Wednesday, October 9, 2019

Quando si diventa un'azienda

Non sono sparita. Non sono neppure stata risucchiata da un buco nero.
Ho una serie di post in testa che però non riesco a scrivere, alcuni perché incasinati, altri perché boh, tante ragioni disparate.
In sostanza, il vero motivo è che negli ultimi sei mesi ci sono capitate una serie di robe che hanno un po' cambiato le carte in tavola della nostra tranquilla routine familiare. E infatti nelle bozze di questo blog c'è un post intitolato "Sei mesi in due minuti" in cui dovrei riassumere gli eventi, ma è il post incasinato di cui sopra. Ce la farò.

Ma non è quello che voglio scrivere oggi.
Oggi voglio mettere qui nero su bianco degli appunti su come sta una coppia di coniugi che si credeva solida, dopo che qualcuno gli mescola le carte in tavola con robe tipo trasloco, vendita e acquisto casa, problemi enormi sul lavoro, trasferte mie continue.

Dunque, il Teodolindo ed io ci siamo sempre ritenuti una coppia ben rodata e capace di ricavarsi spazi. Prima dei figli andavamo alla grande in quanto a tempo di qualità insieme, poi ci siamo dovuti riorganizzare, ma ce l'abbiamo sempre fatta ritagliandoci pranzi di lavoro insieme (che non erano ovviamente di lavoro) e prendendoci ogni tanto dei giorni di vacanza da soli.

Gli ultimi sei mesi ci hanno segato le gambe, per dirla in due parole e con un eufemismo.

I casini vari ci hanno ridotto prima che ce ne accorgessimo da coppia ad azienda.
Senza neanche rendercene conto, ci siamo ritrovati a parlarci solo per decidere chi facesse cosa, decidere della nostra situazione finanziaria, vedere il calendario delle varie riunioni o viaggi di lavoro per capire chi doveva occuparsi della casa e dei figli.
Gradualmente sono spariti i "ti voglio bene" spontanei, i "ciao stella" prima di uscire di casa, i baci al volo. Non ci chiedevamo più "come stai?".
Sono scomparsi anche le pause pranzo insieme e le notti sempre difficili con la SignoRina hanno rubato tempo anche alle serate sul divano davanti ad una serie tv.
Qualche tempo fa abbiamo provato a prenderci di nuovo una pausa pranzo insieme al ristorante. Grandi aspettative da parte di entrambi, se non fosse che dopo dieci minuti il copione si ripeteva e parlavamo di scadenze, robe da fare, appuntamenti, conto corrente. Non avevamo più niente da dirci che non fosse quello, perché nessuna delle cose di cui avevamo parlato erano particolarmente urgenti. Sono tornata al lavoro che ero di umore non grigio, nero.

Come cazzo ne usciamo? Pensavo.
Come fanno gli altri?
Poi magari altre coppie sono felici così, non hanno bisogno di tempo privilegiato, trovano la piena soddisfazione nella gestione della famiglia e della casa. Ricordo sempre una coppia di 60enni, genitori di 6 figli, che ci dicevano "per noi due il momento di coppia è il ritrovarci ogni sera a lavare i piatti. Quei dieci minuti (con sei figli mi sa almeno un'ora), è sempre stato il tempo per noi". Buon per loro, sinceramenti li invidio. A me purtroppo non basta o forse non ci riesco ancora. Ma proprio no. Io voglio mio marito prima del padre dei miei figli e del co-proprietario della mia casa ipoteca.

Due venerdì fa, quando più o meno il turbine in cui eravamo finiti è sembrato calmarsi un filino, ci siamo ritrovati a casa insieme da soli per puro caso. Mentre il mondo manifestava insieme a Greta Thunberg, il Teodolindo ed io cercavamo di rimettere insieme i pezzi del puzzle della nostra coppia.
Abbiamo discusso di soluzioni, abbiamo cercato un piano comune, abbiamo capito che le cose devono cambiare.

