muro, uno con un panorama della costiera amalfitana, l'altro del lago Maggiore, e ho scelto la sedia che meglio mi facesse vedere la televisione su cui andava in onda la Prova del Cuoco.



Due paesaggi, la voce di Antonella Clerici, la preparazione di pasta fresca ripiena e l'accento romagnolo del cuoco in gara. Tutto era familiare al punto da neanche accorgermene. 
Finché non sono entrati. Altri due italiani. Sicuramente italiani, avevano il passaporto. Erano lì in consolato come me. Nel nostro consolato italiano.
Solo che uno dei due, donna, non parlava italiano. Parlava solo inglese e chiedeva informazioni riguardo a determinati documenti. 
L'altro parlava un italiano stentato misto a termini dialettali di qualche parte del sud Italia. Suo padre era morto e non sapeva come comunicarlo al comune di origine: "Non l'ho uscito quel documento", "Non l'aggio ancora sbrigato". 

Anni fa mi avrebbero irritato e avrei pensato con stizza e superiorità che quei due non erano italiani. Sì, va be', avevano il passaporto, ma non erano italiani veri. Non come me. 
Poi, conoscendone qualcuno, di quegli italiani di seconda o terza generazione, ho capito che spesso sono più affezionati all'Italia di me, che ci tengono al mantenimento delle tradizioni, hanno l'orto in cui piantano zucchini e melanzane, fanno ogni anno il sugo di pomodoro in casa per l'anno a venire, e venerano il pranzo della domenica come un'occasione immancabile per ritrovarsi in famiglia. Si sposano spesso tra italiani, loro, e vivono tutti o a little Italy o a St. Leonard, che è il nuovo quartiere italiano di Montreal. Sanno chi è Renzi e chi è Salvini e vanno a votare. Li conosco, dicono "cotto" e "butti" invece di cappotto e stivali (da coat e boots), cantano le canzoni dei Ricchi e Poveri e quelle di Toto Cutugno.  

Ma chi sono io per dire chi è italiano veramente? Per giudicare chi ha diritto di sentirsi tale? 
Oggi penso che, passaporto a parte, ognuno è quello che si sente di essere. 



Quel giorno in consolato un lampo mi ha attraversato la mente.
I miei bambini. Quella SignoRina di cui stavo per ritirare il passaporto e che per ora è ancora solo canadese, lei diventerà così? Sarà vista così dagli italiani nati in Italia? 
E il Sig. Tenace? Su, facciamoci una risata: quale italiano d'Italia lo considererà davvero italiano? Ok, parla italiano, ha il passaporto e una famiglia italiana, ma è nato in Cina ed è asiatico, su questo non ci piove. Quante volte si sentirà dire "Ma tu di dove sei? Ho capito che sei italiano, ma veramente di dove sei?"

Entro in una spirale.
Guardo i due poster. Io non ho bisogno di leggere la scritta sotto per capire dove sono quei luoghi, ma per i miei figli? Saranno posti esotici? Il Sig. Tenace non sapeva neanche cosa fosse Milano fino a qualche tempo fa...

Ancora più giù nella spirale.
Penso a quando il Sig. Tenace gioca ad essere un uovo e mi dice: "Mamma, pondami!" (pondre un oeuf, in francese) o quando canta Tanti auguri a te dicendo "Bonne fete to you!". Io sorrido, illusa del fatto che la lingua italiana gli scorra dentro e gli sia innata come lo è per me e per suo padre, che neanche ci rendiamo conto di quanto ci sia letteralmente "madre" lingua.

E poi in fondo alla spirale, il solito pensiero. 
Loro si sentiranno sempre fuori luogo ovunque. Noi ci facciamo il culo perché loro possano essere cittadini del mondo e sentirsi a casa tanto qui, quanto in Italia e, per uno dei due, pure in Cina, ma la verità vera è che loro, in ognuno di questi luoghi saranno sempre un po' stranieri. Non completamente Canadesi, perché figli di immigrati, non completamente italiani perché in Italia non ci avranno vissuto, non completamente cinese perché cresciuto in una famiglia italiana. 

