Wednesday, November 7, 2018

Quelli che i libri...



Ieri accompagno a scuola il Sig. Tenace in metropolitana, come sempre. Lì  attaccati al palo, pigiati da mille pendolari che vanno in centro, gli dico:
"Domani, quando vengo a prenderti, vieni con me in biblioteca?"
Lui, quasi urlando dall'orrore della proposta: "Nooo, non mi piace la biblioteca!". Lo dice sottolineando con disgusto il "non mi piace". Gli altri ci guardano, pensano che debba avergli proposto di andare dal dentista.
"Ma come?", dico io "Mi sembra proprio che ti piacciano i libri!"
"I libri mi piacciono. Non mi piace restituirli."

E ammetto che come ragionamento ha una sua logica.

Ora, andiamo in biblioteca perché mi sono stufata di non leggere. Non voglio auto-rigirarmi il coltello nella piaga, ma da un anno a questa parte non si dorme e visto che io leggevo prevalentemente prima di andare a dormire, l'atto della lettura è svanito con quello che di solito lo seguiva.

Ma adesso basta. Si deve ricominciare. Ho sul telefonino una lista di libri che mi sono segnata da mesi, ogni volta che ne sentivo parlare alla radio, o ne leggevo su blog amici (Amanda, ti fischiano le orecchie?), o su facebook.

In cima alla lista stanno due tomi:
Résultats de recherche d'images pour « Marx et la poupee »

Mi ha incuriosito un'intervista all'autrice, di origine persiana trapiantata in Francia, e mi è poi bastato leggere questo frammento, in cui l'autrice si riferisce alla sua lingua materna, il persiano, per volerlo avere assolutamente.

"La petite fille comprend qu’ici, il ne sert à rien de le parler. Personne ne lui répondra. Alors il se passa quelque chose d’étrange : elle avala sa langue. Elle ferma les yeux et elle engloutit sa langue maternelle qui glissa au fond de son ventre, bien à l’abri, au fond d’elle, comme dans le coin le plus reculé d’une grotte."

"La ragazzina capisce che qui, non le servirà a nulla parlarlo. Nessuno le risponderà. Allora successe qualcosa di strano: deglutì la sua lingua. Chiuse gli occhi e inghiottì la sua lingua materna che scivolò in fondo alla sua pancia, ben al riparo, in fondo a se stessa, come nell'angolo più nascosto di una grotta."


Il secondo è questo:

Buy the book

Nicole Chung è una donna nata da una famiglia coreana e adottata da genitori bianchi in un Oregon estremamente bianco ed uniforme. E chi legge questo blog ha già capito perché io voglia leggerlo subito.

What did the child’s color matter, in the end, when they had so much love to give? It would be unseemly, ungrateful to focus on a thing like race in the face of such a gift. It wouldn’t have mattered to us if you were black, white, or purple with polka dots, they would tell their daughter over and over, once she was old enough to understand the story of how she came to them. 
Odd as that declaration would sound to me, every time, I would always believe them.

Quanto poteva contare il colore del bambino, alla fine, quando loro avevano così tanto amore da dare? Sarebbe stato ingrato concentrarsi su una cosa come la razza di fronte ad un tale dono. Non ci importava se tu fossi nera, bianca o viola a puntini, avrebbero detto alla loro figlia ripetutamente quando lei fosse stata grande abbastanza per capire la storia di dove arrivasse.  
E per quanto strana quella dichiarazione suonasse alle mie orecchie ogni volta, li avrei sempre creduti. 


In un solo paragrafo, due concetti così cruciali e così tossici nella narrativa dell'adozione: la mentalità colorblind e l'idea del figlio adottivo come dono.
Credo non ci sia bisogno di dire che, naturalmente, la ragazza capisce poi bene quanto invece la razza conti e quanto lei debba rifiutare di essere vista come un dono per i suoi genitori, rivendicando il suo diritto alla verità tutta intera, inclusiva di una storia complessa.

Quali altri libri devo aggiungere?
(per i libri in italiano, segno e recupero la prima volta che rientro in Italia)


P.S. Le traduzioni come al solito sono mie. Abbiate pietà...

