Wednesday, January 14, 2015

Una signora minestra

Nonostante per molti ne incarni il prototipo più classico, Inès de la Fressange non è l'unico modello di donna parigina.
Un'altra femme abita la città da alcuni mesi e, sebbene magari non abbia la stessa disinvoltura chic nell'allacciarsi il trench o non indossi mocassini Roger Vivier con uguale raffinatezza per andare all'opéra o al mercato, la personalità unica di questa donna la rende affascinante almeno quanto madame de la Fressange. Tanto per dire quanto speciale sia, la signora in questione è capace di autodefinirsi "un'ottuagenaria spaccamarroni e polemica dall'età di sette anni".

Con lei, condivido tra le altre cose, i gusti culinari, tipici anch'essi di pensionate classe 1923: colazione da ripetere più volte al giorno, purea di patate con stracchino, pizza margherita, e soprattutto minestrina. Oh, le minestrine che ci mangeremmo insieme, vero?

Si dà il caso che qualche giorno fa fosse il compleanno di questa tizia ormai quasi parigina e altro non posso fare che regalarle questa minestrina che nella sua semplicità è una signora minestra, adatta proprio a quelle donne che sono delle vere signore dai sette anni fino ai 90 e più.
Auguri, Alice!

Ci vogliono
una patata
una carota piccola o mezza carota
mezza cipolla
pastina, per noi senza glutine
brodo vegetale fatto mettendo un pezzo di sedano, carota, cipolla e una foglia di alloro in una pentola di acqua bollente

In una pentola per minestre, con fondo spesso, far soffriggere olio, cipolla tagliata sottile, e se si vuole uno spicchio di aglio intero (che poi si toglie). Io metto anche un po' di peperoncino, esattamente come quando si fa la pasta aglio, olio e peperoncino. Aggiungere la patata e la carota tagliate a tocchetti e far dorare un attimo.

Si intravedono una foglia di alloro e uno spicchio di aglio, che vanno tolti dopo la fase di soffritto

Aggiungere il brodo bollente e portare a cottura. Quindi, schiacciare le verdure con l'aiuto di una forchetta e un cucchiaio, grossolanamente, mentre la minestra sobbolle. Aggiungere la pastina che si preferisce e, se si vuole (ma si vuole!) qualche crosta di parmigiano tagliata a pezzetti che si ammorbidirà il giusto durante la cottura della pasta.



Annusare l'aria che ormai a quel punto avrà riempito la cucina. Si sa infatti che il profumo della minestra fa bene al cuore, rappacifica l'animo e predispone a sogni d'oro.

Servire con abbondante parmigiano e, se piace, del prezzemolo fresco tritato.
Mangiare in una fredda serata di inverno, raccontandosi la giornata trascorsa.


Sunday, January 11, 2015

Je ne suis pas Inès de la Fressange

A Washington per lavoro, mi sono portata dietro l'ultimo numero di Vogue France.

Inès de la Fressange, in veste patinata di editor-in-chief eccezionale, era un'ottima compagnia, nonché fonte di perenne ispirazione, in una Washington talmente gelida da far rimpiangere Montreal. 

Inès de la Fressange (sinistra) e io (destra) pronte ad affrontare la giornata di giovedì a Washington. Uguali proprio.

Poi, una volta uscita dalla bolla di aeroporti e voli, ho scoperto cosa fosse capitato a Parigi nelle stesse ore in cui io ero in viaggio e mi rifacevo gli occhi con l'eleganza innata di Madame Inès, ex-marianna francese.

Mi sono subito sentita frivola. Intendo più del solito.
Il post che avevo in mente, su Vogue, Inès de la Fressange e compagnia cantante, mi è apparso così fuori luogo e me ne sono vergognata. 

Altre ore, giorni sono passati e io ci pensavo, a quella Parigi che mi ha tanto formata, anni fa.
Parigi che è Charlie Hebdo, ma anche Vogue.
Le Monde diplomatique, ma anche Elle France. 

