Wednesday, December 18, 2019

Urlare il dolore

Ieri, come molti purtroppo, ho letto la notizia della donna di 22 anni, nigeriana, e del suo dolore urlato di fronte alla morte della figlia di cinque mesi all'ospedale di Sondrio.
Non sto qui a dilungarmi su quel che è successo dopo tra gli altri utenti presenti in ospedale. Lamentele, insulti. Pare che un totale di 15 persone - quindici - abbiano trovato opportuno esternare la loro insofferenza verso questa donna e l'espressione del suo dolore.

Amy Sherald. Mother and Child. 2016

Sui social media ho letto la reazione immediata di scandalo di tanti, tantissimi.
"È una vergogna", "Non ci sono più limiti in questa Italia! Adesso si insultano anche le madri a cui muore un figlio!", "Ma dov'è la pietà? La compassione?"
Ma a cosa serve quello scandalo? A cosa serve quella presa di distanza da certi comportamenti palesemente inaccettabili?
Non a molto altro se non a sentirsi giusti. A rassicurarsi sul fatto che noi, quella roba lì, mai la faremmo. Che noi in quella situazione ci saremmo comportati in maniera diversa. Che c'è un noi - persone non razziste - e un loro - razzisti senza cuore. A sentirsi un po' il fariseo di quella parabola che stando ritto in prima fila ringrazia il suo dio di non essere un peccatore sfigato e ignorante.

E se invece facessimo un passo oltre nell'analisi di questa vicenda?
Se invece di fermarci agli insulti pronunciati da alcuni, non riflettessimo su come in fondo questa reazione non è poi così sorprendente ed è forse solo la punta visibile di un immenso iceberg in cui le persone non bianche vengono trattate diversamente quando soffrono?
Se ascoltassimo le parole del Direttore del Pronto Soccorso di Sondrio che ammette che alla comunicazione del decesso
"Si è scatenata una reazione a cui non siamo abituati dal punto di vista culturale... (li abbiamo) lasciati scaricare un attimo... sono intervenuto sull'accompagnatrice che era la più agitata, sono riuscito a fermare un attimo l'emozionalità (?), si son calmate"
Queste sono le parole che a me hanno colpito di più, perché diciamocelo: queste potrebbero essere pronunciate da molte più persone. Prendere le distanze da queste è un filo più difficile.
"Lasciati scaricare un attimo"?! Ma sono l'unica a sentire qui una mancanza di compassione?
Se capitasse mai a me una cosa simile, vorrei che queste parole fossero pronunciate dal medico che mi comunica la notizia?!
Perché quella reazione di dolore ha dovuto essere fermata?
Solo perché non appartiene alla nostra cultura?
Perché anziché fermarla non si è accompagnata la donna in una stanza appartata in cui sfogare il proprio dolore?
Avrebbero fermato allo stesso modo lo strazio di una mamma bianca brianzola o forse con lei l'empatia sarebbe stata maggiore, perché culturalmente ci è più familiare?

Queste parole mi hanno venire in mente molte altre cose che conosco bene e che sono ghiaccio solido alla base di quell'iceberg di cui sopra:


  • Gli infermieri e i medici che non ricordano il nome e cognome dei pazienti non bianchi ("Dottoressa ha un nome cinese, vorrà mica che me lo ricordi?" Sì, minchia, sì).
  • Il tecnico di radiologia che nell'aiutare il paziente nero con dolore lombare a salire sul lettino della risonanza magnetica al verso di dolore di questi non chiede scusa, come invece non perderebbe attimo di fare se il paziente fosse bianco.
  • I medici che non hanno la stessa urgenza nel non far attendere troppo i pazienti in sala di attesa se questi non sono bianchi.
  • Il mio collega, che si dice di ampie vedute ma che appena un paziente con emicrania è nativo mette subito in dubbio che faccia abuso di alcool o droghe e, anche quando questo nega, dice "Con loro non si sa mai, magari non lo dice, ma..."
  • La mia amica senegalese che, incinta di 34 settimane e con nausea importante da due giorni, è stata rimandata a casa dal pronto soccorso per ben due volte, facendosi dire che forse esagerava con i sintomi. Era in pre-eclampsia. Ha partorito in urgenza il giorno dopo e per pochissimo non ci lasciava le penne.
  • Sempre la mia amica senegalese che qualche mese fa ha chiesto al suo medico di base di poter fare qualche esame perché troppo stanca (è una forza della natura, lei, chi la conosce lo sa). Il medico le ha detto di cercare di riposarsi. Poi un giorno è svenuta al lavoro. Aveva 8 di emoglobina. L'hanno trasfusa. 
  • La mamma nera con lattante in braccio, seduta di fianco a me al pronto soccorso, che aveva aspettato 11 ore senza che nessuno le desse una spiegazione e lei era rassegnata a non chiederne. Io che le dico "Vada a chiedere! Non è normale!" e lei che mi guarda e io capisco che quel suo sguardo dice "Tu puoi, tu sei bianca, tu puoi farti valere. Ti ascoltano in modo diverso". E ha ragione. (Poi per la cronaca è andata a bussare alla porta del triage).


E se gli episodi raccontati in modo aneddotico non sono abbastanza, so anche altro:

  • Il dolore viene trattato in modo diverso dal personale sanitario a seconda dell'appartenenza o meno del paziente ad una minoranza etnica. Non vengono, almeno non ancora, considerate le differenze culturali. Ad esempio, gli asiatici tendono ad esternare molto meno il dolore, sia fisico che psichico. Di conseguenza il sintomo non viene considerato adeguatamente ed è sottoposto a trattamento meno di frequente. Altre culture manifestano il dolore in modo molto più drammatico degli occidentali. I pazienti vengono di conseguenza considerati "esagerati" o come si è visto a Sondrio si crede talvolta che faccia parte di una tradizione. Si ha quindi la tendenza a trattarli meno. In sostanza, il messaggio è: se non soffri nello stesso modo in cui soffro io, non riesco ad immedesimarmi in te e alla fine non considero adeguatamente il tuo dolore. Si parla di racial bias implicito e inconscio. Ma pur sempre presente e che ha un impatto enorme. Enorme.
  • Per buttare lì qualche numero, negli Usa nel 2009, i pazienti ispanici avevano un rischio due volte maggiore (55% rispetto a 26%) di non ricevere alcun trattamento antidolorifico rispetto ai pazienti bianchi.
  • Ai pazienti neri con insufficienza cardiaca viene proposto meno il trapianto di cuore rispetto ai bianchi. Questo perché la decisione terapeutica si basa molto sulla discussione con il paziente e il medico, se bianco, tende a parlare meno e meno a lungo con pazienti non bianchi.
  • Negli Usa, la mortalità legata alla gravidanza è circa 3 volte maggiore nelle donne nere e circa 2 volte superiore nelle donne ispaniche rispetto alle donne bianche. Questo per la differenza di accesso a cure di qualità, relazione con il medico, presa in carico inadeguata dei sintomi. E qui ci si spiega l'esperienza della mia amica. 
Tornando all'inizio di questo post e per chiudere il cerchio, come dice un articolo scientifico recente
"queste ineguaglianze sono una manifestazione chiara di razzismo strutturale, una forma di razzismo che manca di un perpetratore identificabile, ma che è invece la codifica e la legalizzazione della inequa distribuzione di risorse e opportunità alla cui base c'è una gerarchia razziale radicata".
O, in parole più terra terra. Facile prendere le distanze da chi urla "fatela smettere" alla madre nigeriana. L'ha fatto anche la Meloni, ed è tutto dire. Meno facile è guardarsi dentro, noi tutti, soprattutto chi lavora in ambito sanitario e sociale, e scandagliare ogni nostro piccolo bias, ogni nostro pregiudizio implicito e inconscio, per eradicarlo e contribuire, piano piano, un passo alla volta, ad una società più equa. 



