Tuesday, May 15, 2018

La cosa che più mi manca dell'Italia

Non è la pizza.
Non è la mozzarella.
Non è il clima.

Sono loro.
È lei.

L'eleganza degli uomini italiani.





Ahhh.
Ditemi, o voi che leggete, se non sono magnifici. Mi sembra anche di sentire il profumo di dopobarba.


È qualcosa di naturale, per nulla pretenzioso. Sanno vestirsi e ci tengono a farlo. Indipendentemente dall'età, dall'estrazione sociale, dal luogo in cui vivono, dal lavoro che fanno. Sanno apprezzare un bel maglione, per non parlare di un completo giacca e pantalone. Sanno quando vestirsi di lana o di cotone o di lino. Anche il jeans è indossato sapientemente. Nulla è lasciato al caso. Sanno che anche per andare a comprare il giornale la domenica mattina in edicola ci si veste decentemente. E "decentemente" per l'uomo italiano equivale a quel che nel resto del mondo è uno standard altissimo.




Pensate che vostro padre o vostro cugino o vostro marito si vestano male? Pensate che quest'attitudine non si applichi a chi conoscete?
Voi. Non avete. Idea. Se non siete stati qui in Canada o negli Usa (ok, eccezion fatta per NYC), voi non sapete cosa voglia dire vedere uomini a cui non interessa l'abbigliamento e lo stile. Qui letteralmente gli uomini per lo più si vestono per coprirsi, salvo rare eccezioni che mi fanno voltare per strada, e spesso sospetto si tratti di italiani.

Anni fa, forse ero qui da appena un anno o due, una segretaria sulla cinquantina mi raccontò di essere stata in vacanza in Italia con suo marito. "Sai cosa mi ha colpito di più?", mi disse, "Gli uomini. Sono tutti così... così effeminati! Con la sciarpa al collo, e la camicia,... e poi profumano!". Pare che il marito non si capacitasse di come facessero a essere così attenti e soprattutto si chiedeva come mai lo fossero. Capito? La cura di sé vista in modo dispregiativo.





Il problema è che l'eleganza degli uomini italiani credo che in parte sia innata, ma molto sia influenzata dal contesto. Se attorno hai colleghi, amici, parenti che si vestono bene, tu pure ci stai più attento. Quando ho conosciuto il Teodolindo, mi aveva colpito proprio la cura con cui si vestiva. Ricordo ancora, e pure lui, cosa indossasse al primo appuntamento. E anche al secondo. Non troppo elegante, ma sicuramente ricercato e attento ai particolari.
E ora? Ora... è una dura battaglia. Se ne accorge che gli standard con cui si confronta sono molto più bassi e si rende conto che a volte perde colpi. Quando poi torna in Italia è come con la bicicletta - non ti dimentichi come si pedala - ed allora eccolo che arriva la crisi di identità ed escono frasi come "Non ho niente da mettere", "Sono sciatto", "Ho solo vestiti vecchi, dobbiamo andare a fare spese".

E puntualmente torniamo a Montreal con le valige piene e con un vestito, se non due, di Boggi, comprati all'aeroporto.






Tutte le immagini sono prese dal sito di The Sartorialist.






Wednesday, May 2, 2018

Italiani quanto basta

Oh, continuiamo la chiacchierata iniziata qui da me e proseguita qui da Alice. Se volete unirvi, sedetevi comodi, prendete una tazza di tè e partecipate alla ciacolata.  

Qualche settimana fa sono andata in consolato per ritirare il passaporto italiano della SignoRina. Come spesso capita quando vado in consolato, ero ambivalente: quasi eccitata all'idea di avere finalmente tutti e quattro almeno un passaporto in comune, nostalgica per il toccare un po' di suolo italiano, scoglionata perché non sai mai cosa può capitare in termini di sorprese burocratiche.
Quel giorno ero particolarmente di buon umore. Dovevo solo ritirare il documento, quindi mi sono seduta nella sala d'aspetto che ormai conosco bene. Ho dato una rapida occhiata ai soliti due poster appesi al muro, uno con un panorama della costiera amalfitana, l'altro del lago Maggiore, e ho scelto la sedia che meglio mi facesse vedere la televisione su cui andava in onda la Prova del Cuoco.