Wednesday, October 24, 2018

Gli uomini che portano

Quando è arrivato il Sig. Tenace ormai tre anni fa, ho iniziato a notare che i papà canadesi erano alquanto diversi da quelli italiani a cui ero abituata io prima di lasciare l'Italia, ormai sette anni fa. Di loro voglio parlare in questo post, perché sono loro che frequento da quando il Teodolindo ed io siamo diventati genitori.*

I papà canadesi prendono il congedo di paternità. Delle quattro famiglie adottive con cui abbiamo viaggiato per l'adozione, due mamme hanno preso il congedo parentale totale, un papà (il Teodolindo) ha diviso il congedo parentale con la sua coniuge (me), e uno - di professione ingegnere- si è licenziato per poter stare a casa due anni e permettere a sua moglie di finire gli studi da infermiera.

I papà canadesi portano i bambini all'asilo. Fanno i turni con le mamme e, nella stragrande maggioranza dei casi, un genitore li porta e l'altro li va a prendere. Ma ci sono anche genitori, come il papà dell'amico del Sig. Tenace, che fa tutto lui sempre, tranne il mercoledì. Conoscono tutto dei loro figli: cos'hanno mangiato a colazione, quando hanno fatto la cacca, come hanno dormito di notte, quali vestiti mettere (tranne il Teodolindo che a volte dimentica i guanti e prima o poi avremo i figli amputati per congelamento).

I papà canadesi, quando all'asilo vengono chiesti dei volontari per accompagnare i bambini in gita o al pattinaggio, ci sono, quanto le mamme se non di più. Due papà, evidentemente appassionati non solo di hockey ma anche dei loro figli, si erano presi il martedì mattina di ferie per tutto l'inverno per poter partecipare all'attività sui pattini.

I papà canadesi partecipano ai gruppi sui social network. Non esistono gruppi whatsapp per "mamme" e le maestre non si rivolgerebbero mai solo alle genitrici, perché escluderebbero metà di chi legge e scrive. L'anno scorso una giovane mamma appena sbarcata a Montreal dall'Italia ha creato un gruppo facebook chiamato qualcosa come "Mamme italiane a Montreal". Cercatelo, non lo troverete più perché le si è fatto cambiare nome dopo cinque minuti facendole notare che "Ciccia, occhio, non hai capito bene come girano le cose da questa parte del mondo!".



Quando è nata la SignoRina, pensavo oramai di aver capito tutto sui papà di Montreal, e invece la cultura italiana matricentrica era ancora ben radicata in me e ho avuto di nuovo occasione di sorprendermi.

I corsi pre-parto sono per entrambi, mamme e papà. La spiegazione è abbastanza semplice: se non sapete cosa capita di preciso, prima durante e dopo il parto, come potete essere di aiuto? Non solo, il papà può fare la differenza durante il parto, se è ben preparato.

I papà canadesi sono caldamente invitati a fermarsi in ospedale almeno una notte dopo il parto, per aiutare la partoriente, ma possono stare anche più notti fino alla dimissione.

Vado al centro allattamento, credendo a quel punto di trovare solo mamme. Dai, cosa c'è di più esclusivamente femminile? No, trovo donne sole e altre con i loro compagni. Io ero lì seduta su una sedia a dondolo e origliavo, curiosa di sapere cosa mai avessero da chiedere questi uomini al centro allattamento. Perlopiu erano domande di chi voleva capire, ma in alcuni casi sembrava che i papà volessero semplicemente essere lì, accanto al loro figlio e alla loro compagna.

E anche a questo giro, non piu di genitorialità adottiva ma biologica, anche i papà prendono il congedo parentale. Come il Teodolindo, che si è goduto gioie e dolori di SignoRina per cinque mesi dopo i miei primi sei, o come il nostro vicino, che è stato a casa nove mesi, dopo il primo trimestre preso dalla mamma, perché lei era quella con il salario più alto in casa e si sono fatti due conti.

I papà canadesi portano i bambini dal dottore. Da soli. Non deve per forza esserci la madre. Lunedì la SignoRina doveva fare dei vaccini e il Teodolindo mi dice: "La porto io, mi sono già organizzato". Io: "Guarda che posso andare anch'io, non è un problema". Lui insiste,"No, ci vado io. L'ho vista poco la scorsa settimana. Poi lo sai che mi piace consolarla quando piange!" (sì, lo so).

Infine, mi iscrivo ad un corso di portage, per imparare a trasportare la SignoRina nella fascia. Devo dirlo? Otto persone, cinque madri e tre padri.