Precisazione
Gli studi purtroppo fanno riferimento alla realtà americana, perché ho cercato se esistessero dati relativi all'Italia ma non ho trovato nulla. Questo la dice lunga su quanto una riflessione sulla questione manchi e sia sempre più necessaria nel nostro bel paese. Se chi legge dovesse essere a conoscenza di studi, testi, articoli in materia sulla realtà italiana, li aggiunga qui sotto o me li mandi! Sono davvero curiosa ed interessata a leggerli. Grazie in anticipo.



Referenze:
-Anderson KO et al. Racial and Ethnic disparities in pain: causes and consequences of unequal care. The Journal of Pain (2009)
-Petersen EE et al. Racial/Ethnic disparities in pregnancy-related deaths - United States, 2007-2016. MMWR Morb Mortal Wkly Rep (2019)
-Handerman RR et al. Applying a critical race lens to relationship-centered care in pregnancy and childbirth: an antidote to structural racism. Birth (2019)

Wednesday, November 27, 2019

I fratelli Fan e la balena

Già il titolo del post potrebbe sembrare una fiaba, e di questo sto per parlare.
Di libri con fiabe bellissime.

Ho già avuto in passato innamoramenti letterari per alcuni autori di albi illustrati. Alcuni me li porto dietro da più di vent'anni (Lisbeth Zwerger, oh Lisbeth Zwerger!), altri come il "signor Oliver" (il sig. Tenace lo chiama così, è un bambino educato) sono più recenti.
L'ultimo è recentissimo, meno di un anno. Si chiamano Terri e Eric Fan, meglio noti come i Fan Brothers.
Galeotti furono i due libri regalati dalla marraine francese del Sig. Tenace a quest'ultimo. Che mica li scegliamo male, noi i padrini e le madrine! Ci aveva visto lungo, e infatti il Sig. Tenace ha immerso il naso in The night gardener ("Il Giardiniere notturno" nella versione italiana edita da Gallucci) e non l'ha più dimenticato. Poi ha sfogliato Ocean meets sky (it."Dove il mare incontra il cielo", sempre Gallucci) e l'ha colpito così tanto che ne ha stracciato una pagina. Mai capitato prima.

Io e il mio piccolo lettore siamo stati folgorati da illustrazioni che sono magnifiche, un misto di realistico e fantastico. I personaggi e le storie avevano sempre sullo sfondo un non so che, un immaginario familiare per me e soprattutto per il Sig. Tenace. Niente di dichiarato, ma un qualcosa di imprescidibile, essenziale.
Vediamo se lo notate anche voi che passate di qui:









Penso si sia capito.
I fratelli Fan sono canadesi, di origine cinese da parte di padre e nel loro immaginario la Cina è presente in modo inevitabile, tuttavia non protagonista. Esattamente come nelle loro vite.
Questo è il motivo, credo, per cui il Sig. Tenace ne è rimasto sconvolto ed affascinato allo stesso tempo. Ed io di rimbalzo.

Quando cerchiamo libri per bambini con protagonisti asiatici, e li cerchiamo di continuo perché ce ne sono pochi, troviamo per lo più libri ambientati in Asia, con storie tipicamente, e a volte purtroppo stereotipicamente, asiatiche. La bambina che festeggia il capodanno cinese, il bambino che ha i genitori che lavorano nei campi di riso, la famiglia che va a mangiare il dim sum la domenica,...

Il Sig. Tenace li legge, gli piacciono anche, ma vede una distanza rispetto alla propria esperienza. Non lo riguardano così da vicino.
I libri dei fratelli Fan invece lo toccano. La Cina è lì, dentro di loro, ed esce nel raccontare storie ambientate dall'altra parte del mondo. Tra i personaggi ci sono bianchi e ci sono asiatici. Ci sono scoiattoli e ci sono carpe. C'è le neve e ci sono le lanterne. Ci sono nonni che guardano dal cielo perché lontani e mamme che abbracciano i bambini che hanno sognato i nonni lontani.

E fu così che quando ci siamo trasferiti nella casa nuova, che ha un'enorme scala tutta bianca, con muri bianchi, abbiamo deciso di metterci un pezzetto dei fratelli Fan ed accogliere lei:


La balena bianca veglia su di noi, è il nostro cane da guardia. La SignoRina la saluta quando scende le scale al mattino appena sveglia, il Sig. Tenace mi chiede ripetutamente se secondo me, poi alla fine, la balena colpisce la nave o no.



Speranza in un post precedente mi chiedeva indicazioni su libri per bambini un po' più diverse, ovvero con protagonisti non tipicamente bianchi come capita nel 90% dei libri per l'infanzia. Inizio da loro, perché non potrebbe essere altrimenti e perché penso che i bambini di tutto il mondo si possano perdere tra i loro disegni. 
Sta per arrivare Natale e se non sapete cosa regalare a dei bambini, o anche adulti, attorno a voi questi libri potrebbero essere una buona opzione per rendere le nostre biblioteche familiari un po' meno uniformi in quanto a rappresentazione.


Tuesday, November 19, 2019

La rabbia e la speranza

Ho conosciuto una persona che mi ha folgorato. Purtroppo, almeno per ora, l'ho conosciuta solo tramite i social network, ma chissà...
Parlo di Esperance H. Ripanti.



Un giorno il mio amico Kim Soo-Bok Cimaschi (adottivo italiano di origine sudcoreana, direttore della rivista AdopNation) mi invitato a seguire la pagina di Esperance su facebook, così senza neanche dirmi perché. Non che mi ci volesse molto a capirlo: italiana, nera, adottata.
E anch'io, senza neanche ringraziarlo, ho iniziato a seguirla. Con lui spesso è così, ci mandiamo riferimenti, contatti, e bon, ci si capisce. E infatti sono bastati due post per capire che era rivoluzionaria, almeno per la realtà italiana, e che l'avrei amata visceralmente.