Due paesaggi, la voce di Antonella Clerici, la preparazione di pasta fresca ripiena e l'accento romagnolo del cuoco in gara. Tutto era familiare al punto da neanche accorgermene. 
Finché non sono entrati. Altri due italiani. Sicuramente italiani, avevano il passaporto. Erano lì in consolato come me. Nel nostro consolato italiano.
Solo che uno dei due, donna, non parlava italiano. Parlava solo inglese e chiedeva informazioni riguardo a determinati documenti. 
L'altro parlava un italiano stentato misto a termini dialettali di qualche parte del sud Italia. Suo padre era morto e non sapeva come comunicarlo al comune di origine: "Non l'ho uscito quel documento", "Non l'aggio ancora sbrigato". 

Anni fa mi avrebbero irritato e avrei pensato con stizza e superiorità che quei due non erano italiani. Sì, va be', avevano il passaporto, ma non erano italiani veri. Non come me. 
Poi, conoscendone qualcuno, di quegli italiani di seconda o terza generazione, ho capito che spesso sono più affezionati all'Italia di me, che ci tengono al mantenimento delle tradizioni, hanno l'orto in cui piantano zucchini e melanzane, fanno ogni anno il sugo di pomodoro in casa per l'anno a venire, e venerano il pranzo della domenica come un'occasione immancabile per ritrovarsi in famiglia. Si sposano spesso tra italiani, loro, e vivono tutti o a little Italy o a St. Leonard, che è il nuovo quartiere italiano di Montreal. Sanno chi è Renzi e chi è Salvini e vanno a votare. Li conosco, dicono "cotto" e "butti" invece di cappotto e stivali (da coat e boots), cantano le canzoni dei Ricchi e Poveri e quelle di Toto Cutugno.  

Ma chi sono io per dire chi è italiano veramente? Per giudicare chi ha diritto di sentirsi tale? 
Oggi penso che, passaporto a parte, ognuno è quello che si sente di essere. 



Quel giorno in consolato un lampo mi ha attraversato la mente.
I miei bambini. Quella SignoRina di cui stavo per ritirare il passaporto e che per ora è ancora solo canadese, lei diventerà così? Sarà vista così dagli italiani nati in Italia? 
E il Sig. Tenace? Su, facciamoci una risata: quale italiano d'Italia lo considererà davvero italiano? Ok, parla italiano, ha il passaporto e una famiglia italiana, ma è nato in Cina ed è asiatico, su questo non ci piove. Quante volte si sentirà dire "Ma tu di dove sei? Ho capito che sei italiano, ma veramente di dove sei?"

Entro in una spirale.
Guardo i due poster. Io non ho bisogno di leggere la scritta sotto per capire dove sono quei luoghi, ma per i miei figli? Saranno posti esotici? Il Sig. Tenace non sapeva neanche cosa fosse Milano fino a qualche tempo fa...

Ancora più giù nella spirale.
Penso a quando il Sig. Tenace gioca ad essere un uovo e mi dice: "Mamma, pondami!" (pondre un oeuf, in francese) o quando canta Tanti auguri a te dicendo "Bonne fete to you!". Io sorrido, illusa del fatto che la lingua italiana gli scorra dentro e gli sia innata come lo è per me e per suo padre, che neanche ci rendiamo conto di quanto ci sia letteralmente "madre" lingua.

E poi in fondo alla spirale, il solito pensiero. 
Loro si sentiranno sempre fuori luogo ovunque. Noi ci facciamo il culo perché loro possano essere cittadini del mondo e sentirsi a casa tanto qui, quanto in Italia e, per uno dei due, pure in Cina, ma la verità vera è che loro, in ognuno di questi luoghi saranno sempre un po' stranieri. Non completamente Canadesi, perché figli di immigrati, non completamente italiani perché in Italia non ci avranno vissuto, non completamente cinese perché cresciuto in una famiglia italiana. 

Io e il Teodolindo abbiamo fatto la scelta di vivere altrove, forti dei nostri piedi ben piantati nelle radici italiane con cui inevitabilmente ci accordiamo come con un diapason. Ma loro? Abbiamo puntato sulle opportunità che questa scelta offre loro in termini di esposizione a più culture e lingue e di un paese come il Canada che fa della diversità la sua forza. Ma gli abbiamo tolto un'identità chiara. 
Dovranno farci i conti, loro.
Come in un bassorilievo, dovranno costruire la loro identità e la loro bellezza sull'equilibrio tra i pieni e i vuoti. 







Friday, April 27, 2018

Il potere terapeutico dell'accendere il forno (titolo corto)

Il titolo lungo è
Il potere terapeutico dell'accendere il forno per poter poi sentire il profumo di torta che cura ogni male e soprattutto fa sentire meno la stanchezza di oramai troppe notti insonni e della ripresa del lavoro.