Abbiamo soprattutto realizzato, entrambi, che in certi momenti la spontaneità non basta, che per far funzionare le cose in amore, a volte, bisogna sforzarsi.

Il nostro piano è più o meno il seguente:
1. Tutta la gestione familiare e della casa via email. Devo dirgli che mi occupo io di rinnovare i documenti dell'immigrazione? Email. Mi deve dire che va lui a prendere il Sig. Tenace? Email o messaggio. Diamo più spazio possibile ad altri argomenti di conversazione e al parlarci di come stiamo noi deviando la logistica allo scritto.
2. Basta pranzi insieme per un po', perché il rischio di ridurli a "riunioni di lavoro" è troppo alto;
3. In alternativa, dobbiamo "fare cose" insieme, che ci diano il piacere di passare del tempo insieme e ricordi da condividere e quindi via libera ad esempio a
-appuntamenti in libreria, a sfogliare le ultime uscite letterarie insieme e a comprare libri;
-abbiamo l'abbonamento annuale al museo di arte contemporanea? Bene, usiamolo! Al posto delle pause pranzo una volta ogni tanto, pausa pranzo al museo.
4. Tenerezza: ci si bacia prima di uscire di casa e quando si rientra, ci si chiede "Come stai?" e si ascolta la risposta. Non viene spontaneo o non ci si ricorda perché con un bambino in braccio e un autobus che sta per passare? Ci si sforza, minchia. Ci ispiriamo agli anglofoni che dicono "Fake it until you make it". E tra l'altro mi sembra ancor più un segno di amore: "Non mi sarebbe venuto in mente, ma ti voglio bene e mi sforzo di ricordarmelo. Questa ne è la prova per te".


Faccio cose, vedo gente... Il Teodolindo ed io facciamo il piano della situazione

All'orizzonte ci aspettano ancora decisioni importanti da prendere e per poterlo fare bene, prima abbiamo bisogno di ritrovarci.

Ora, perché condivido tutto ciò? Primo per lasciarne una traccia per me per il futuro. Secondo, per chi legge: ma voi come fate?! Avete consigli? Cosa aggiungereste alla lista qui sopra, considerando naturalmente che ogni ricetta è propria ad ogni coppia?




Friday, September 6, 2019

Quelli che raccontano storie delicate

Ci sono persone capaci di raccontare storie con una delicatezza incredibile, pur restando ancorati al vero e al crudo.
Tra questi, per me, c'è Hirokazu Koreeda, regista giapponese.
Koreeda ha una dote particolare: la delicatezza che usa nei film non è mai in alcun modo a discapito della profondità di analisi.

Non è un segreto che io abbia un debole per il cinema asiatico in senso lato. Da Wong Kar-Wai, passando per Kim Ki-Duk, a Takeshi Kitano. Mi piacciono i film in cui si toglie anziché aggiungere. Pochi rumori, poche parole, ambientazione ridotta a pochi luoghi. Attenzione per le immagini scelte con cura estrema. Per me tutto ciò è piacere puro.
Koreeda in questo è maestro.

Il primo film di Koreeda che ho visto, qualche anno fa, fu Like father, like son (trailer in italiano qui).



È con esso che ho scoperto Koreeda, il suo stile e la domanda che lui si pone in modo pressoché ricorrente in ogni film: che cosa è famiglia? Il legame di sangue o la relazione che si sceglie? Quale è la vera famiglia? Ed in fondo, è lecito mettere in opposizione le due o forse entrambe sono non solo spesso coesistenti ma il più delle volte necessarie?
Sia chiaro, Koreeda non dà risposte. Lui lavora sulle domande, che il più delle volte restano aperte (come, almeno a mio parere, è giusto che sia, vista la complessità).



Ora, chi conosce la mia di famiglia o legge questo blog avrà già capito come questo argomento non possa che starmi profondamente a cuore. Ergo, mi sciroppo i suoi film con un misto di piacere sublime e un nodo alla gola. E poi ci penso, rifletto, rimugino per giorni, rivedo nella mente i fotogrammi più belli.