Un po' ne ho parlato su questo blog, ma sempre troppo poco per i miei gusti, di una questione che mi sta veramente a cuore, ovvero gli italiani e il razzismo. E qui di solito c'è già gente che storce il naso.
Qualcuno già dice "ma gli Italiani non sono razzisti" o, altra faccia della stessa medaglia, "non siamo mica tutti razzisti". 
Sì. Lo siamo.
E non vogliamo rendercene conto. Non vogliamo sentircelo dire.
Il problema è che in Italia si è così indietro, ma così indietro sull'idea di una società multirazziale e multiculturale, che ci manca ancora la consapevolezza, ci mancano le basi per analizzare il problema.
Chiarisco subito un punto fondamentale. Non è che io ne sia immune, anzi. Io sono razzista come gli altri. Solo che ho avuto il puro culo di trovarmi a vivere da nove anni in un paese che me l'ha fatto capire. Il Teodolindo ed io a stare a Montreal abbiamo imparato che siamo razzisti, come lo sono gli italiani. Ma abbiamo anche imparato che, come dice Maya Angelou:


Quindi:
1. apertura degli occhi: "Oh cazzo, vuoi vedere che sono razzista? Io?!"
2. sconforto, smarrimento
3. reazione: "Ok, e adesso che lo so? Cerco di fare meglio, e soprattutto ci faccio attenzione"

Il punto è che avendo un figlio italiano appartenente ad una minoranza visibile questo processo ha assunto caratteri di urgenza. Mentre io, bella immersa e comoda nel mio privilegio di persona bianca, potrei anche prendermi tutto il tempo per cambiare il mio essere razzista, il Sig. Tenace vive sulla sua pelle, letteralmente, quella lacuna enorme della società italiana e mi obbliga - grazie! - a muovere il culo, perché io devo cambiare, le cose devono cambiare, adesso.
Quando qualche giorno fa l'ultrà del Verona ha detto di Balotelli (toh, un altro italiano nero adottato!) che "Lui non sarà mai totalmente italiano", io ho ringraziato che il Sig. Tenace non leggesse i quotidiani, ma quelle parole sono risuonate così familiari, ma così familiari! E dire, io non conosco neppure un ultrà e non ho amicizie nel mondo dell'estrema destra, ma quella frase lì "Ah, sì, il Sig. Tenace è italiano, ma non è italiano. Capisci cosa voglio dire?" me la sono sentita dire troppe volte. In primis da mia madre, alla quale se provo a dire "Ti rendi conto che hai detto una roba davvero razzista?"
mi risponde "Chi io? Ma no! Oh come sei suscettibile". 
O l'anno scorso quando ho fatto notare ad un mio contatto facebook che no, vestirsi da "orientale" (per inciso, si dice asiatico, orientale sono i tappeti) a carnevale non si fa, che la cultura altrui non è un costume, mi sono sentita dire "Va bè, ma allora non si può più travestirsi da niente!".
Di questo sto parlando, non dell'insulto "n**ro di merda" che siamo tutti capaci ad identificare come sbagliato.

Seconda rivelazione: non sta a noi decidere cosa sia razzista o no. Se una persona appartenente ad una minoranza visibile, o uno straniero, ci dicono che certi comportamenti, certe parole, sono razziste, facciamocene una ragione. Sit with your discomfort, dicono qui, stiamo zitti e impariamo. 

Perché tutta 'sta premessa fiume per parlare di Esperance?

Perché da anni il Teodolindo ed io viviamo con un senso di frustrazione immane, che spesso si trasforma in rabbia. Vorremmo che gli italiani capissero come sta messa l'Italia, che chi fa paura non è solo Salvini, ma sono anche quelli che si tingono la faccia di nero, quindi con un gesto di per sé storicamente razzista, per protestare contro il razzismo e si mettono la maglietta "L'unica razza che conosco è quella umana!" (ci credo, sei bianco! Vallo a dire agli italiani neri che le razze non esistono...). 
La soluzione, una delle soluzioni almeno, è dare più voce e visibilità agli italiani non bianchi. E allora ogni volta che una di quelle voci emerge, io vorrei far loro da amplificatore:

Kim Soo-Bok Cimaschi e Laura Pensini



Igiaba Scego



E Esperance H. Ripanti.



La missione di Esperance, per sua stessa definizione, è di cambiare la voce della narrazione. Lei vuole raccontare storie di italiani come lei, perché ce n'è bisogno. Perché i bambini italiani neri, le ragazzine italiane nere hanno bisogno di storie con personaggi in cui possano identificarsi. 
Il Sig. Tenace ha bisogno di storie, di personaggi -italiani! - con i suoi tratti somatici. Altrimenti si sentirà sempre uno straniero. Altrimenti si sentirà sempre "Italiano, ma non completamente italiano". 

Esperance parla senza mezze misure. Dice chiaro e tondo che lei non deve essere riconoscente a nessuno. Né ai suoi genitori adottivi, né ad un paese che l'ha "accolta". Perché il concetto di riconoscenza prevede un rapporto di inferiorità, non di uguaglianza. 
Dice chiaramente che gli italiani sono razzisti, e quelli che vanno in Africa e si fanno le foto con i bambini neri e poi le mettono su facebook, lo sono anche più degli altri perché partono dalle migliori intenzioni possibili. Oh, scandalo!

Come dice Esperance, avere il coraggio di dire le cose, di chiamarle con il loro nome, le fa diventare reali. E allora ci si può lavorare su e si può sperare nel cambiamento.

La rabbia che diventa speranza. 

Se ancora non conoscete Esperance e la volete conoscere:
-ha appena scritto un libro


-è stata intervistata dalla Bignardi (link);
-è in questo podcast illuminante;
-e per gli amanti dei libri, ha pure un suo podcast che si intitola Bookcrossing.

Oppure fate come me e seguite la sua pagina facebook e il suo profilo instagram.









Monday, November 4, 2019

Micropost #1 - fingere

Ieri è stata una giornata difficile. 
Il Sig. Tenace era particolarmente nervoso perché da qualche tempo la sua consapevolezza dell'adozione è cambiata e, avendo lui solo sei anni, non è che si sieda sul divano a condividere con me i suoi pensieri. Diciamo piuttosto che li agisce, quei pensieri. 

Stanotte è stata una notte difficile. 
La SignoRina non ha dormito. Sai che novità, dirà chi ci conosce. Sì, niente di nuovo, ma è stata sveglia per due ore nette tra le tre e le cinque del mattino. E anche se il Teodolindo ed io siamo abituati a non dormire da due anni, ad un certo punto ci rompiamo le palle anche noi. 
(Per inciso, ieri sera andando noi a dormire, entrambi medici, ci dicevamo: "Ti rendi conto che è come se fossimo di guardia ogni notte da due anni!? È illegale.")

Stamattina mi sono vestita cercando di farmi carina, mi sono truccata più del solito - blush sulle guance, rossetto color borgogna -, mi sono messa il solito giro di perle al collo, sperando aggiungesse luminosità all'incarnato.

Tutta positiva per il mio tentativo di mascheramento, sono arrivata al lavoro. 
Due minuti è durata l'illusione.

"Oh my god. What happened to you? You look so tired!?"

Niente, non riesco neanche a fingere.

Teenager con sei fratelli si traveste da mamma stanca per halloween.
Datele un premio, per favore.



Monday, October 21, 2019

Girls just want to have fun

Due anni di stupore continuo
Due anni di occhioni neri che fissano senza batter ciglio
Due anni di affarino minuscolo che mi stringo al petto
Due anni di sospetto spaccio di caffeina all'asilo, che altrimenti non si spiegano i
Due anni di notti insonni
Ma d'altra parte, a che pro dormire? Girls just want to have fun
e io mi sto divertendo un mondo con la mia SignoRina.

Happy birthday, my love.





Wednesday, October 9, 2019

Quando si diventa un'azienda

Non sono sparita. Non sono neppure stata risucchiata da un buco nero.
Ho una serie di post in testa che però non riesco a scrivere, alcuni perché incasinati, altri perché boh, tante ragioni disparate.
In sostanza, il vero motivo è che negli ultimi sei mesi ci sono capitate una serie di robe che hanno un po' cambiato le carte in tavola della nostra tranquilla routine familiare. E infatti nelle bozze di questo blog c'è un post intitolato "Sei mesi in due minuti" in cui dovrei riassumere gli eventi, ma è il post incasinato di cui sopra. Ce la farò.