E con questo ho praticamente scritto il post. Manca solo la ricetta, che ho trovato girovagando su instagram. Ho visto queste tortine, chiamate Black and White Cupcakes, ho dato una rapida occhiata alla ricetta e, con mia sorpresa, l'ho trovata semplice e rapida.
Ho pensato
"Forse ce la posso fare anche tenendo in braccio la SignoRina",
la quale SignoRina è uscita finalmente dal quarto trimestre, ma, da quando sono rientrata al lavoro e l'ho mollata al Teodolindo per i prossimi mesi, non appena mi vede varcare l'uscio al mio ritorno  mi si attacca come un mitile allo scoglio e non mi molla fino al mattino dopo.
Comunque, un brivido di adrenalina mi lungo la schiena, mentre ho detto tra me e me
"Vuoi vedere che riesco a sfornare delle tortine? Così sciué sciué alle 5 del pomeriggio mentre il Teodolindo è uscito per recuperare il Sig. Tenace? E loro rientrano e con meraviglia si accorgono che domani a colazione si mangia roba buona?"
Detto fatto.

Tortine che raffreddano. Qui il profumo, di crema di ricotta e cioccolato, era magnifico. 


Voila la recette, sans gluten, ça va sans dire. Per la versione con glutine, usate farina bianca al posto del solito mix, ma secondo me ci perde di gusto.

Tortine bicolore ricotta e cioccolato

Per la crema
175g di ricotta
una tazza* di gocce o scaglie di cioccolato
un uovo
1/2 tazza di zucchero grezzo di canna

Per la base
1 tazza e 1/2 di farina (1/2 di farina di riso bruno, 1/2 di amido di tapioca, 1/2 di farina di grano saraceno)
1/4 tazza di cacao amaro
1/2 tazza di olio di cocco, sciolto (o in alternativa burro, sempre sciolto)
1/2 tazza di zucchero grezzo di canna
1 tazza di acqua tiepida
1 cucchiaino di lievito
un pizzico di sale

Per prima cosa preriscaldare il forno a 180 gradi e imburrare e infarinare una teglia per muffin, quella classica con 12 stampi.
Preparare la crema, amalgamando bene la ricotta con l'uovo e lo zucchero. Aggiungere le gocce di cioccolato alla fine. Tenere da parte.
Preparare la base al cacao, setacciando le farine con lo zucchero, il cacao, lo lievito e il sale. Unire l'olio di cocco e l'acqua e mescolare velocemente.
A questo punto versare una cucchiaiata abbondante di questo composto in ognuno degli stampi da muffin e poi aggiungere sopra la crema. Io, quando mettevo la crema di ricotta, la spingevo un po' in giù con il cucchiaio, in modo che non stesse solo in superficie ma che si mescolasse un minimo alla base al cacao, diventandone il morbido ripieno in cottura (vedi foto in basso).
Cuocere in forno per 25-30 minuti o finché la crema risulti abbastanza resistente al tatto. Lasciar raffreddare completamente prima di gustare.

Altra foto della serie "la vendetta della foodblogger", con pezzo di torta impunemente sbocconcellato da me stamattina. Ma almeno si vede com'è l'interno delle tortine


E buona colazione.


*la tazza indicata è la classica "cup" americana. Io fossi in Italia userei come corrispondenza un vasetto di yogurt o un contenitore di quella capienza, all'incirca.






Wednesday, April 25, 2018

25 aprile 2018

da qui


Ci avevamo già provato due anni fa, a spiegare il 25 aprile al Sig. Tenace. Abbiamo fatto un nuovo tentativo ieri sera prima di metterlo a letto, al momento della lettura di un libro.
"Stasera niente libro, ti racconto una storia. Anzi, guarda, te la raccontiamo insieme io e il papà"
Il Teodolindo mi guarda perplesso poi però capisce dove voglio andare a parare.
Se per certi versi adesso posso raccontare e non solo cantare, come feci nel 2016, è tuttavia difficile spiegare la resistenza ad un bambino di cinque anni.
Di più.
E' difficile spiegare la resistenza ad un bambino italiano di cinque anni che in Italia ci ha messo piede una sola volta per due settimane.
Lui non ha i luoghi nei ricordi, non conosce persone che possano dire "il mio nonno...", non ne sente parlare a scuola, non vede lapidi commemorative o manifestazioni.
Il 25 aprile è per lui un giorno come un altro.
E però quanto vogliamo che lui e sua sorella crescano con una coscienza storica del nostro Paese*? Molto. Moltissimo.
Oh, ci abbiamo provato.
Abbiamo usato ogni mezzo, dalla similitudine tra i partigiani e i soldati di Mulan che difendevano il loro paese dall'invasore (e vi assicuro che fa il suo bell'effetto paragonare i nazisti agli Unni, per un bambino come il Sig. Tenace), alle immagini cercate su internet. Abbiamo provato a dirgli che noi neanche possiamo immaginarla la felicità di quella gente, quel 25 aprile di 73 anni fa.