Io e il Teodolindo abbiamo fatto la scelta di vivere altrove, forti dei nostri piedi ben piantati nelle radici italiane con cui inevitabilmente ci accordiamo come con un diapason. Ma loro? Abbiamo puntato sulle opportunità che questa scelta offre loro in termini di esposizione a più culture e lingue e di un paese come il Canada che fa della diversità la sua forza. Ma gli abbiamo tolto un'identità chiara. 
Dovranno farci i conti, loro.
Come in un bassorilievo, dovranno costruire la loro identità e la loro bellezza sull'equilibrio tra i pieni e i vuoti. 







Friday, April 27, 2018

Il potere terapeutico dell'accendere il forno (titolo corto)

Il titolo lungo è
Il potere terapeutico dell'accendere il forno per poter poi sentire il profumo di torta che cura ogni male e soprattutto fa sentire meno la stanchezza di oramai troppe notti insonni e della ripresa del lavoro.

E con questo ho praticamente scritto il post. Manca solo la ricetta, che ho trovato girovagando su instagram. Ho visto queste tortine, chiamate Black and White Cupcakes, ho dato una rapida occhiata alla ricetta e, con mia sorpresa, l'ho trovata semplice e rapida.
Ho pensato
"Forse ce la posso fare anche tenendo in braccio la SignoRina",
la quale SignoRina è uscita finalmente dal quarto trimestre, ma, da quando sono rientrata al lavoro e l'ho mollata al Teodolindo per i prossimi mesi, non appena mi vede varcare l'uscio al mio ritorno  mi si attacca come un mitile allo scoglio e non mi molla fino al mattino dopo.
Comunque, un brivido di adrenalina mi lungo la schiena, mentre ho detto tra me e me
"Vuoi vedere che riesco a sfornare delle tortine? Così sciué sciué alle 5 del pomeriggio mentre il Teodolindo è uscito per recuperare il Sig. Tenace? E loro rientrano e con meraviglia si accorgono che domani a colazione si mangia roba buona?"
Detto fatto.

Tortine che raffreddano. Qui il profumo, di crema di ricotta e cioccolato, era magnifico. 


Voila la recette, sans gluten, ça va sans dire. Per la versione con glutine, usate farina bianca al posto del solito mix, ma secondo me ci perde di gusto.

Tortine bicolore ricotta e cioccolato

Per la crema
175g di ricotta
una tazza* di gocce o scaglie di cioccolato
un uovo
1/2 tazza di zucchero grezzo di canna

Per la base
1 tazza e 1/2 di farina (1/2 di farina di riso bruno, 1/2 di amido di tapioca, 1/2 di farina di grano saraceno)
1/4 tazza di cacao amaro
1/2 tazza di olio di cocco, sciolto (o in alternativa burro, sempre sciolto)
1/2 tazza di zucchero grezzo di canna
1 tazza di acqua tiepida
1 cucchiaino di lievito
un pizzico di sale

Per prima cosa preriscaldare il forno a 180 gradi e imburrare e infarinare una teglia per muffin, quella classica con 12 stampi.
Preparare la crema, amalgamando bene la ricotta con l'uovo e lo zucchero. Aggiungere le gocce di cioccolato alla fine. Tenere da parte.
Preparare la base al cacao, setacciando le farine con lo zucchero, il cacao, lo lievito e il sale. Unire l'olio di cocco e l'acqua e mescolare velocemente.
A questo punto versare una cucchiaiata abbondante di questo composto in ognuno degli stampi da muffin e poi aggiungere sopra la crema. Io, quando mettevo la crema di ricotta, la spingevo un po' in giù con il cucchiaio, in modo che non stesse solo in superficie ma che si mescolasse un minimo alla base al cacao, diventandone il morbido ripieno in cottura (vedi foto in basso).
Cuocere in forno per 25-30 minuti o finché la crema risulti abbastanza resistente al tatto. Lasciar raffreddare completamente prima di gustare.

Altra foto della serie "la vendetta della foodblogger", con pezzo di torta impunemente sbocconcellato da me stamattina. Ma almeno si vede com'è l'interno delle tortine


E buona colazione.


*la tazza indicata è la classica "cup" americana. Io fossi in Italia userei come corrispondenza un vasetto di yogurt o un contenitore di quella capienza, all'incirca.