Ma non è quello che voglio scrivere oggi.
Oggi voglio mettere qui nero su bianco degli appunti su come sta una coppia di coniugi che si credeva solida, dopo che qualcuno gli mescola le carte in tavola con robe tipo trasloco, vendita e acquisto casa, problemi enormi sul lavoro, trasferte mie continue.

Dunque, il Teodolindo ed io ci siamo sempre ritenuti una coppia ben rodata e capace di ricavarsi spazi. Prima dei figli andavamo alla grande in quanto a tempo di qualità insieme, poi ci siamo dovuti riorganizzare, ma ce l'abbiamo sempre fatta ritagliandoci pranzi di lavoro insieme (che non erano ovviamente di lavoro) e prendendoci ogni tanto dei giorni di vacanza da soli.

Gli ultimi sei mesi ci hanno segato le gambe, per dirla in due parole e con un eufemismo.

I casini vari ci hanno ridotto prima che ce ne accorgessimo da coppia ad azienda.
Senza neanche rendercene conto, ci siamo ritrovati a parlarci solo per decidere chi facesse cosa, decidere della nostra situazione finanziaria, vedere il calendario delle varie riunioni o viaggi di lavoro per capire chi doveva occuparsi della casa e dei figli.
Gradualmente sono spariti i "ti voglio bene" spontanei, i "ciao stella" prima di uscire di casa, i baci al volo. Non ci chiedevamo più "come stai?".
Sono scomparsi anche le pause pranzo insieme e le notti sempre difficili con la SignoRina hanno rubato tempo anche alle serate sul divano davanti ad una serie tv.
Qualche tempo fa abbiamo provato a prenderci di nuovo una pausa pranzo insieme al ristorante. Grandi aspettative da parte di entrambi, se non fosse che dopo dieci minuti il copione si ripeteva e parlavamo di scadenze, robe da fare, appuntamenti, conto corrente. Non avevamo più niente da dirci che non fosse quello, perché nessuna delle cose di cui avevamo parlato erano particolarmente urgenti. Sono tornata al lavoro che ero di umore non grigio, nero.

Come cazzo ne usciamo? Pensavo.
Come fanno gli altri?
Poi magari altre coppie sono felici così, non hanno bisogno di tempo privilegiato, trovano la piena soddisfazione nella gestione della famiglia e della casa. Ricordo sempre una coppia di 60enni, genitori di 6 figli, che ci dicevano "per noi due il momento di coppia è il ritrovarci ogni sera a lavare i piatti. Quei dieci minuti (con sei figli mi sa almeno un'ora), è sempre stato il tempo per noi". Buon per loro, sinceramenti li invidio. A me purtroppo non basta o forse non ci riesco ancora. Ma proprio no. Io voglio mio marito prima del padre dei miei figli e del co-proprietario della mia casa ipoteca.

Due venerdì fa, quando più o meno il turbine in cui eravamo finiti è sembrato calmarsi un filino, ci siamo ritrovati a casa insieme da soli per puro caso. Mentre il mondo manifestava insieme a Greta Thunberg, il Teodolindo ed io cercavamo di rimettere insieme i pezzi del puzzle della nostra coppia.
Abbiamo discusso di soluzioni, abbiamo cercato un piano comune, abbiamo capito che le cose devono cambiare.

Abbiamo soprattutto realizzato, entrambi, che in certi momenti la spontaneità non basta, che per far funzionare le cose in amore, a volte, bisogna sforzarsi.

Il nostro piano è più o meno il seguente:
1. Tutta la gestione familiare e della casa via email. Devo dirgli che mi occupo io di rinnovare i documenti dell'immigrazione? Email. Mi deve dire che va lui a prendere il Sig. Tenace? Email o messaggio. Diamo più spazio possibile ad altri argomenti di conversazione e al parlarci di come stiamo noi deviando la logistica allo scritto.
2. Basta pranzi insieme per un po', perché il rischio di ridurli a "riunioni di lavoro" è troppo alto;
3. In alternativa, dobbiamo "fare cose" insieme, che ci diano il piacere di passare del tempo insieme e ricordi da condividere e quindi via libera ad esempio a
-appuntamenti in libreria, a sfogliare le ultime uscite letterarie insieme e a comprare libri;
-abbiamo l'abbonamento annuale al museo di arte contemporanea? Bene, usiamolo! Al posto delle pause pranzo una volta ogni tanto, pausa pranzo al museo.
4. Tenerezza: ci si bacia prima di uscire di casa e quando si rientra, ci si chiede "Come stai?" e si ascolta la risposta. Non viene spontaneo o non ci si ricorda perché con un bambino in braccio e un autobus che sta per passare? Ci si sforza, minchia. Ci ispiriamo agli anglofoni che dicono "Fake it until you make it". E tra l'altro mi sembra ancor più un segno di amore: "Non mi sarebbe venuto in mente, ma ti voglio bene e mi sforzo di ricordarmelo. Questa ne è la prova per te".


Faccio cose, vedo gente... Il Teodolindo ed io facciamo il piano della situazione

All'orizzonte ci aspettano ancora decisioni importanti da prendere e per poterlo fare bene, prima abbiamo bisogno di ritrovarci.

Ora, perché condivido tutto ciò? Primo per lasciarne una traccia per me per il futuro. Secondo, per chi legge: ma voi come fate?! Avete consigli? Cosa aggiungereste alla lista qui sopra, considerando naturalmente che ogni ricetta è propria ad ogni coppia?




Friday, September 6, 2019

Quelli che raccontano storie delicate

Ci sono persone capaci di raccontare storie con una delicatezza incredibile, pur restando ancorati al vero e al crudo.
Tra questi, per me, c'è Hirokazu Koreeda, regista giapponese.
Koreeda ha una dote particolare: la delicatezza che usa nei film non è mai in alcun modo a discapito della profondità di analisi.

Non è un segreto che io abbia un debole per il cinema asiatico in senso lato. Da Wong Kar-Wai, passando per Kim Ki-Duk, a Takeshi Kitano. Mi piacciono i film in cui si toglie anziché aggiungere. Pochi rumori, poche parole, ambientazione ridotta a pochi luoghi. Attenzione per le immagini scelte con cura estrema. Per me tutto ciò è piacere puro.
Koreeda in questo è maestro.

Il primo film di Koreeda che ho visto, qualche anno fa, fu Like father, like son (trailer in italiano qui).



È con esso che ho scoperto Koreeda, il suo stile e la domanda che lui si pone in modo pressoché ricorrente in ogni film: che cosa è famiglia? Il legame di sangue o la relazione che si sceglie? Quale è la vera famiglia? Ed in fondo, è lecito mettere in opposizione le due o forse entrambe sono non solo spesso coesistenti ma il più delle volte necessarie?
Sia chiaro, Koreeda non dà risposte. Lui lavora sulle domande, che il più delle volte restano aperte (come, almeno a mio parere, è giusto che sia, vista la complessità).



Ora, chi conosce la mia di famiglia o legge questo blog avrà già capito come questo argomento non possa che starmi profondamente a cuore. Ergo, mi sciroppo i suoi film con un misto di piacere sublime e un nodo alla gola. E poi ci penso, rifletto, rimugino per giorni, rivedo nella mente i fotogrammi più belli.