In Like father, like son, lo scambio di due neonati in culla, comunicato alle famiglie quando i due bambini sono già grandicelli, scatena reazioni diverse.
C'è il padre che dice "Ah-ha. Ora si spiegano molte cose. Me lo sentivo che non era sangue del mio sangue, troppo diverso da me", giustificando tutti quei piccoli episodi propri della costruzione dell'identità di un bambino, lontano però dalle aspettative del padre.


La moglie si chiede ripetutamente: come ho fatto a non accorgermene subito?  L'ho portato nella pancia nove mesi e poi non mi sono resa conto che il figlio che mi hanno messo in braccio non fosse quello che avevo partorito poche ore prima? Che madre indegna sono?

Gli altri genitori, solo apparentemente dei sempliciotti, provano invece da subito ad accogliere quel bambino sconosciuto che porta i loro geni, senza pensare neanche un secondo a rifiutare quello che hanno cresciuto fin dalla culla. Più facile a dirsi che a farsi.



Koreeda non giudica, non prende posizioni. Ed è questo il suo talento.

Poi ne ho visti altri, tra cui Nobody knows. Tanto bello quanto terribile.


In questi giorni ho visto Shoplifters, palma d'oro a Cannes l'anno scorso (qui trailer in italiano).



Magnifico.
Magnifico e devastante.
Una famiglia in cui non si capiscono bene i legami di sangue o meno, accomunata dal dover sbarcare il lunario e quindi dedita al taccheggio nei supermercati fin dalla tenera età. Una famiglia in cui le persone sono sempre al centro, in cui si ride spesso nonostante la vita di tutti i giorni sia un bel casino.



Una famiglia che non esita ad allargarsi per includere nuovi membri, anche quando questa è una bambina maltrattata dai genitori, e a farla diventare figlia amata per la prima volta in vita sua, ad ogni costo. E il costo, inevitabile, è molto alto.


Scoprirsi madre e figlia perché si condividono le stesse cicatrici



Potrei andare avanti a mettere fotogrammi dei suoi film per le prossime due ore.



Allora, bon, tagliamo corto. Voi che passate di qui, li avete visti? Cosa ne pensate? Sono curiosa...
E se non li avete visti, fatevi questo regalo: guardatevi un suo film. Poi, se volete, tornate a dirmi come li avete trovati.


Wednesday, August 14, 2019

Una galette per la stagione delle raccolte

Da oramai più di un mese è iniziata la stagione delle raccolte - di frutta - che per me va di pari passo con la sindrome dello scoiattolo. 
Il calendario prevede il seguente ordine
fragole
lamponi
mirtilli
pere
prugne
mele
e zucche per finire

Noi della famiglia cerchiamo di farne il più possibile, fomentati dalla cara amica Silvia che mi invia prontamente messaggi su quali aziende e fattorie abbiano frutta al giusto grado di maturazione. 

Adesso siamo già nel periodo dei mirtilli, i preferiti miei e della SignoRina, la quale un giorno se ne è mangiati una tale quantità da preoccupare l'educatrice del nido una volta cambiato il pannolone e trovato il "prodotto interno" di colore nero... Ma sorvoliamo su questi particolari, visto che sto per scrivere una ricetta.

I kg di frutta portati a casa devono prontamente essere conservati, trasformati o cucinati. E se c'è una cosa che mi piace in modo speciale sono le ricette americane di torte e crostate con la frutta estiva. Mi chiedo come mai ce ne siano poche italiane al confronto, ma forse è semplicemente perché la frutta in Italia è talmente buona che sarebbe peccato cuocerla, e poi perché a me con il caldo italiano non è mai venuto in mente di accendere il forno.

Ad ogni modo, segnatevi questa ricetta. È spettacolare nella sua semplicità, non solo di esecuzione ma di sapore. Ha pochissimo zucchero, non ha uova ed è in pratica un involucro di pasta frolla che avvolge la frutta. 

Ricetta modificata da Smitten kitchen, mio riferimento per le ricette americane.