Quindi, in tutto ciò, mi girano i coglioni a manetta - scusate il francesismo - quando capitano cose come queste, in cui un giornalista, nella progressista ma evidentemente ancora molto vecchia Inghilterra, critica e ridicolizza Daniel Craig, l'attuale James Bond, reo di portare in giro sua figlia nel porte-bebé. La voce maschile che dice "No, 007, pure tu?!" e l'hashtag "emasculateBond". Capito? Addirittura viene messa in gioco la virilità.


Ora.
Vi assicuro, nessuno di questi papà di cui ho parlato sopra, Teodolindo in primis, vuole rimpiazzare le mamme. Nessuno di loro si sente minimamente scalfito nella loro mascolinità per come si occupano dei loro figli. I ruoli restano ben definiti e l'identità di genere pure. Quel che viene condiviso sono le mansioni, il carico di lavoro e l'accudimento. E soprattutto il tempo, il preziosissimo tempo che si passa con i figli e che vola via come il vento.

Mi sono piaciute moltissimo le risposte di alcuni papà al tweet di cui sopra e alcuni spunti fanno davvero riflettere (video sotto). Ho adorato il padre che dice che per lui è la paternità a definire la mascolinità. Mi ha fatto pensare l'altro papà che riporta quanto la sua capacità genitoriale fosse stata messa in discussione quando ha deciso di viaggiare solo con la figlia, cosa che non capita con le madri.



Ieri sera ho fatto leggere la bozza di questo post al Teodolindo per avere il suo parere e il suo consenso, visto che parlo di lui. Sinteticamente, lui ha concluso così:
"Mah, ti dirò, prima di tutto, il motivo per cui io faccio quello che faccio è semplicemente perché mi piace tantissimo". Fine della storia.
E abbiamo le prove che a questo papà piace tantissimo quello che fa, perché il Teodolindo è negato per le fotografie, si dimentica di immortalare anche i momenti più importanti, ma gli unici selfie che si fa sono quelli quando ha sua figlia nel porte-bebé (o quando lui e il Sig. Tenace vanno a tagliarsi i capelli, ma questo è un'altra storia).

Questo papà vuole metterci la faccia. La SignoRina invece preferisce rimanere in incognito.

Evidentemente non teme che l'essere il padre che è possa intaccare in alcun modo la sua mascolinità e a noi piace da morire.







*Può darsi che le cose siano cambiate in Italia da quando io mi sono trasferita, quindi su quei papà, quelli italiani, non posso pronunciarmi perché non li conosco nel quotidiano.





Tuesday, October 9, 2018

Seconda casualità?!

Di nuovo. È successo di nuovo.
Notte terribile, con la SignoRina che si è svegliata sei volte (6) e che stamattina alle 5.15 sembrava proprio in forma per iniziare la giornata. Lei, noi no. Alle 4.58 si era pure svegliato il Sig. Tenace chiedendo: "È già giorno? Ma quando diventa giorno?!". Ai nostri figli piace approfittare appieno delle loro giornate, non ci sono dubbi. 
Il Teodolindo ed io ci siamo impegnati per convincere la prole a dormire ancora almeno un'ora e quando abbiamo riaperto gli occhi erano le 6.45. Tardi! 
Così di nuovo ho fatto una colazione al volo, ho preso il Sig. Tenace, l'ho mollato a scuola alle 8.28 (inizia alle 8.30 in punto) e sono poi arrivata in ospedale alle nove.

Alle nove e cinque, la mia tecnica di radiologia preferita, e mio angelo custode - a questo punto non ci sono dubbi - mi lascia sulla scrivania una fetta di torta fatta da lei e una tazza di caffè macchiato. 
"Per favore, non dirlo a nessuno, mangiala qui nel tuo studio perché ne ho portata una fetta solo per te e non voglio che gli altri si offendano! È quella che piace a te e che non piace ai miei figli, con datteri, noci e farina integrale*" (i figli non capiscono un tubo...).
Ah, nessun problema. Me la sono spazzolata nell'intimità del mio sgabbiotto senza finestre, gustandone la morbidezza, le noci croccanti, il dolce dei datteri. 