Una partigiana sulle Alpi contro l'invasor

"Voglio vedere le foto delle battaglie!", chiedeva lui.
E allora gli spieghiamo che non erano battaglie come lui immagina, ma che la vera azione era la pazienza e la resistenza.

Pazienza e resistenza.
Ne avremo bisogno anche noi perché questi due scriccioli diventino due italiani consapevoli delle radici della loro famiglia.



PS O voi che leggete e che vivete fuori dall'Italia, e sapete chi siete, ma come fate con i vostri figli?

PS 2 Io ho trovato questo elenco di libri per spiegare la resistenza, qualcuno li conosce? Mi dite cosa ne pensate?

*che poi, il nostro Paese sarà anche il loro? Lo sentiranno loro? Questa è una delle domande che più mi tortura.

Wednesday, April 11, 2018

Di quando il Teodolindo mi fa incazzare per bene come gli altri mariti comuni mortali

Quando lascia i vestiti sul letto, anziché appenderli all'omino IKEA che ha voluto ardentemente.
Quando penso a quel dannato omino IKEA che ha voluto ardentemente e che non ha praticamente mai usato, ma che occupa spazio in camera.
Quando lascia portafoglio chiavi e telefono ovunque e non nei diversi svuotatasche che ci sono in casa, per poi prima di uscire dire "Dove ho messo portafoglio chiavi e telefono?".
Quando non risponde al telefono, soprattutto mentre ero incinta.
Quando dimentica di chiudere la porta di casa a chiave, io rientro e trovo la casa aperta.
Quando lascia le ante degli armadi spalancate.
Quando non strizza la spugna della cucina, ma la lascia zuppa di acqua sporca e detersivo sul fondo del lavello.
Quando non taglia le verdure a pezzi della stessa grandezza, per poi trovarci con patate mezze crude e altre stracotte.
Quando, ogni volta che io non ho voglia di cucinare e gli dico "Cosa mangiamo stasera?", lui, dopo averci pure riflettuto, mi propone "Pasta? O una frittata?". Da quattordici anni.
Quando sbircio mentre è immerso nel suo cellulare e vedo che legge sempre calciomercato.it o il sito della gazzetta.
Quando, ben sapendo che ha passato ore su calciomercato.it o sulla gazzetta, mi dice "Non ho proprio avuto tempo di leggere quell'articolo interessantissimo che mi hai girato oggi".
Quando va a prendere il Sig. Tenace a scuola e non gli mette i guanti e il Sig. Tenace, appena entrato in casa, mi dice "Senti, mamma, ho le mani ghiacciate!".
Quando di notte, dopo essermi svegliata tre volte per la SignoRina, gli sussurro "È il tuo turno adesso" e lui ci mette mezz'ora a cercarsi i calzini. Ogni singola notte da cinque mesi e mezzo.
Quando di notte, se mi viene in mente una cosa da dirgli e so che anche lui è sveglio, mi dice stizzito "Possiamo parlarne domani?" e entrambi sappiamo che domani non ne parleremo.
Quando prepara il prospetto riassuntivo per la dichiarazione dei redditi.
Quando crede che io non abbia idea di quanti soldi abbiamo sul conto.
Quando a metà vacanza è già di cattivo umore perché pensa che manca meno della metà del tempo al ritorno al lavoro.
Quando la sera, dopo aver messo a letto la prole, mi chiede "Vuoi che facciamo qualcosa insieme?", ma in fondo so che preferirebbe guardare calciomercato.it e comunque in ogni caso aspetta che sia io a fare proposte di cosa fare insieme.
Quando, se gli dico, "Va bene, facciamo qualcosa insieme. Cosa vuoi fare?", mi propone di guardare un documentario de La storia siamo noi. Alle nove e mezza di sera di sabato.  
Quando, se siamo al ristorante insieme, invece di guardare e ascoltare me, si guarda attorno e ascolta la conversazione del tavolo accanto.
Quando fa il passivo aggressivo. 
Quando, dopo avergli fatto un appunto, lui mi risponde dicendo "Perché invece tu... " e fa lui un appunto a me uguale e contrario. Allora mi sembra di giocare a tennis.
Quando, se non e d'accordo su qualcosa, anziché dirlo chiaramente, dice solo "Mah...".
Quando invece di litigare con me, mette in atto la sua tecnica preferita, perfezionata negli anni e da me battezzata Muro di Gomma e non coglie nessuna mia provocazione, lasciandomi esplodere internamente. Poi puntualmente, la sera stessa, sogno di picchiarlo (chissà come mai).