Come si vede in basso a sinistra, io evidentemente non avevo chiuso bene la frolla sulla frutta e il succo è uscito...
Fate come dico, non come faccio


Galette di fragole

Per la frutta
2 tazze di fragole o mirtilli o un misto di frutti di bosco
3-4 cucchiai di zucchero grezzo di canna
2 cucchiai di amido di mais o di tapioca

Mescolare i tre ingredienti in una ciotola e lasciare riposare perché la frutta assorba zucchero e amidi.
Nel frattempo preparare la frolla.

Per la frolla
150 g di farina (per versione senza glutine, 1/2 tazza di farina di riso integrale, 1/4 di farina di tapioca, 1/4 di farina di saraceno, 1/4 di farina di mandorle)
100 g di burro a pezzetti
1/4 di tazza di yogurt o ricotta
3- 4 cucchiai di acqua fredda
1 cucchiaio di zucchero grezzo di canna
pizzico di sale
buccia grattugiata di mezzo limone

Setacciare insieme gli ingredienti secchi. Aggiungere il burro e impastare con la punta delle dita fino ad avere un composto sbricioloso. A quel punto integrare lo yogurt o la ricotta e l'acqua fredda (un cucchiaio alla volta) e impastare velocemente per farne una palla. Sarà un composto morbido e appiccicoso. Di quelli che uno impreca perché metà dell'impasto resta sulle dita. Metterlo in frigo a riposare per 20-30 minuti.
Pre-riscaldare il forno a 200 gradi.

Stendere la frolla con un mattarello o semplicemente schiacciandolo con le mani su una placca da forno rivestita di carta forno. Io uso le mani. Non bisogna darle una forma necessariamente rotonda. Versare al centro la frutta e richiudere la frolla sopra la frutta per evitare che il succo esca in cottura. È una torta molto rustica, quindi vanno benissimo le robe raffazzonate, fatte con una mano e asimmetriche. Se lo fate con una bambina di 20 mesi in braccio, riesce bene lo stesso. Garantito. 

Se proprio volete la sciccheria, spennellate di latte i bordi e cospargete di zucchero granulato. 
Infornate e cuocete per 30 minuti.  



Fatela, vi prego, prima che arrivi l'autunno.


Thursday, August 1, 2019

Quasi In Mezzo al Niente

Per il secondo anno consecutivo, la famiglia Giraudo-Pistone ha trascorso una mini-vacanza ultraeconomica di quattro giorni Quasi In Mezzo al Niente.

Panorama del Mont Orford, proprio dietro la montagna, sulla destra c'è la casetta delle vacanze.
Quando dico che è terra di foreste e laghi, intendo questo.

Quasi In Mezzo al Niente è il nostro modo di chiamare i Cantons de l'Est, amena regione del Quebec al confine con il Vermont, dove vive una famiglia di nostri amici speciali. Speciali perché sono la famiglia con cui abbiamo condiviso un evento che ha cambiato la vita a tutti, ovvero il viaggio in Cina per diventare noi i genitori del Sig. Tenace e loro la famiglia di Monsieur Têtu, chiamato così perché ostinato e caparbio più del Sig. Tenace.

Una domenica di primavera di un anno e mezzo fa, eravamo ospiti da loro, in questa deliziosa casetta al limitare del bosco, con un grande prato completo di scivolo, altalena, trampolino e piscina, e pure una casa sull'albero. Guardandosi attorno e aspettando che il suo hamburger cuocesse sul barbecue, il Teodolindo ha fatto la battuta: "Non è che la affittate? Ahah!"
Il papà del Sig. Têtu non ha riso:
"Serieusement, volete venire a stare qui mentre noi partiamo per le nostre vacanze in camper quest'estate? È vostra, così ci curate l'orto e mettete il cloro in piscina."

Che ce lo siamo fatti ripetere due volte?!