In Like father, like son, lo scambio di due neonati in culla, comunicato alle famiglie quando i due bambini sono già grandicelli, scatena reazioni diverse.
C'è il padre che dice "Ah-ha. Ora si spiegano molte cose. Me lo sentivo che non era sangue del mio sangue, troppo diverso da me", giustificando tutti quei piccoli episodi propri della costruzione dell'identità di un bambino, lontano però dalle aspettative del padre.


La moglie si chiede ripetutamente: come ho fatto a non accorgermene subito?  L'ho portato nella pancia nove mesi e poi non mi sono resa conto che il figlio che mi hanno messo in braccio non fosse quello che avevo partorito poche ore prima? Che madre indegna sono?

Gli altri genitori, solo apparentemente dei sempliciotti, provano invece da subito ad accogliere quel bambino sconosciuto che porta i loro geni, senza pensare neanche un secondo a rifiutare quello che hanno cresciuto fin dalla culla. Più facile a dirsi che a farsi.



Koreeda non giudica, non prende posizioni. Ed è questo il suo talento.

Poi ne ho visti altri, tra cui Nobody knows. Tanto bello quanto terribile.


In questi giorni ho visto Shoplifters, palma d'oro a Cannes l'anno scorso (qui trailer in italiano).



Magnifico.
Magnifico e devastante.
Una famiglia in cui non si capiscono bene i legami di sangue o meno, accomunata dal dover sbarcare il lunario e quindi dedita al taccheggio nei supermercati fin dalla tenera età. Una famiglia in cui le persone sono sempre al centro, in cui si ride spesso nonostante la vita di tutti i giorni sia un bel casino.



Una famiglia che non esita ad allargarsi per includere nuovi membri, anche quando questa è una bambina maltrattata dai genitori, e a farla diventare figlia amata per la prima volta in vita sua, ad ogni costo. E il costo, inevitabile, è molto alto.


Scoprirsi madre e figlia perché si condividono le stesse cicatrici



Potrei andare avanti a mettere fotogrammi dei suoi film per le prossime due ore.



Allora, bon, tagliamo corto. Voi che passate di qui, li avete visti? Cosa ne pensate? Sono curiosa...
E se non li avete visti, fatevi questo regalo: guardatevi un suo film. Poi, se volete, tornate a dirmi come li avete trovati.


Wednesday, August 14, 2019

Una galette per la stagione delle raccolte

Da oramai più di un mese è iniziata la stagione delle raccolte - di frutta - che per me va di pari passo con la sindrome dello scoiattolo. 
Il calendario prevede il seguente ordine
fragole
lamponi
mirtilli
pere
prugne
mele
e zucche per finire

Noi della famiglia cerchiamo di farne il più possibile, fomentati dalla cara amica Silvia che mi invia prontamente messaggi su quali aziende e fattorie abbiano frutta al giusto grado di maturazione. 

Adesso siamo già nel periodo dei mirtilli, i preferiti miei e della SignoRina, la quale un giorno se ne è mangiati una tale quantità da preoccupare l'educatrice del nido una volta cambiato il pannolone e trovato il "prodotto interno" di colore nero... Ma sorvoliamo su questi particolari, visto che sto per scrivere una ricetta.

I kg di frutta portati a casa devono prontamente essere conservati, trasformati o cucinati. E se c'è una cosa che mi piace in modo speciale sono le ricette americane di torte e crostate con la frutta estiva. Mi chiedo come mai ce ne siano poche italiane al confronto, ma forse è semplicemente perché la frutta in Italia è talmente buona che sarebbe peccato cuocerla, e poi perché a me con il caldo italiano non è mai venuto in mente di accendere il forno.

Ad ogni modo, segnatevi questa ricetta. È spettacolare nella sua semplicità, non solo di esecuzione ma di sapore. Ha pochissimo zucchero, non ha uova ed è in pratica un involucro di pasta frolla che avvolge la frutta. 

Ricetta modificata da Smitten kitchen, mio riferimento per le ricette americane.

Come si vede in basso a sinistra, io evidentemente non avevo chiuso bene la frolla sulla frutta e il succo è uscito...
Fate come dico, non come faccio


Galette di fragole

Per la frutta
2 tazze di fragole o mirtilli o un misto di frutti di bosco
3-4 cucchiai di zucchero grezzo di canna
2 cucchiai di amido di mais o di tapioca

Mescolare i tre ingredienti in una ciotola e lasciare riposare perché la frutta assorba zucchero e amidi.
Nel frattempo preparare la frolla.

Per la frolla
150 g di farina (per versione senza glutine, 1/2 tazza di farina di riso integrale, 1/4 di farina di tapioca, 1/4 di farina di saraceno, 1/4 di farina di mandorle)
100 g di burro a pezzetti
1/4 di tazza di yogurt o ricotta
3- 4 cucchiai di acqua fredda
1 cucchiaio di zucchero grezzo di canna
pizzico di sale
buccia grattugiata di mezzo limone

Setacciare insieme gli ingredienti secchi. Aggiungere il burro e impastare con la punta delle dita fino ad avere un composto sbricioloso. A quel punto integrare lo yogurt o la ricotta e l'acqua fredda (un cucchiaio alla volta) e impastare velocemente per farne una palla. Sarà un composto morbido e appiccicoso. Di quelli che uno impreca perché metà dell'impasto resta sulle dita. Metterlo in frigo a riposare per 20-30 minuti.
Pre-riscaldare il forno a 200 gradi.

Stendere la frolla con un mattarello o semplicemente schiacciandolo con le mani su una placca da forno rivestita di carta forno. Io uso le mani. Non bisogna darle una forma necessariamente rotonda. Versare al centro la frutta e richiudere la frolla sopra la frutta per evitare che il succo esca in cottura. È una torta molto rustica, quindi vanno benissimo le robe raffazzonate, fatte con una mano e asimmetriche. Se lo fate con una bambina di 20 mesi in braccio, riesce bene lo stesso. Garantito. 

Se proprio volete la sciccheria, spennellate di latte i bordi e cospargete di zucchero granulato. 
Infornate e cuocete per 30 minuti.  



Fatela, vi prego, prima che arrivi l'autunno.


Thursday, August 1, 2019

Quasi In Mezzo al Niente

Per il secondo anno consecutivo, la famiglia Giraudo-Pistone ha trascorso una mini-vacanza ultraeconomica di quattro giorni Quasi In Mezzo al Niente.

Panorama del Mont Orford, proprio dietro la montagna, sulla destra c'è la casetta delle vacanze.
Quando dico che è terra di foreste e laghi, intendo questo.

Quasi In Mezzo al Niente è il nostro modo di chiamare i Cantons de l'Est, amena regione del Quebec al confine con il Vermont, dove vive una famiglia di nostri amici speciali. Speciali perché sono la famiglia con cui abbiamo condiviso un evento che ha cambiato la vita a tutti, ovvero il viaggio in Cina per diventare noi i genitori del Sig. Tenace e loro la famiglia di Monsieur Têtu, chiamato così perché ostinato e caparbio più del Sig. Tenace.

Una domenica di primavera di un anno e mezzo fa, eravamo ospiti da loro, in questa deliziosa casetta al limitare del bosco, con un grande prato completo di scivolo, altalena, trampolino e piscina, e pure una casa sull'albero. Guardandosi attorno e aspettando che il suo hamburger cuocesse sul barbecue, il Teodolindo ha fatto la battuta: "Non è che la affittate? Ahah!"
Il papà del Sig. Têtu non ha riso:
"Serieusement, volete venire a stare qui mentre noi partiamo per le nostre vacanze in camper quest'estate? È vostra, così ci curate l'orto e mettete il cloro in piscina."