Intanto leggevo commenti (questo, e anche questo) di chi si sente preso in causa, editoriali (questo) che inneggiano alla laicità più rigorosa come soluzione a tutto, sbirciavo facebook.

Alla fine mi sono chiesta: ma se l'attentato, anziché farlo a Charlie Hebdo, l'avessero fatto alla redazione di Vogue, oggi tutti starebbero con un cartello in mano con su scritto 
"Je suis Inès de la Fressange"?
E al posto delle matite, un rossetto verrebbe brandito come simbolo di libertà da ogni manifestante nelle piazze virtuali e non?

E le prese di posizione, indiscutibili e sacrosante, sulla libertà di espressione di noi paesi occidentali sarebbero sostituite con cosa? Forse, probabilmente, con altre prese di posizione sulla figura della donna emancipata e su come certe culture non occidentali vogliano invece minare alla libertà delle donne di esprimersi esteriormente come interiormente? Questo si direbbe? Questo si difenderebbe (e come dare torto)?

Allora perché ci sto tanto male nel vedere questi commenti?! Eh, perché? 
Perché ho l'impressione che la discussione rimanga in superficie.
Mi chiedo perché nessuno - almeno non che io abbia trovato, qualcuno mi illumini, vi prego - non abbia ancora detto che questo attentato, come altri atti, sono il frutto principale di due cose:
- del fallimento della politica di integrazione, che vede per definizione una cultura dominante assorbire, integrare persone di una cultura dominata, in alternativa alla più complessa politica di interculturalità;
- e delle iniquità sociali, così forti in una città come Parigi, come a Londra, come in tante altre nostre metropoli e acuitesi ulteriormente in seguito alle politiche economiche degli ultimi anni.
L'attentato alla libertà di espressione, come ad altre libertà a cui noi siamo fortunatamente abituati, non ne è che l'epifenomeno. Non si può fare un processo all'evento, senza aver chiare le cause che l'hanno determinato nel profondo.

Di questo non ne sento parlare. E mi fa paura.



P.S.  Il Teodolindo, le iniquità sociali, le studia per lavoro, e io assorbo per osmosi. Non so se sia una fortuna o no, visto che in questi giorni, io e lui siamo più ammaccati di quanto forse non saremmo se vedessimo solo l'aspetto della libertà di espressione.





Thursday, December 25, 2014

Adorazione dei magi, G. van Honthorst, 1622


Ed era tanto umile l'amore
nel mantenersi carne appena.

da Il Tempo di Blanca, Marcela Serrano, Trad. S. Geroldi





Tuesday, December 16, 2014

Il diavolo fa le pentole, ai coperchi ci penso io

Dopo l'infatuazione per il gres gris, sono tornata al mio vero amore, Madame La Porcelaine. Sono stati momenti magici, quelli in sua compagnia, interrotti solo da Catherine che, giustamente, mi pungolava a migliorare.
"Hai già imparato come fare lo chanfrein?"
"Lo ...?!"
"Lo chanfrein. Per fare i barattoli con i coperchi".

Dicesi chanfrein, questa cosa qui:


In pratica, il bordo su cui poggia il coperchio.

No, non sapevo farlo.
A vederlo sembra una cretinata, invece richiede un gesto unico, deciso e veloce. Niente ripensamenti, ancor meno con la porcellana.
Dopo la dimostrazione di Catherine, ci ho provato io (mani sudate e tremanti...) e incredibilmente ce l'ho fatta al primo colpo. Gioia e tripudio! Guarda, Catherine, ho fatto uno chanfrein!

Ma una volta fatto lo chanfrein, si deve poi fare il coperchio e mica è facile, perché non è che hai il metro incorporato nelle dita, per cui prima di fare quello della misura giusta può volerci un po'.
Miracolosamente, ci sono riuscita quasi al primo colpo. Diciamo al terzo, che va benone.
Ho fatto un pomello a forma di calla ed il risultato finale, a crudo, è stato questo:


Niente male. Davvero niente male. Molto soddisfatta dei miei progressi.
Ho incrociato le dita per la prima cottura e tutto è andato liscio.