Lo scorso anno, alla nostra prima mini-vacanza a costo quasi zero, l'impatto di stare Quasi in Mezzo al Niente è stato evidente per tutti. Il Sig. Tenace si è svegliato al mattino, ha guardato fuori dalla finestra e, vedendo null'altro che alberi ed abituato invece alla metropoli, ha chiesto con un filo di inquietudine:
"Ma dov'è la gente qua?"
Non c'è Sig. Tenace, non c'è.

Quasi in Mezzo al Niente è terra di foreste e laghi. Ogni giorno, se ci stufiamo della piscina o della casa sull'albero, guidiamo fino ad un laghetto. Non per incontrare gente, sia chiaro. Se si vuole trovare qualcuno con cui parlare l'unica è andare a fare la spesa.

Il Lake Fraser, al tramonto. Non che prima ci fossero più persone, sia chiaro.

Quest'anno ci sentivamo ormai di casa e ci siamo goduti quattro giorni immersi nei boschi. Tutti, inclusa la SignoRina, la quale, si sa, non è proprio la bambina più socievole del mondo, e di stare isolata senza gente che cercasse in ogni modo di rubarle un sorriso era solo contenta. 

Solo ogni tanto, seduta sulla riva del lago, si guardava attorno e forse, come suggerito da un amico, avvertiva un lieve senso di solitudine? Chissà. 

La SignoRina si guarda attorno perplessa: che sia infastida dalla folla in acqua?

Siamo rientrati ieri e già speriamo che anche l'anno prossimo i nostri amici vadano in vacanza e abbiano bisogno di custodi per la loro dimora.

Tuesday, July 23, 2019

Post senza foto, perché a volte va bene così

Almeno una volta all'anno, mi prendo un giorno di ferie da passare da sola con il Sig. Tenace. Ieri è  stato così.
Ed è stata una giornata talmente bella e vissuta semplicemente momento per momento, che non mi sono mai ricordata di tirare fuori il telefono per fare una foto. Restano solo i miei e suoi ricordi. 
E dire che non abbiamo fatto niente di eccezionale e neppure nulla che ci fossimo programmati.

Sveglia alla solita ora antelucana, grazie alla SignoRina che probabilmente non voleva farci perdere neppure un attimo. Abbiamo fatto colazione, ci siamo preparati e il Sig. Tenace ed io abbiamo inforcato le nostre bici per portare la SignoRina all'asilo. E già qui, contemplavo la differenza rispetto alla nostra "vacanza" precedente: allora lui non sapeva ancora andare in bici, né tantomeno affrontare le piste ciclabili montrealesi di un giorno lavorativo. Il mio bambino cresce. 
Abbiamo salutato la SignoRina e poi ci siamo diretti in libreria per comprare un regalo per un suo amico. Vediamo chi indovina cosa ha scelto il Sig. Tenace? Un bel libro sui dinosauri, che stanno ai seienni come i libri di cucina per i 40enni: non sbagli mai. 
Il Sig. Tenace voleva ovviamente un libro anche per sé. A quel punto c'è stata la proposta: se vuoi comprarlo, te ne posso prendere solo uno - gli ho detto - Se invece andiamo in biblioteca, te ne puoi portare via almeno tre. Mio figlio è furbo, ha scelto la biblioteca. 

Io pensavo ad una visita piuttosto veloce, seguita magari da un caffè e croissant di metà mattina, e invece alle 12.30 eravamo ancora lì dentro. Il Sig. Tenace con il naso appiccicato a libri di qualunque genere, anche se ultimamente è molto da "manuale enciclopedico". I pompieri, i vulcani, le formiche (?),... Io cercavo di svignarmela per andare a curiosare tra i miei, di libri, ma probabilmente mi aveva legato al polso un braccialetto elettronico invisibile, perché ogni qual volta mi allontanassi anche solo di uno scaffale venivo richiamata all'ordine: "Mamma! Dove sei? Vieni subito qui a vedere che roba questa colonia di scarafaggi cinesi..."
Alla fine ne ha scelti cinque per sé e due per sua sorella. 