Che ce lo siamo fatti ripetere due volte?!

Lo scorso anno, alla nostra prima mini-vacanza a costo quasi zero, l'impatto di stare Quasi in Mezzo al Niente è stato evidente per tutti. Il Sig. Tenace si è svegliato al mattino, ha guardato fuori dalla finestra e, vedendo null'altro che alberi ed abituato invece alla metropoli, ha chiesto con un filo di inquietudine:
"Ma dov'è la gente qua?"
Non c'è Sig. Tenace, non c'è.

Quasi in Mezzo al Niente è terra di foreste e laghi. Ogni giorno, se ci stufiamo della piscina o della casa sull'albero, guidiamo fino ad un laghetto. Non per incontrare gente, sia chiaro. Se si vuole trovare qualcuno con cui parlare l'unica è andare a fare la spesa.

Il Lake Fraser, al tramonto. Non che prima ci fossero più persone, sia chiaro.

Quest'anno ci sentivamo ormai di casa e ci siamo goduti quattro giorni immersi nei boschi. Tutti, inclusa la SignoRina, la quale, si sa, non è proprio la bambina più socievole del mondo, e di stare isolata senza gente che cercasse in ogni modo di rubarle un sorriso era solo contenta. 

Solo ogni tanto, seduta sulla riva del lago, si guardava attorno e forse, come suggerito da un amico, avvertiva un lieve senso di solitudine? Chissà. 

La SignoRina si guarda attorno perplessa: che sia infastida dalla folla in acqua?

Siamo rientrati ieri e già speriamo che anche l'anno prossimo i nostri amici vadano in vacanza e abbiano bisogno di custodi per la loro dimora.

Tuesday, July 23, 2019

Post senza foto, perché a volte va bene così

Almeno una volta all'anno, mi prendo un giorno di ferie da passare da sola con il Sig. Tenace. Ieri è  stato così.
Ed è stata una giornata talmente bella e vissuta semplicemente momento per momento, che non mi sono mai ricordata di tirare fuori il telefono per fare una foto. Restano solo i miei e suoi ricordi. 
E dire che non abbiamo fatto niente di eccezionale e neppure nulla che ci fossimo programmati.

Sveglia alla solita ora antelucana, grazie alla SignoRina che probabilmente non voleva farci perdere neppure un attimo. Abbiamo fatto colazione, ci siamo preparati e il Sig. Tenace ed io abbiamo inforcato le nostre bici per portare la SignoRina all'asilo. E già qui, contemplavo la differenza rispetto alla nostra "vacanza" precedente: allora lui non sapeva ancora andare in bici, né tantomeno affrontare le piste ciclabili montrealesi di un giorno lavorativo. Il mio bambino cresce. 
Abbiamo salutato la SignoRina e poi ci siamo diretti in libreria per comprare un regalo per un suo amico. Vediamo chi indovina cosa ha scelto il Sig. Tenace? Un bel libro sui dinosauri, che stanno ai seienni come i libri di cucina per i 40enni: non sbagli mai. 
Il Sig. Tenace voleva ovviamente un libro anche per sé. A quel punto c'è stata la proposta: se vuoi comprarlo, te ne posso prendere solo uno - gli ho detto - Se invece andiamo in biblioteca, te ne puoi portare via almeno tre. Mio figlio è furbo, ha scelto la biblioteca. 

Io pensavo ad una visita piuttosto veloce, seguita magari da un caffè e croissant di metà mattina, e invece alle 12.30 eravamo ancora lì dentro. Il Sig. Tenace con il naso appiccicato a libri di qualunque genere, anche se ultimamente è molto da "manuale enciclopedico". I pompieri, i vulcani, le formiche (?),... Io cercavo di svignarmela per andare a curiosare tra i miei, di libri, ma probabilmente mi aveva legato al polso un braccialetto elettronico invisibile, perché ogni qual volta mi allontanassi anche solo di uno scaffale venivo richiamata all'ordine: "Mamma! Dove sei? Vieni subito qui a vedere che roba questa colonia di scarafaggi cinesi..."
Alla fine ne ha scelti cinque per sé e due per sua sorella. 

Pranzo a casa, con una normale pasta al ragù, e poi dal parrucchiere per me. Lui, con tre libri al seguito, aveva la chiara direttiva di non alzarsi dal divano del salone per la durata del mio taglio di capelli, e invece due secondi dopo si rotolava per terra e giocava con gli espositori di unghie finte dell'estetista. E alla fine mi ha detto: "Mamma, sei bella. Puoi darmi un bacio, se vuoi".

Merenda con gelato, caduto per terra dopo tre leccate (non per colpa del Sig. Tenace, povero) - seguita da seconda merenda con cookie al doppio cioccolato. 

Abbiamo poi raggiunto il resto della famiglia e alcuni amici al parco e il nostro tempo a due si è concluso. 

Appunto, niente di che.
Ma camminare tenendolo per mano, con la sua mano che diventa sempre più grande e forte, parlare di tante cose, dai pokemon al perché sua sorella gli dia spesso fastidio, vederlo crescere, e sapere che per ora è ancora un piacere per entrambi passare una giornata insieme è semplicemente impagabile.  

Wednesday, July 10, 2019

Io viaggio da sola

Da circa due mesi vivo un momento surreale al lavoro. Alterno momenti di scoraggiamento e delusione totali ad altri in cui, grazie a conferenze a cui partecipo per lavoro, ritrovo motivazione e fiducia in quel che faccio.
Dal punto di vista pratico, sono settimane in cui viaggio molto. Da sola, purtroppo e per fortuna. Chicago, Washington,... e ci saranno almeno altri due viaggi prima dell'autunno.
E cosi', mentre io infilo tubini neri, mangio da sola nei ristoranti (che per me e' uno dei piaceri della vita) e dormo da sola in letti king in stanze di albergo anonime, il Teodolindo resta a casa con i bambini. E se li cucca giorno e notte. Le notti in particolare sembra siano particolarmente dure. Con la SignoRina avevamo raggiunto un certo equilibrio ("Tu ti svegli meno, noi dormiamo di piu', ok?", "ok"), ma l'assenza della mamma non gioca a favore e quando io non ci sono torna a svegliarsi ogni due ore, a chiamarmi e poi rassegnarsi e riaddormentarsi tra le possenti braccia del papa'. Nel contempo, il Sig. Tenace viene svegliato dai pianti della sorella, si alza e, sapendo che non c'e' altri che il padre in casa, lo segue passo dopo passo mentre quest'ultimo culla avanti e indietro la SignoRina.

C'e' stato un tempo in cui viaggiavamo tutti insieme, e ne approfittavamo per visitare citta' nuove tutto senza doverci separare. Il Sig. Tenace ad un certo punto si era talmente abituato che muoveva richieste: "Dove andiamo la prossima volta, mamma? Puoi avere un congresso a New York, che non ci sono mai stato?"
Poi e' arrivata la SignoRina e, mentre era ancora nella mia pancia, si e' presa sei aerei e ha "parlato" a tre conferenze. Cioe', io parlavo e lei si muoveva come un ossesso.
Dopo la sua nascita le cose sono cambiate: se da un certo punto viaggiare con entrambi non sarebbe poi troppo piu' difficile di prima, dall'altro ha ragione il Teodolindo nel dire che non e' che lui non puo' usare tutte le sue ferie per seguire me in momenti dell'anno non ottimali per il suo, di lavoro.