Via, si pensa al decoro: una semplice linea curva, due foglie.


Mancava solo lo smalto, trasparente con una leggera sfumatura verde rame. Certo, il difficile è la percentuale di rame da metterci: sarà troppo? Troppo poco?
Come sempre: o la va o la spacca.

Sabato era il giorno della verità.
Sono entrata nell'atelier, ho cercato i miei due barattoli sugli scaffali e li ho visti.
Miracolo! Erano perfetti! Esattamente come li avevo immaginati! Cosa più unica che rara... Non mi era mai capitato prima.

Belli, tesori miei.
Li ho presi tra le mani, li ho ammirati goduta e poi mi sono apprestata a togliere il coperchio.
Il coperchio. Non si toglieva.
Era completamente sigillato al vaso.
Damn it! Damn it! Damn it!
Come caspita è potuto succedere?!
In realtà lo so benissimo: probabilmente nella cottura un po' di smalto è colato sul famoso chanfrein e ha incollato irrimediabilmente vaso e coperchio. Ma perché non riesco mai a fare le cose bene dall'inizio alla fine?! Eh, perché?

Dalla contentezza sono passata alla frustrazione più totale.

Adesso i miei due cari vasi sono pazienti del reparto Urgences Poterie dell'atelier, in attesa di un intervento, in cui ripongo ogni speranza, seppur debole.

Per consolarmi, il buon Teodolindo mi ha detto che secondo lui, inconsciamente, mi sono ispirata a Magritte e alla sua rappresentazione di una realtà non reale: barattoli che non sono barattoli. Mica male come interpretazione...

Ecco quindi il risultato finale:






[Il "buon" Teodolindo ha poi aggiunto: "La prossima volta, però, falli che si aprano!"]


Wednesday, December 10, 2014

La prima è sempre la più bella

Lo so bene che poi a marzo non ne potrò più, eppure non c'è niente da fare.

La prima tempesta di neve della stagione è sempre favolosa.





Foto scattate sulla via del ritorno a casa, dopo il lavoro. Quella luce del cielo, grigio giallastra, è il colore della notte di Montreal da dicembre a marzo. Ci si sveglia di notte e quel colore che filtra dalle finestre ha sempre un che di surreale.

Camminavo, in mezzo alla neve, e mi fermavo a fare foto. Poi un tizio dietro di me fa per superarmi con passo svelto e io mi faccio da parte per farlo passare: era il Teodolindo.

T: "Cosa ci fai tu qui?"
"Torno a casa a piedi"
T: "Pensa che ho visto questa tipa da dietro, che camminava lenta e faceva foto, e mi son detto: "Che bello vedere gente che ancora si meraviglia delle tempeste di neve!", poi ho capito che eri tu".

Non ho ben capito se l'ha detto con tono da complimento o no.


Saturday, December 6, 2014

Grazie dei fior

Oggi è il nostro anniversario di matrimonio.
Come ogni sabato mattina, io sono andata a fare ceramica e al mio ritorno a casa mi ha accolto il Teodolindo:
"Avevo pensato di comprarti dei fiori, poi, conoscendoti, ho immaginato che, ai fiori, avresti preferito qualcos'altro. Apri il frigo."

E dentro ci ho trovato, bella fresca e in attesa di deliziarci, lei:


Oh, una bottiglia di Franciacorta! Sogno o son desta?!
Delizia. Con il suo profumo di pandoro, quel color crema così raffinato, come si addice ad un'elegante signora e quel filo di perlage attorno al collo.

E come tutte le signore di vera classe, ci ha fatto un'ottima compagnia.

Monday, December 1, 2014

Dall'altro lato

Da subito, con l'associazione con cui abbiamo intrapreso il cammino verso l'adozione di un bambino,  si è creato un rapporto di fiducia reciproca. Vista l'importanza e la delicatezza della relazione, è necessario che sia così, mi vien da dire.
Credo però che il nostro, di rapporto, lo sia in modo particolare.