Pranzo a casa, con una normale pasta al ragù, e poi dal parrucchiere per me. Lui, con tre libri al seguito, aveva la chiara direttiva di non alzarsi dal divano del salone per la durata del mio taglio di capelli, e invece due secondi dopo si rotolava per terra e giocava con gli espositori di unghie finte dell'estetista. E alla fine mi ha detto: "Mamma, sei bella. Puoi darmi un bacio, se vuoi".

Merenda con gelato, caduto per terra dopo tre leccate (non per colpa del Sig. Tenace, povero) - seguita da seconda merenda con cookie al doppio cioccolato. 

Abbiamo poi raggiunto il resto della famiglia e alcuni amici al parco e il nostro tempo a due si è concluso. 

Appunto, niente di che.
Ma camminare tenendolo per mano, con la sua mano che diventa sempre più grande e forte, parlare di tante cose, dai pokemon al perché sua sorella gli dia spesso fastidio, vederlo crescere, e sapere che per ora è ancora un piacere per entrambi passare una giornata insieme è semplicemente impagabile.  

Wednesday, July 10, 2019

Io viaggio da sola

Da circa due mesi vivo un momento surreale al lavoro. Alterno momenti di scoraggiamento e delusione totali ad altri in cui, grazie a conferenze a cui partecipo per lavoro, ritrovo motivazione e fiducia in quel che faccio.
Dal punto di vista pratico, sono settimane in cui viaggio molto. Da sola, purtroppo e per fortuna. Chicago, Washington,... e ci saranno almeno altri due viaggi prima dell'autunno.
E cosi', mentre io infilo tubini neri, mangio da sola nei ristoranti (che per me e' uno dei piaceri della vita) e dormo da sola in letti king in stanze di albergo anonime, il Teodolindo resta a casa con i bambini. E se li cucca giorno e notte. Le notti in particolare sembra siano particolarmente dure. Con la SignoRina avevamo raggiunto un certo equilibrio ("Tu ti svegli meno, noi dormiamo di piu', ok?", "ok"), ma l'assenza della mamma non gioca a favore e quando io non ci sono torna a svegliarsi ogni due ore, a chiamarmi e poi rassegnarsi e riaddormentarsi tra le possenti braccia del papa'. Nel contempo, il Sig. Tenace viene svegliato dai pianti della sorella, si alza e, sapendo che non c'e' altri che il padre in casa, lo segue passo dopo passo mentre quest'ultimo culla avanti e indietro la SignoRina.

C'e' stato un tempo in cui viaggiavamo tutti insieme, e ne approfittavamo per visitare citta' nuove tutto senza doverci separare. Il Sig. Tenace ad un certo punto si era talmente abituato che muoveva richieste: "Dove andiamo la prossima volta, mamma? Puoi avere un congresso a New York, che non ci sono mai stato?"
Poi e' arrivata la SignoRina e, mentre era ancora nella mia pancia, si e' presa sei aerei e ha "parlato" a tre conferenze. Cioe', io parlavo e lei si muoveva come un ossesso.
Dopo la sua nascita le cose sono cambiate: se da un certo punto viaggiare con entrambi non sarebbe poi troppo piu' difficile di prima, dall'altro ha ragione il Teodolindo nel dire che non e' che lui non puo' usare tutte le sue ferie per seguire me in momenti dell'anno non ottimali per il suo, di lavoro.



Boh, e' un post sconclusionato, lo so. Anche perche' lo sto scrivendo seduta sul letto di un albergo, mentre gia' sono vestita come nella foto, pronta a scendere per la conferenza tra meno di mezz'ora. Ho appena parlato al telefono con il Teodolindo e non posso che sentirmi grata per quel che fa e per come sia sempre stato disponibile a sostenermi e ad adattarsi a situazioni non proprio facili.