Boh, e' un post sconclusionato, lo so. Anche perche' lo sto scrivendo seduta sul letto di un albergo, mentre gia' sono vestita come nella foto, pronta a scendere per la conferenza tra meno di mezz'ora. Ho appena parlato al telefono con il Teodolindo e non posso che sentirmi grata per quel che fa e per come sia sempre stato disponibile a sostenermi e ad adattarsi a situazioni non proprio facili.

Mi vengono in mente molte riflessioni. Prima tra tutte quella che raggiungeremo una vera equita' tra uomini e donne non quando le donne, come ora, si adattano a vecchi standard di lavoro maschili, ma ad esempio quando alle conferenze verranno creati spazi per le famiglie al seguito: parlando con altri partecipanti, credo che la maggioranza dei presenti avrebbe preferito di gran lunga avere un servizio di daycare o animazione per i bambini mentre la mamma o il papa' sono occupati anziche' una cena in un ristorante figo o un cocktail nella terrazza all'ultimo piano dell'albergo.
E' un'idea tanto assurda?
Io non credo...

Vado. Si inizia la giornata.

Wednesday, June 5, 2019

50 sfumature di (capello) grigio

Da qualche tempo, piano piano, i miei capelli bianchi iniziano a farsi sempre meno timidi. Crescono in numero, si fanno notare tra quelli castani, e... posso dirlo?

Li amo.

Proud of them, all of them


Questo è qualcosa che non avrei mai pensato di scrivere fino qualche anno fa. Mi piacciono, i miei capelli bianchi mi piacciono. Mi piace il loro colore, mi piace che diano movimento ai miei capelli, mi piace anche che siano un po' una carta di identità con su scritta la mia età, o circa. Mi piace anche giocare ad abbinare gli orecchini e la collana, di perle, perché mi sembra che risaltino di più, come il bordino degli occhiali.

Vogliono dire che sto invecchiando?! Ma bene. L'alternativa al diventare vecchi è molto peggiore e sono grata degli anni che passano e che ho vissuto. E se i miei capelli stanno lì a ricordarlo, non me ne dispiace.
Di nuovo, non avrei mai pensato di arrivare ad avere queste opinioni sull'ingrigire. Credevo che, come tutte le donne della mia famiglia e che mi circondavano, alla vista dei primi capelli bianchi, avrei fatto ricorso al colore. E invece - sono l'unica a pensarla così? - io mi sento vecchia e brutta se i capelli me li tingo.

Sicuramente in queste mie considerazioni gioca anche il fatto di vivere in Nord America, dove le donne che sposano il "go grey!" sono sempre di più, e non per disinteresse, ma per affermazione del fatto che si possa essere donne affascinanti, belle, curate anche con i capelli bianchi.
Grey is a color, not an age definition", dicono sempre più numerose le donne giovani che a 30 anni già hanno la testa grigia. E se poi sei bella come questa qui, non è difficile che gli altri siano d'accordo.




Ho colleghe di poco più vecchie di me, parliamo ancora intorno ai 40, completamente bianche. Una di loro ha capelli magnifici, candidi, perfetti. Da invidia.
È stato notando loro che ho iniziato a ripensare al modo in cui si guarda il capello grigio in una donna. Incredibile, no, come la rappresentazione dei modelli sia fondamentale nello strutturare le opinioni su noi stesse?

Su Instagram poi, mi si è aperto un mondo. Basta andare su profili come Grombre o guardare gli hashtags #gogrey #silversisters per scoprire una comunità di donne che vogliono educare ad un nuovo modo di guardare i capelli grigi e l'invecchiamento della donna. Perche' poi a questo si torna: al fatto che alla donna non è permesso invecchiare se vuole rimanere attraente, bella, affascinante.



A Natale, quando sono tornata in Italia, mia mamma ha notato i capelli grigi, qua e là, e mi ha chiesto cosa pensassi di fare. Gliel'ho detto:
"Non molto. Ne ho parlato con la mia parrucchiera e al limite farò dei colpi di sole leggeri per dare un po' più di movimento ai capelli, che non siano solo bicolor bianchi e neri come una scacchiera, e via via diminuiremo fino a quando i capelli bianchi saranno la maggioranza."
Mia mamma era sbalordita.
"Ma davvero tu ti vedresti, a 50 anni, tutta bianca?!"
Be', se tutta bianca volesse dire diventare come Grece Ghanem, firmo subito!


Però a questo punto, vorrei sapere la vostra opinione. Voi donne, e anche uomini, che leggete 'ste robe che ho scritto, come la pensate? Come la si pensa in Italia? Sono curiosa.

Tuesday, May 21, 2019

L'amore secondo Phillip

Il punto è che io amo Phillip Lim. Amo quello che fa e soprattutto quello che dice.
Ne avevo già parlato qui, a proposito dei giorni in cui era stato eletto Trump, e di come la sua risposta a quei tempi bui fosse la ricerca della grazia.

da qui


Che poi il bello è che le sue parole sono sempre misurate, sussurrate, sommesse.
Ultimamente è stato in due occasioni che le sue parole mi hanno colpito dritto nell'anima e mi hanno fatto pensare che meglio di così, quella roba lì, non poteva essere detta.

La prima.
Phillip Lim ha scritto un libro di ricette, molto intimo.
L'intera prefazione è il manifesto di come Phillip Lim (ed io, uguale uguale!) veda il cibo e l'atto del cucinare.


Il cibo per me è amore; l'amore che sogniamo, l'amore che doniamo e l'amore che riceviamo. Ricordi di amore che sostengono e nutrono ben più delle nostre pance.

Ed è così che ha intitolato il libro, More than our bellies.
Il titolo più bello del mondo, per un libro di cucina.




Lui lo dice fin dalla prefazione: non è un cuoco, non pretende di esserlo, e il libro non è il tradizionale libro di cucina. Le ricette raccolte sono personali, a volte esageratamente semplici, ma sono quelle che nel corso degli anni gli hanno permesso di esprimere se stesso e condividere con altri la gioia del cibo.
Volutamente, nel libro non ci sono le foto dei piatti descritti, perché non vuole che si aspiri ad un risultato. Al contrario, desidera che i lettori si approprino di quelle ricette e le facciano loro. E come potevo non amarlo?!


La seconda.
In occasione della festa della mamma, Phillip, che ha un amore ed una riconoscenza infinita per sua madre e per i sacrifici che questa ha fatto per lui e i suoi fratelli, ha scritto solo due righe.
Due righe che racchiudono tutto.

dal profilo instagram di Phillip Lim

E questo è l'augurio e la preghiera che io faccio a me stessa: che io possa insegnare ai miei figli che l'amore è un azione, non un sentimento. Non avrei potuto dirlo meglio.



Monday, April 29, 2019

Ieri e domani

Cioè, per me, essere madre è una roba psicotica, una lotta interna tra il passato e il futuro.
Stamattina il Sig. tenace si è presentato in cucina al risveglio. L'ho abbracciato e, baciandolo sulla testa, mi sono accorta che devo chinarmi sempre meno per farlo.
"Quando è successo che sei cresciuto così, eh? Quando?!"
Lui, imperturbato: "Ieri, mentre tu eri al lavoro".
Con la SignoRina è ancora più evidente. Due ora fa, o almeno così sembra a me, stava ancora gattonando e sbavando sul parquet, e adesso si riconosce nelle foto e si punta l'indice al petto dicendo il suo nome. 