Elenco non esaustivo.
Ringrazio Bean far Away per il suggerimento di post. Chi volesse contribuire al tema con commenti qui sotto o con post affine sul proprio blog è il benvenuto e sarò ben lieta di leggere i vostri elenchi.



Tuesday, April 10, 2018

La stagione dell'amore e delle tasse


E no, mio malgrado con aprile non giunge la stagione dei parallelogrammi, che anch'io come Sage Boggs avevo ben studiato a scuola, ma quella delle tasse.
Però, con essa, arriva anche il giorno in cui da anni il Teodolindo ed io ci diamo appuntamento in centro città per incontrare il nostro contabile e quel giorno è uno dei nostri preferiti di tutto l'intero anno.
Il nostro contabile è un ex impiegato dell'Agenzia delle Entrate del Quebec. Monsieur Elle ha circa 70 anni, molti dei quali spesi studiando alacremente le imposte altrui e ci si è appassionato al punto da non capire come gli altri non possano essere altrettanto entusiasti dell'intero processo di tassazione provinciale e federale. A noi ricorda spaventosamente l'ispettore fiscale de La cena dei cretini, questo qui se avete presente



Lo incontriamo all'Agenzia delle Entrate, in fine mattinata, e lui ci riceve sempre vestito con camicie dai colori sgargianti - oggi rosso fragola - su cui abbina una cravatta regimental in tinta.
Noi arriviamo a modo nostro: io trafelata mi catapulto a piedi giù dal lavoro, con nello zaino i miei documenti e ricevute per la mia parte di dichiarazione. Includono fotocopie, fogli stampati due minuti prima sul retro di articoli scientifici, scontrini sbiaditi. Il tutto ficcato nello zaino così come viene.
Il Teodolindo giunge in metropolitana, fresco come una rosa, con la sua cartelletta di scartoffie che ha ordinato per argomenti (rimborsi medici, spese di trasporto pubblico, ricevute di donazioni a enti) e di cui ha fatto poi un prospetto riassuntivo.
Io sono scoglionata e penso solo al dopo incontro, il Teodolindo è eccitato come un bambino perché a lui piace imparare robe nuove sul sistema fiscale canadese e gli piace sentirsi dire che ha fatto un bel lavoro nell'organizzare le ricevute, a differenza mia.
Di solito Monsieur Elle inizia con me: "Vediamo cosa mi hai portato". Non si capisce bene perché ci dia del tu, ma tant'è e io gli do il mio plico. Poca roba in effetti, visto che il mio lavoro è esclusivamente da dipendente di un solo datore. In due minuti ho finito, mi rilasso e mi godo quel che sta per arrivare, perché da sempre, se io sono quella che fa le cose all'ultimo minuto dopo dieci promemoria del Teodolindo "Ricordati che martedì andiamo da Monsieur Elle!", il mio sposo è quello che, nonostante l'organizzazione maniacale, dimentica immancabilmente qualcosa. Ma sempre qualcosa di grosso, eh! Con Monsieur Elle che si stupisce "Ma come? Non mi hai portato la ricevuta dell'assicurazione medica?", e il Teodolindo costernato che evita di guardarmi perché sa che io ho il mio sorrisino compiaciuto sulla faccia.
Oggi riflettevo sul fatto che io aspetto puntualmente quel momento perché mi ricorda di come io e il Teodolindo siamo diversi e forse è anche questo l'ammmore tra noi. Il guardarci così diametralmente opposti  - io che sbircio instagram mentre Monsieur Elle parla e mi becco le occhiatacce del Teodolindo, e il Teodolindo che fa domande sulle riforme e io che lo fulmino per intimarlo a piantarla lì che chi se ne fotte delle riforme fiscali del Quebec- e riuscire a sorridere a vicenda per l'irritazione che l'atteggiamento dell'altro ci provoca.
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Monsieur Elle ogni volta riesce a congedarci dicendo qualcosa di inappropriato, e spesso lo fa volendo invece essere simpatico. Un anno è il commento sugli italiani, un altro sui cinesi, quest'anno è riuscito a dirci "Ah avete avuto una bambina! Sarete contenti adesso di averne una davvero vostra, non come il primo!". Gelo.