Ora, tutto ciò non può essere casuale. Propongo due ipotesi, aggiungetene pure se ne identificate altre:
1) gli angeli esistono, con concentrazione significativamente elevata nella regione metropolitana di Montreal;
2) ho l'aspetto così sfatto e provato dalla vita e dalla mancanza di sonno che faccio pena a tutti quelli che mi vedono e che si sentono quindi in dovere di prendersi cura di me.
Adesso che ci penso, in ogni caso, l'opzione 2 coincide con la definizione di angelo, no? Quindi forse di possibilità ce n'è giusto una...

Resto perplessa. Perplessa e sfamata. 



*domani se riesco posto la ricetta della torta, nel caso vi interessasse. 

Friday, October 5, 2018

Quelle casualità che non possono essere solo casuali

Mi capitano queste cose, che sembrano totalmente casuali, ma che mi lasciano il dubbio su quanto possano essere solo coincidenze dovute al caso, da quanto sono perfette.

Venerdì mattina, esco di casa di corsa dopo aver fatto una colazione al volo. E io detesto fare la colazione al volo, mi mette di cattivo umore e divento l'incarnazione di quella stupenda definizione inglese di hangry, che in italiano si può tradurre con "affabbiata"?
Ad ogni modo, esco di corsa, con i capelli ancora umidi e fuori ci sono 4 gradi, mollo il Sig. Tenace a scuola, in ritardo, poi vado al lavoro sempre correndo perché ho un incontro con uno studente di primo mattino. 

E lo studente arriva con questo:



"Ieri sera avevo voglia di cucinare una torta, e a quel punto mi sono detto: perché una sola? Ne faccio due e ne porto una a Roberta!".
E così mi ritrovo con un intero plumcake al limone e olio di oliva, profumato, fragrante, soffice come una nuvola, che si scioglie in bocca. Tutto per me. 
Credo che lui si sia accorto di quanto fossi felice dal sorriso che mi arrivava alle orecchie e dal mio tono di voce nel dire grazie che ha sfiorato gli ultrasuoni.

Ma capita solo a me?

PS il plumcake è questo, per chi volesse provarlo. Una delizia. 

Wednesday, August 29, 2018

Di dinosauri e separazioni

Oggi primo giorno di scuola per il Sig. Tenace. Primo giorno nella scuola dei grandi. E di
"grande" ci sono state molte cose: i pantaloni della divisa, lo zaino, i bambini delle classi più avanti, e soprattutto l'emozione.
Io lo sapevo, conosco il mio pollo, e stavolta sono arrivata preparata. Ieri sera, quando la casa era ormai silenziosa (giusto per 45 minuti, perché poi la SignoRina si è svegliata, che vi credete...), ho preso un cartoncino di misura tascabile, mi sono seduta al tavolo della cucina e, ben consapevole della passione sfrenata del mio bambino per i dinosauri, ho prodotto quello che credevo sarebbe stato il mio asso nella manica questa mattina.

Come da copione, il Teodolindo ed io accompagniamo il Sig. Tenace alla sua nuova scuola. Solo volti nuovi, genitori e bambini che riempivano il cortile, le maestre sconosciute: l'emozione ha lasciato posto alla paura e il Sig. Tenace ha iniziato ad essere vistosamente preoccupato. Si stringeva a noi ed ho capito che era arrivato il momento

"Sig. Tenace, guarda. Ho una cosa per te"



"È mamma dinosauro con il suo bebé dinosauro e il cuore pieno dell'amore che li tiene uniti anche quando sono lontani e si ha paura. Te lo puoi tenere in tasca e tutte le volte che oggi ti senti triste lo tiri fuori, lo guardi e ti ricordi che la tua mamma dinosauro ti vuole sempre bene, anche quando non è lì con te."
Avevo quasi gli occhi lucidi mentre parlavo e mentalmente mi davo una pacca sulla spalla autocongratulandomi per questa chicca che ero riuscita a pensare.
Lui lo guarda, senza parole. Ho fatto centro, mi dico.
Poi mi guarda. Poi guarda di nuovo il disegno.
"Grazie mamma. Stasera però me lo rifai meglio, perché mamma diplodoco non l'hai mica disegnata tanto bene!"

Lezione di umiltà. Ciapa lì e porta a ca'.