Louise Bourgeois, The welcoming Hands, 1996.


E io alterno attimi di follia in cui vorrei bloccare il tempo a ieri, quando erano minuscoli, ed altri in cui mi incanto a immaginare che persone diventeranno domani. E questo schizofrenico sentirmi incastrata tra il passato e il futuro dei miei figli, è il solo modo che la mia testa ha per dirmi di godermi l'oggi, perché passa in fretta.

Se c'è qualcosa nella mia vita che mi ha insegnato a gustarmi il momento presente e a farne un tesoro prezioso, è stato il diventare madre.

Thursday, April 25, 2019

Bella ciao a Riace

La bontà previene il male voglio prevenire, non voglio curare. E voglio resistere.

Friday, April 12, 2019

Un nuovo posto speciale

Che io creda che il cucinare sia l'atto d'amore per eccellenza penso di averlo già detto ripetute volte. È il mio linguaggio dell'amore. Con il cibo io mi prendo cura degli altri e di me stessa.
Quel che forse ho detto meno, anche se sicuramente traspare da alcuni post, è che io cerco quello stesso linguaggio d'amore anche nei posti in cui vado a mangiare. Non mi interessano i ristoranti stellati e le esperienze gastronomiche tout court. Se manca l'amore, il voler nutrire gli altri, nel corpo e nell'anima, chi cucina può anche essere il cuoco più bravo al mondo, ma io lo trovo sterile. Vedo quel tipo di cucina come la pornografia dell'alimentazione. Magari estremamente appagante da un punto di vista sensoriale, ma privo di desiderio di andare incontro all'altro. 

Ecco, il desiderio, la ricerca dell'incontro con l'altro, della relazione, espressa attraverso il nutrirsi. Questo è quel che cerco quando mangio fuori. 
Il Teodolindo ed io su questo siamo concordi al 100%. Di conseguenza, ovunque viviamo, finiamo con l'avere quei posti in cui ci sentiamo come a casa (vedi qui, che adesso rivedere il Sig. Tenace così piccolo mi sono commossa).

Fatta questa premessa, erano mesi che il Teodolindo mi diceva di volermi portare da Jiep Jiep, suo ultimo colpo di fulmine culinario. Trattasi di un localino mignon, e assolutamente poco pretenzioso, sito per granculo del Teodolindo, vicino a dove lui lavora. 
"È un posto fusion, dove fanno cucina asiatica. La tizia è cinese e io ho preso il bibimbap. Fanno anche dei piatti giapponesi che sembrano ottimi."
Ora, io già alla parola fusion ho avuto la reazione epidermica di gesso sulla lavagna, ma è all'idea della cuoca cinese che cucina piatti coreani e giapponesi che ho rischiato la crisi ipertensiva. 
"Teodolindo, ma sei sicuro?!"
"Fidati! Fanno tutto in casa, in quella cucina a vista piccolina, e sono appassionati di fermentazione: kimchi, kombucha,..."

Il mio scetticismo era alle stelle, ma l'idea della piccola cucina e delle cose fatte tutte in casa, anche quelle lentissime, mi hanno convinto a lasciare a Jiep Jiep il beneficio del dubbio.

Alla fine, dopo ripetute insistenze, ci sono andata. 
E mi sono innamorata all'istante. 

Siamo entrati in una giornata freddissima. Il locale aveva i vetri appannati per il calore, il corto menu scritto su una lavagna, e un profumo inebriante di spezie. Tra i quattro piatti che cambiano ogni giorno, c'era effettivamente un po' di tutta l'Asia.
C'era anche il mapo tofu che è una di quelle cose per cui io ogni tanto ho le voglie. Presente quando cammini per strada alle nove del mattino e vieni folgorato dalla voglia di un cibo particolare e neanche tu sai perché, ma ne senti distintamente il sapore in bocca? Io ce l'ho con il mapo tofu. Mi viene voglia di quella sensazione di intorpidimento dato dal pepe di Sichuan che va a nozze con la scioglievolezza del tofu. Se è in menu, è difficile che io scelga altro.

"Tu prendi il mapo tofu, immagino", mi ha chiesto il Teodolindo con un sorriso sarcastico.
"No, voglio provare la zuppa di udon. È una vita che non la mangio", ho risposto io.

È arrivata la proprietaria. Una ragazza cinese sui trent'anni con un taglio di capelli stupendo alla Valentina di Crepax.
"Io prendo il bibimbap", dice il Teodolindo
"E per lei?", mi chiede
E in quel momento, mentre il mio cervello ordinava gli udon, ho sentito la mia voce dire "Io il mapo tofu". 
Il Teodolindo non ha ovviamente perso l'occasione per sottolineare la cosa. Non mi sono arrabbiata semplicemente perché stavo già bevendo uno dei kombucha migliori che abbia mai assaggiato: con more e cardamomo.

Sono arrivati i piatti.

Il bibimbap del Teodolindo e i due bicchieri di kombucha

Mapo tofu. Notare i fiori di loto a contorno.

Tutto era squisito, ma soprattutto sembrava cucinato da una zia che ti accoglie la domenica a pranzo e ti ha fatto i suoi piatti migliori. 
Abbiamo spazzolato tutto fino all'ultima briciola di tofu, poi siamo tornati al bancone per pagare.

E mentre aspettavo la transazione sulla carta di credito, ho scambiato due parole con la proprietaria e cuoca. Le ho detto che il mapo tofu era delizioso, e che mi piacerebbe imparare a farlo, ma non piccante perché anche il Sig. Tenace possa mangiarlo. 
Piccola nota, tale mia affermazione è da schiaffi in faccia per un cinese: sarebbe come se uno straniero andasse in un ristorante italiano a dire "Ottime le penne all'arrabbiata, mi piacerebbe tanto saperle fare, ma non piccanti". Sapevo di rischiare, ma non so perché quella signorina mi ispirava fiducia, e l'ho detta lo stesso.
Lei mi ha risposto: "Uhm, capisco. Ci penso un attimo a come si potrebbe fare, poi ti faccio sapere".
Mi ha spiazzato. 
Ho anche portato via da asporto un budino di tapioca al litchi, che il Sig. Tenace si è divorato a merenda, ascoltando i miei racconti su Jiep Jiep:
"È un ristorante cinese? Vengo anch'io la prossima volta?"

Il giorno stesso ho postato su instagram le foto qui sopra, ovviamente taggando il locale. E con mia enorme sorpresa, il giorno dopo, trovo un messaggio: era la proprietaria, e mi mandava la ricetta per fare il tofu non piccante. 
Da quel giorno abbiamo iniziato a messaggiarci. Mi ha mandato altre ricette, ci siamo raccontate pareri su cibi e stili di cucinare (lei, ad esempio, cucina proprio come le nonne: a occhio), e alla fine le ho chiesto se non sia disposta a darmi qualche lezione di cucina cinese. "Ci penso un attimo", mi ha detto. E io spero che vada a finire come la prima volta in cui mi ha detto quella stessa frase.

Lunedì ci portiamo il Sig. Tenace in pausa pranzo. Lui è come se ci fosse già stato e mi dice "Mamma, andiamo dalla tua amica?"

Ora, ditemi voi se questo non è il vero senso di avere un ristorante.