Salutato Monsieur Elle, ci aspetta un signor pranzo nel ristorante giapponese proprio di fronte all'Agenzia delle Entrate, zona in cui altrimenti non andiamo mai, anche perché il ristorante è chiuso nel fine settimana.
Il pranzo non solo è un tuffo nel passato che ci riporta al nostro viaggio di nozze in Giappone e uno degli ormai pochi pranzi romantici noi due soli, ma è anche un momento che fa da segnatempo: ci ricordiamo a vicenda che tre anni fa ci eravamo venuti soli e che faceva un freddo becco, che due anni fa ci eravamo portati dietro il Sig. Tenace che ancora non andava all'asilo e che l'anno scorso non si era fatto nessun pranzo perché io ero dilaniata dalle nausee.

Finito il pranzo di solito ci salutiamo, ognuno ritorna al proprio lavoro, tranne quest'anno che siamo addirittura rientrati a casa insieme visto che siamo nel periodo di passaggio di consegne tra il mio congedo di maternità e il suo di paternità.

E tornando all'inizio del post, adesso che ci penso, se questo giorno è uno dei nostri preferiti di tutto l'intero anno forse siamo messi un po' male.

Monday, March 19, 2018

Book swap party - com'è andata a finire

Riassunto in cinque parole, è stato un grande successo. E questo è stato il bottino finale del Sig. Tenace:



Come funzionava
Appena arrivati, i bambini deponevano il loro libro in un cesto che avevamo predisposto ad uopo e che ha attirato l'attenzione dei festeggianti per l'intera durata della festa. Ogni tanto qualcuno andava lì, curiosava, sfogliava e si faceva un'idea di quale libro avrebbe voluto.
Al momento clou, il Sig. Tenace, festeggiato, ha scelto per primo dal cesto. Dopodiché sempre lui ha estratto da un sacchetto uno ad uno i nomi degli altri bambini e il sorteggiato poteva a sua volta scegliere il libro da portarsi a casa.
Tutto si è svolto senza tafferugli, e un solo pianto di bambina (vedi sotto). C'è da dire pero che noi avevamo messo in partenza quattro libri nel cesto per evitare che l'ultimo bambino estratto fosse obbligato a portarsi a casa l'unico libro rimasto senza possibilità di scelta.

Qualche osservazione sociologica
-Al momento della scelta, il Sig. Tenace, buongustaio, non ha esitato un attimo e si è impossessato subito di Here we are di Oliver Jeffers, con mio sommo piacere. Il libro e' salito immediatamente sul podio dei nostri libri preferiti. Se dovete regalare un libro ad un bambino o anche non un bambino, prendete questo!
-L'attività, molto apprezzata dai cinquenni, pare non essere adatta a bambini di età inferiore. I due bambini di 4 anni presenti non hanno capito dove stesse il divertimento e entrambi hanno voluto riprendersi il libro che avevano portato. Una dei due si è messa a piangere singhiozzando quando un'altra bambina ha osato prendere in mano il suo libro. Alla fine quest'ultima ha ceduto di fronte alle lacrime della piccina e ne ha scelto un altro.
-I libri dei dinosauri sono dei best sellers. Vanno via come il pane. Se state cercando un'attività redditizia, pubblicate libri sui dinosauri, meglio se "con foto vere", come dice il Sig. Tenace: quelli sono proprio rarissimi. ;)
-Il Fabio Volo dei 5enni canadesi, quello di cui tutti hanno letto almeno un libro, incluso il maschio ossessionato dai treni e la femmina fissata con Elsa di Frozen, è Robert Munsch. Parlano di trame e si dicono quale libro li ha fatti più ridere. E direi che in questo caso il successo è più che meritato, visto che le sue storie sono mai banali e sempre spassose. Il Sig. Tenace ne ha una raccolta che ormai conosciamo a memoria.

Questo è quanto. L'anno prossimo, se il festeggiato sarà d'accordo, lo ripetiamo di sicuro.
(e a me viene voglia di organizzarne uno per adulti...)