Sunday, August 26, 2018

Le pesche piemontesi dell'Ontario

Ci sono piatti che fanno talmente parte del tessuto di ricordi personali che non immagini che non possa essere altrimenti, che altri possano non considerarli allo stesso modo.
Tra i miei ci sono le pesche ripiene.
Non ricordo fine estate senza il loro profumo dolce-asprigno, a volte quasi alcolico. C'erano quelle che ci portavano le vicine di casa quando ero bambina: non toglievano la buccia e dava fastidio, a volte eccedevano con il Marsala, che neppure ci andrebbe. Capitava che le pesche fossero acerbe, oppure troppo mature.  Ma c'erano sempre, ogni estate, immancabili, per tutta la mia infanzia.
Più tardi ho conosciuto la versione crostata, magnifica, della mia più cara amica. Mi piaceva così tanto, che è perfino diventata una delle nostre torte nuziali.
E infine ci sono state le pesche ripiene dell'amica di mia mamma, persona a cui sono molto affezionata. Suonava il campanello di casa dei miei e neppure entrava, ma dalla porta porgeva una teglia di alluminio: "Vi ho portato delle pesche ripiene!", diceva e scappava.

Detto tutto ciò, le pesche ripiene a casa mia non sono mai piaciute. A mia mamma non sono mai sembrate un dolce degno di tale nome, e a mio padre - isolano trapiantato in Piemonte - il cibo estivo parla unicamente siciliano. Mio fratello ed io ci adeguavamo ai gusti genitoriali, fatto sta che non ricordo che le pesche ripiene, così svalutate, siano mai avanzate. Oh, manco una briciola ne restava.

Quest'estate, vuoi anche per la stagione apparentemente superba delle pesche del vicino Ontario, mi è venuta una nostalgia enorme per quelle pesche. Stamattina le ho fatte e le ho portate a pranzo da amici francesi, che le hanno accolte come una prelibata e scenica novità. E hanno voluto la ricetta.
Ecco quella che ho usato io, che è poi quella dell'amica di mia mamma, fonte fidatissima delle migliori pesche ripiene mai mangiate in vita mia:



Pesche ripiene (ricetta dell'Enrica)
8 pesche (io ho usato pesche noci dell'Ontario)
zucchero (di canna)
un uovo
amaretti, una tazza circa (senza glutine, please)
cioccolato fondente
burro

Tagliare le pesche a metà, rimuovere il nocciolo e scavarle un po' tenendo da parte la polpa tolta.
Sbattere un uovo con un po' di zucchero, diciamo 2 cucchiai? Dipende dai gusti. Aggiungere la polpa di pesche schiacciata con la forchetta, gli amaretti sbriciolati e il cioccolato fondente grattugiato. Riempire con il composto le mezze pesche e infornare in teglia imburrata per 30-40 minuti a 200 gradi. Per evitare che la parte inferiore delle pesche bruci, mettere un paio di cucchiai di acqua sul fondo della teglia.
Servire tiepide o fredde.

Poi fatemi sapere.

Sunday, July 29, 2018

Arrivo con l'ultimo treno - cap. 2

La seconda cosa magnifica che ho visto di recente è stata questa



L'ho detto, arrivo tardi, quando probabilmente tutti l'hanno già visto, ma quanto bello è questo film?
Poetico e passionale allo stesso tempo, come solo il racconto di un primo grande amore può esserlo. La descrizione di un sentimento totalizzante con tutta la bellezza e la tristezza che esso implica.

Mi è piaciuto tutto:
gli interpreti, in primis lui, Timothée Chalamet (quanto è bravo!?)





e poi la madre, che di parole ne dice poche, ma con gli occhi si esprime, e lei vede e sa tutto, anche prima del figlio;






la colonna sonora,



The first time that you touched me
Oh, will wonders ever cease?
Blessed be the mystery of love


inclusi i silenzi che ben raccontano la noia di certi pomeriggi estivi italiani;




gli ambienti interni ed esterni, che come dice il regista, sono interpreti del film quanto gli attori.



Mi ha fatto venire nostalgia dell'Italia, quella anonima raccontata in questo film, che fa da sfondo, ma senza la quale la storia non potrebbe essere la stessa.

Call me by your name è uno di quei film che a me restano in testa per giorni. Ripenso ai dialoghi e alle scene, cerco di capirle alla luce di particolari che subito non avevo notato, e quando cado in questa rimuginazione è segno che il film non lo dimenticherò facilmente.

Ditemi: voi l'avete visto? Vi è piaciuto?