Mi vengono in mente molte riflessioni. Prima tra tutte quella che raggiungeremo una vera equita' tra uomini e donne non quando le donne, come ora, si adattano a vecchi standard di lavoro maschili, ma ad esempio quando alle conferenze verranno creati spazi per le famiglie al seguito: parlando con altri partecipanti, credo che la maggioranza dei presenti avrebbe preferito di gran lunga avere un servizio di daycare o animazione per i bambini mentre la mamma o il papa' sono occupati anziche' una cena in un ristorante figo o un cocktail nella terrazza all'ultimo piano dell'albergo.
E' un'idea tanto assurda?
Io non credo...

Vado. Si inizia la giornata.

Wednesday, June 5, 2019

50 sfumature di (capello) grigio

Da qualche tempo, piano piano, i miei capelli bianchi iniziano a farsi sempre meno timidi. Crescono in numero, si fanno notare tra quelli castani, e... posso dirlo?

Li amo.

Proud of them, all of them


Questo è qualcosa che non avrei mai pensato di scrivere fino qualche anno fa. Mi piacciono, i miei capelli bianchi mi piacciono. Mi piace il loro colore, mi piace che diano movimento ai miei capelli, mi piace anche che siano un po' una carta di identità con su scritta la mia età, o circa. Mi piace anche giocare ad abbinare gli orecchini e la collana, di perle, perché mi sembra che risaltino di più, come il bordino degli occhiali.

Vogliono dire che sto invecchiando?! Ma bene. L'alternativa al diventare vecchi è molto peggiore e sono grata degli anni che passano e che ho vissuto. E se i miei capelli stanno lì a ricordarlo, non me ne dispiace.
Di nuovo, non avrei mai pensato di arrivare ad avere queste opinioni sull'ingrigire. Credevo che, come tutte le donne della mia famiglia e che mi circondavano, alla vista dei primi capelli bianchi, avrei fatto ricorso al colore. E invece - sono l'unica a pensarla così? - io mi sento vecchia e brutta se i capelli me li tingo.

Sicuramente in queste mie considerazioni gioca anche il fatto di vivere in Nord America, dove le donne che sposano il "go grey!" sono sempre di più, e non per disinteresse, ma per affermazione del fatto che si possa essere donne affascinanti, belle, curate anche con i capelli bianchi.
Grey is a color, not an age definition", dicono sempre più numerose le donne giovani che a 30 anni già hanno la testa grigia. E se poi sei bella come questa qui, non è difficile che gli altri siano d'accordo.




Ho colleghe di poco più vecchie di me, parliamo ancora intorno ai 40, completamente bianche. Una di loro ha capelli magnifici, candidi, perfetti. Da invidia.
È stato notando loro che ho iniziato a ripensare al modo in cui si guarda il capello grigio in una donna. Incredibile, no, come la rappresentazione dei modelli sia fondamentale nello strutturare le opinioni su noi stesse?

Su Instagram poi, mi si è aperto un mondo. Basta andare su profili come Grombre o guardare gli hashtags #gogrey #silversisters per scoprire una comunità di donne che vogliono educare ad un nuovo modo di guardare i capelli grigi e l'invecchiamento della donna. Perche' poi a questo si torna: al fatto che alla donna non è permesso invecchiare se vuole rimanere attraente, bella, affascinante.



A Natale, quando sono tornata in Italia, mia mamma ha notato i capelli grigi, qua e là, e mi ha chiesto cosa pensassi di fare. Gliel'ho detto:
"Non molto. Ne ho parlato con la mia parrucchiera e al limite farò dei colpi di sole leggeri per dare un po' più di movimento ai capelli, che non siano solo bicolor bianchi e neri come una scacchiera, e via via diminuiremo fino a quando i capelli bianchi saranno la maggioranza."
Mia mamma era sbalordita.
"Ma davvero tu ti vedresti, a 50 anni, tutta bianca?!"
Be', se tutta bianca volesse dire diventare come Grece Ghanem, firmo subito!


Però a questo punto, vorrei sapere la vostra opinione. Voi donne, e anche uomini, che leggete 'ste robe che ho scritto, come la pensate? Come la si pensa in Italia? Sono curiosa.