Abbiamo firmato ufficialmente il contratto con loro il primo agosto scorso.
Da allora, insieme alle comunicazioni email riguardanti la nostra pratica, mi è stato chiesto, molto delicatamente e senza alcuna pressione, se potevo dare il mio parere clinico su qualche dossier di bambini adottabili. La situazione nel paese d'origine spesso è difficile da analizzare e i pareri specialistici non sono mai abbastanza in questo contesto. Ho dato la mia disponibilità piena senza neanche pensarci.

La prima volta è stato per un piccolo vietnamita. C'era il dubbio di una malattia neurologica, e i genitori volevano sapere se fossero necessari altri esami da fare subito, in Vietnam, prima che loro due potessero finalmente andare a prendere il loro bambino. Io ho guardato il dossier, ho cercato di capirci qualcosa poi ho detto come la pensavo, piuttosto sicura dei dati che avevo in mano e della mia conclusione.

Poi è stata la volta di una piccola kazaka. È stato ben più complicato: le foto non facevano capire come fosse la reale condizione e il dossier clinico era molto scarso. Ho chiesto se ci fosse la possibilità di vedere un video della bambina, e in 24 ore l'associazione è riuscita a farselo mandare. La sera stessa, qui sul divano, l'ho guardato e mi sono fatta un po' un'idea, che ho poi comunicato.

Due giorni fa il terzo dossier.
Il tutto è capitato nel momento in cui noi abbiamo concluso la nostra valutazione psicosociale e abbiamo raccolto tutti i documenti necessari. Per noi si tratta delle ultime tappe prima di spedire il tutto in Cina per avere l'approvazione, dopodiché, sempre se tutto va bene, saremo in pista e saremo dall'altro lato: riceveremo la proposta di un bambino tramite il suo dossier e lo leggeremo sperando di discernere se possiamo essere i genitori giusti per lui.

Per ora, però, io i dossier li devo leggere da neuropsichiatra infantile. 
Quello di due giorni fa, guarda caso, era di un bambino cinese. Di dieci mesi. Piccoli problemi di salute, ma che hanno già richiesto un intervento chirurgico non da poco a cinque mesi. La domanda che mi veniva fatta era come al solito di indicare se vedevo campanelli di allarme per l'ambito neurologico. Io ho guardato i documenti, poi ho aperto le foto e le ho osservate. Si trattava tutto sommato di un bel bambino, aveva l'aria sveglia, attenta, simpatica. Gli esiti della chirurgia erano evidenti, così come lo era il peso per nulla adeguato all'età. In sostanza, quegli occhi vispi spiccavano in un corpo che, a soli sette mesi, testimoniava un bagaglio di sofferenza che aveva già dovuto vivere. Mi è piaciuto. Da impazzire.
E in quel momento è capitato quel che non doveva capitare.

La mamma ha preso il sopravvento. 
Lo stomaco mi si è chiuso, la tristezza mi ha sovrastato.
Nel giro di pochi minuti ho iniziato a piangere.
La tristezza per quel bambino che ha dovuto sopportare quel che ha sopportato da solo, senza una mamma o un papà che lo consolassero, che nonostante ciò si aggrappa alla vita e la guarda con quegli occhi.
Penso a quei due genitori che chissà se dormono, in questi giorni, all'idea di quel pulcino di bambino che dall'altra parte del mondo avrebbe già bisogno adesso - adesso - della loro presenza.
E poi, naturalmente, penso che sia ben probabile che nostro figlio sia già nato, che sia in qualche angolo della Cina, e stia passando momenti che io neanche riesco ad immaginare, e io non sono lì.
A me questa cosa strazia il cuore.

L'unica consolazione è nel sapere che ognuno di quei bambini ha un Padre e che io non so bene in quale modo, ma di sicuro li consola o li consolerà. E allora lo prego di stare vicino il più possibile a tutti quei pulcini (capito, Gesù Cristo?! Am racumand!) che non hanno ancora braccia di genitore in cui abbandonarsi.